di Roberto Barbera*
Sciopera l’Atm, ma la vertenza non riguarda solo turni e ferie: nella città che corre senza sapere dove, la mobilità è ormai un affare pubblico e i cittadini rischiano di restare a piedi e senza voce.
C’è sempre un momento, nelle città moderne, in cui il tram si ferma e la verità sale a bordo. Martedì accadrà per quattro ore: non abbastanza per cambiare il mondo, ma sufficienti per ricordare che senza lavoratori il progresso resta un cartellone pubblicitario. I sindacati — quelli che secondo certa narrativa disturbano il traffico più dei cantieri — dicono una cosa semplice: non è accettabile che chi guida la città venga trattato come un optional. Straordinari imposti, ferie come miraggi, trasferimenti punitivi: una mobilità che pretende efficienza ma pratica improvvisazione. E no, non è propaganda elettorale: è la vecchia, ostinata questione della dignità che torna a battere cassa.
Il punto, però, è che mentre azienda e lavoratori si scambiano accuse come biglietti non timbrati, fuori dai depositi c’è una città che nel frattempo è cambiata.
La nuova mobilità urbana — quella dei monopattini abbandonati come idee, delle piste ciclabili intermittenti e dei bus pieni di buone intenzioni — ha prodotto un curioso paradosso: tutti si muovono, nessuno arriva. In questi anni, raccontati nell’“Osservatorio sulla mobilità” di dissonanzesud.com, abbiamo visto nascere una città che sperimenta senza governare, che innova senza includere. E così il cittadino diventa spettatore: subisce ritardi, rincorre coincidenze, paga biglietti e silenzi. Un passeggero senza diritto di parola, che nella vertenza non ha nemmeno una sedia.
Eppure, se davvero questa è una trattativa seria, quel tavolo andrebbe allargato. Non per folklore partecipativo, ma per necessità. I cittadini hanno richieste precise, persino ragionevoli: continuità del servizio, trasparenza sugli orari, integrazione tra mezzi, sicurezza reale e non dichiarata. Chiedono una mobilità che non sia una scommessa quotidiana ma un diritto esercitabile. E forse è qui la provocazione: se i sindacati difendono il lavoro, perché non difendere anche chi quel lavoro lo rende necessario? Far sedere simbolicamente i cittadini al tavolo significherebbe trasformare uno sciopero in qualcosa di più di un disagio: un’occasione per ricordare che la città non è un’azienda e nemmeno un sindacato, ma una comunità che, quando si ferma, dovrebbe almeno capire perché.
*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico.

Nessun commento:
Posta un commento
Puoi commentate senza volgarità