di AG Rizzo
La riforma Bernini arriva presentata come una grande operazione di modernizzazione: meno burocrazia, procedure più snelle, tempi più rapidi. Tutto bellissimo, se non fosse che tradotta dal burocratese all'italiano corrente la promessa suona diversamente — meno controlli, meno trasparenza, meno merito. Il baricentro si sposta sulle singole università, che gestiscono la selezione in un'unica fase: il candidato carica i titoli su una piattaforma ministeriale, il Ministero prende nota con la solennità di chi firma una ricevuta, e poi la partita vera si gioca nei corridoi del dipartimento, dove certi equilibri hanno la solidità del tufo e l'elasticità dello zero. Abbiamo installato una telecamera all'ingresso del teatro, ma la commedia si recita dietro le quinte.
Il problema, naturalmente, non è chi giudica. È chi scrive il bando. Chi disegna il profilo del candidato ideale con la precisione sartoriale di chi ha già il modello in mente — "filologia comparata del bottone nel tardo pomeriggio", tre pubblicazioni, un dottorato e un ufficio al terzo piano. Il concorso esiste, i verbali esistono, la commissione esiste, le dichiarazioni di imparzialità esistono. Esiste tutto, tranne la competizione. È una messa laica del merito, celebrata con grande scrupolo liturgico davanti a una platea che conosce già il nome del santo da canonizzare. Alla Capria avrebbe detto che è un paese dove le forme si rispettano con tanto maggiore solennità quanto più la sostanza è già stata altrove consumata.
Eppure tutto questo si chiama riforma coraggiosa. Il coraggio sarebbe fare l'opposto: concorsi aperti, bandi che non siano ritratti del candidato già scelto, giovani ricercatori trattati come risorsa e non come manodopera a termine. Invece no. I precari continuano a pubblicare, insegnare, aspettare — e alla fine scoprono che il posto era già assegnato prima che aprissero il bando. Le parole cambiano: autonomia, semplificazione, efficienza. La sostanza no. È solo un modo più elegante per dire che vince chi era già dentro.
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