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martedì 12 maggio 2026

ALÌ TERME, IL PAESE CHE VOTA SENZA CONTI

 



Tra slogan, candidature e vecchie rivalità, nella campagna elettorale ionica c’è un grande assente: i numeri reali del Comune.


Alì Terme guarda il mare con quella malinconia composta dei luoghi che sembrano vivere più di ricordi che di prospettive. I giovani partono, le nascite diminuiscono, il commercio resiste con la dignità ostinata delle piccole comunità siciliane. In questo scenario fragile, candidarsi a governare non dovrebbe essere un esercizio di vanità municipale né una resa dei conti personale travestita da confronto politico. Dovrebbe essere, al contrario, un atto di responsabilità severa.
 Perché amministrare oggi un piccolo Comune significa muoversi sopra un terreno finanziario sempre più instabile, dove basta poco per trasformare la difficoltà in emergenza.

Eppure, nella campagna elettorale in corso, di tutto si discute tranne che della questione essenziale: i numeri. Si parla di candidature, alleanze, appartenenze, tradimenti, simpatie regionali e antiche rivalità locali. Ma dei conti pubblici quasi nulla. E la cosa più sorprendente è che questa rimozione collettiva viene considerata normale. La dice lunga sul valore attribuito alla dimensione finanziaria del Comune il fatto che oggi si abbiano a disposizione soltanto i dati del rendiconto 2024. Del rendiconto 2025, che dovrebbe essere approvato entro il 31 marzo dell’anno successivo, non vi è ancora traccia pubblica. Circostanza che induce a ritenere — con prudenza, ma senza particolare ottimismo — che quei numeri non siano ancora pronti. Eppure si va serenamente al voto come se amministrare un ente locale fosse una questione puramente sentimentale, indipendente dallo stato reale delle casse comunali.

I dati del 2024, del resto, non autorizzano leggerezze. Formalmente il bilancio regge; sostanzialmente sopravvive. Residui attivi enormi per un Comune di appena 2.300 abitanti, tributi non riscossi, trasferimenti attesi e una spesa corrente sostenuta quasi interamente da risorse esterne raccontano la storia di un ente che appare vivo soprattutto perché collegato alle flebo pubbliche regionali, statali ed europee. Ma il problema, ancora una volta, non è soltanto contabile. È culturale. Socrate rifiutava incarichi pubblici perché temeva di non essere all’altezza. Nella politica municipale contemporanea accade spesso il contrario: più la situazione è complessa, più cresce il numero di coloro che si dichiarano pronti a governarla con assoluta sicurezza.
Il punto è che il dissesto finanziario non appartiene al teatro dell’assurdo di Samuel Beckett ma al diritto amministrativo italiano. Il Testo Unico degli Enti Locali lo prevede quando un Comune non riesce più a garantire i servizi essenziali, quando i debiti diventano ingestibili, la cassa insufficiente e il bilancio incapace di reggersi senza artifici. E quando il dissesto arriva, non colpisce un’entità astratta ma persone precise. Sindaci e assessori possono rispondere politicamente e contabilmente per aver aggravato la situazione o ritardato la dichiarazione del dissesto; i consiglieri per aver approvato bilanci squilibrati; dirigenti e responsabili finanziari per omissioni, irregolarità o spese illegittime. La Corte dei Conti valuta il danno erariale e può imporre risarcimenti personali proporzionati alla colpa grave o al dolo. Nei casi più seri possono emergere perfino responsabilità penali. E sopra tutto incombe la sanzione più devastante per chi vive di politica: l’incandidabilità fino a dieci anni. Per questo, forse, prima degli slogan e delle fotografie elettorali, servirebbe una domanda semplice e quasi socratica: qualcuno conosce davvero lo stato reale delle casse comunali che chiede di amministrare? ♓



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