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domenica 8 febbraio 2026

APOLOGIA DI UN VUOTO A PERDERE


 Cronaca semiseria di un avatar nazionale che scambia il rumore per pensiero.

L’Italia non è più un Paese: è una suggestione collettiva. Ognuno se la allestisce a modo suo, come un bilocale dell’anima: poster delle proprie ossessioni, soprammobili ideologici, una luce soffusa che impedisce di vedere i dettagli. 
Nel grande trasloco verso il metaverso, il generale Vannacci è l’avatar più performante. La sua parabola – militare con aspirazioni politiche e un armamentario dottrinale composto da un manuale di conversazione da birreria più il frasario dell’uomo alfa afflitto dalla sindrome del Bell’Antonio – avrebbe bisogno di un Bardo capace di farne tragedia: non la biografia di un uomo, ma quella della nazione al tempo della dissolvenza. 

All’inizio c’era il libro che non c’era: un concentrato di ovvietà risentite. Poi arrivano i rabdomanti dell’antifascismo domestico, quello da tinello buono: trivellano, scandagliano, infine dissotterrano il reperto. Scandalo. Editoriali scandalizzati. 
Il generale ringrazia: nulla costruisce una carriera come l’indignazione a ciclo continuo. Così il libro che non c’era – scritto in una lingua di vago ceppo indoeuropeo – diventa il libro che c’è. 

Ed ecco il mondo spiegato al bar, tra un caffè e un cornetto, ai pensionati che si improvvisano, con temerario candore, costituzionalisti. Sono i Vannacci del verbo parlato. Quelli che i problemi si risolvono sul ballatoio, la geopolitica dopo cena, l’egemonia culturale a stomaco pieno.
 Non più gramsciana: duodenale. A quel punto entra in scena il cane da trifola con il miglior naso della piazza: Matteo Salvini. Che annusa, raccoglie, candida.
 Non si è mai capito chi abbia usato chi; si è capito benissimo che, quando finisce, si invocano leggi contro i traditori e mai contro i pirla. Qui la coerenza è un lusso superfluo.
E così il generale diventa ideologo, poi europarlamentare, poi promessa di altro ancora. Senza idee, senza partito, senza niente: protagonista di tutto. È il campione del reality nazionale, in un Paese che scambia il vuoto per destino. La farsa continuerà finché il pubblico applaudirà invece di capire. Una farsa, sì: ma se non finisce in fretta c’è il rischio concreto che si trasformi in tragedia.

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