a cura di Anna Lombardo
Il futuro che manca nel portafoglio.
Tra le strade di Messina e i paesi della Sicilia cresce una povertà che non si vede nei bilanci familiari: quella di chi lavora, resiste, ma non riesce più a immaginare il domani. La povertà non arriva sempre con le scarpe rotte. A volte indossa abiti normali, paga le bollette, porta i figli a scuola e persino riesce a concedersi una pizza il sabato sera. Cammina per le vie di Messina, attraversa piazza Cairoli, prende il traghetto all'alba o sale lungo le strade dei Nebrodi. È una povertà discreta, quasi educata. Non chiede l'elemosina. Chiede tempo. Giovani insegnanti precari, operatori turistici stagionali, lavoratori della logistica, professionisti che alternano periodi di attività e vuoti improvvisi. Persone che guadagnano abbastanza per arrivare a fine mese ma non abbastanza per mettere da parte una sicurezza. Vivono sospese sopra un equilibrio fragile, come funamboli senza rete. Il presente regge, il futuro no.
A Messina questa sensazione ha il volto di una generazione che continua a partire. Chi resta spesso lo fa per scelta affettiva, per amore della propria terra, per il desiderio ostinato di non abbandonare una città che guarda il mare come una promessa. Eppure il lavoro intermittente, i salari modesti e il costo crescente della vita trasformano ogni progetto in una scommessa. Acquistare una casa, costruire una pensione, immaginare una vecchiaia serena diventano obiettivi lontani. Non impossibili, ma sempre più lontani. La vera disuguaglianza, oggi, non è soltanto tra chi possiede molto e chi possiede poco. È tra chi può programmare il proprio futuro e chi invece è costretto a consumare ogni energia nel presente. La Sicilia conosce bene questa differenza. Per questo la nuova questione sociale riguarda il tempo. Non solo il reddito, ma la possibilità di trasformarlo in prospettiva.
Una società che non offre futuro ai suoi giovani produce una povertà silenziosa che le statistiche faticano a raccontare. La si vede negli sguardi prudenti, nei sogni rinviati, nelle partenze senza data di ritorno. È una fragilità che non fa rumore, ma erode lentamente il tessuto delle comunità. E forse il primo passo per affrontarla è riconoscerla. Dare un nome a ciò che ancora non compare nei numeri ma è già presente nelle vite.
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