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martedì 12 maggio 2026

LA FATTORIA COLLETTIVA: KOLCHOZ

 


a cura di E. L. M. Irali


C'è una certa categoria di scrittori che non si limita a raccontare la propria vita, ma la trasforma in una questione di ordine pubblico. Emmanuel Carrère appartiene a questa specie rara. Nato a Parigi nel 1957, figlio della sovietologa Hélène Carrère d'Encausse — segretaria perpetua dell'Académie française, consigliera di presidenti, studiosa della Russia con l'autorità di chi l'ha capita prima che diventasse di moda — ha trascorso l'intera carriera a circolare attorno alla madre come un pianeta attorno a una stella di magnitudine insostenibile. Critico cinematografico, romanziere, regista, autore di opere inclassificabili — L'Avversario, Limonov, Il Regno — ha fatto dell'autobiografia uno strumento d'indagine sul reale con precisione chirurgica. È uno di quegli autori che non si leggono: si subiscono, con gratitudine.



Kolchoz (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco) è il libro che Carrère non poteva non scrivere. La madre muore nell'agosto del 2023; il padre le sopravvive centoquarantasette giorni. In quell'intervallo Emmanuel legge i dossier genealogici paterni — archivio maniacale delle famiglie russa e georgiana della moglie — e comincia a scrivere. Il titolo rimanda a un rito infantile: quando il padre era in viaggio, Hélène riuniva i tre figli attorno al proprio letto dicendo «facciamo kolchoz». Quel rito si ripete decenni dopo nella stanza di un hospice. Carrère chiude gli occhi alla madre, apre un file, digita tre lettere: MDM. Mort de Maman. Ciò che ne nasce è saga familiare su quattro generazioni di esuli caucasici, ritratto di una donna straordinaria e inaccessibile, esplorazione ucronica di vite che avrebbero potuto non esistere. Non è un romanzo. Non è un saggio. È Carrère: la prima persona singolare elevata a genere autonomo, e forse il suo capolavoro.



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