Il terrore del pareggio, o dell'arte perduta di fare politica.
C'è una parola che fa tremare i polsi alla classe dirigente italiana, una parola che evoca catastrofi, governi che cadono, presidenti della Repubblica costretti a fare le ore piccole: pareggio. Giorgia Meloni, con la determinazione di chi ha già vinto e non vuole più rischiare, ha deciso che quell'infame X va cancellata dalla schedina della democrazia. Solo l'1 o il 2, solo la vittoria o la sconfitta, come al calcio — anzi, meglio dei calci di rigore: almeno lì qualcuno piange e qualcuno esulta, e il pubblico può andare a casa. Sennonché, a guardare i numeri con la dovuta flemma, il pareggio non è poi così dietro l'angolo. Il Rosatellum vigente — che ha il merito almeno di avere un soprannome simpatico — tende ad amplificare i vantaggi, non ad annullarli. Nel 2022, il centrodestra ha trasformato il 44% dei voti in 237 seggi su 400: una moltiplicazione degna di un prodigio evangelico, non di un sistema che favorisce le parit à. Il problema del pareggio è dunque in larga misura un fantasma evocato ad arte, un'ombra proiettata sul muro per giustificare una riforma che di fantasmi ha bisogno per prosperare.
Il vero pareggio che spaventa, quello per cui Bersani nel 2013 si ritrovò a vincere e perdere contemporaneamente, nasce dal bicameralismo perfetto, quella specificità tutta italiana per cui si vota due volte per ottenere due Parlamenti che possono tranquillamente contraddirsi a vicenda. Ebbene: la riforma Meloni non tocca il bicameralismo. Lo lascia intatto, con la sua perfezione barocca e le sue conseguenze imprevedibili. Renzi ci aveva provato a potarlo, nel 2016, e il Paese gli aveva risposto con un sonoro niet. Il "Meloncellum" — così si comincia già a chiamarlo nei corridoi — entrerebbe in gioco in uno scenario preciso: due schieramenti talmente vicini da rendere la vittoria una vittoria di Pirro, tipo quella di Romano Prodi nel 2006, che governò con sette voti di vantaggio al Senato e finì, prevedibilmente, nel modo in cui finiscono i funamboli senza rete. In quel caso, il premio di maggioranza farebbe il suo lavoro: trasformare una maggioranza parlamentare risicata in una comoda, rassicurante, impermeabile alle bizze degli alleati.
Ecco il punto. Non si tratta di scongiurare il pareggio — che, come si è visto, può arrivare comunque, con o senza premi. Si tratta di governare senza fastidi. Senza dover trattare con Calenda, senza inseguire gli umori di Vannacci, senza concavi e convessi, senza promesse da mantenere. Un tempo tutto questo si chiamava politica. Oggi si chiama problema. Il paradosso è istruttivo: la classe politica che chiede pieni poteri è la stessa che ha dimenticato come si esercita il potere parziale. Il compromesso è diventato inciucio, il dialogo tradimento, la mediazione viltà. Così Giorgia ed Elly, Matteo e Giuseppe si troverebbero smarriti davanti a un Parlamento che chiede loro di convincere, persuadere, cedere qualcosa per ottenere qualcosa. Il premio di maggioranza non è una riforma elettorale: è una polizza vita contro il rischio, antico e nobilissimo, di dover fare politica. ♓

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