Un paese che esporta talenti e importa luoghi comuni sembra aver smarrito persino la voglia di specchiarsi.
C'è qualcosa di commovente nell'Italia che si stupisce di perdere i propri figli migliori. Come una madre che prepara ogni giorno una minestra pessima e poi resta meravigliata quando i ragazzi escono a cena fuori. La ricetta è nota: paghe a tre mesi, contratti a singhiozzo, raccomandazioni come valuta corrente. Bertrand Russell sosteneva che il sistema è sano quando il raccomandato non vale niente. Quando invece chi ha talento deve mendicare una protezione, il sistema non è malato: è morto e non lo sa. Negli Stati Uniti la qualità della vita è insopportabile, ma lo stipendio arriva. In Italia è ottima, purché tu non abbia bisogno di vivere davvero.
La politica parla d'altro. Parla di invasioni e identità da custodire come porcellane di famiglia, ignorando che la vera emigrazione silenziosa non viene dal Mediterraneo ma va verso di esso, con una valigia e una laurea. I giovani riflessivi sono delusi — non da un partito in particolare, che i partiti deluse già i loro nonni — ma da una politica senza progettualità, ferma all'idealità come un orologio rotto che ha ragione due volte al giorno. Al referendum si sono mossi, sì, ma perché non si votava per qualcuno: si votava contro qualcosa, che è il gesto più nobile e anche il più disperato.
E la cultura arranca. La musica di strada racconta la crudeltà del reale con una franchezza che certi libri non si permettono, troppo impegnati a essere equidistanti e pedagogici. La criminalità organizzata colonizza i social con competenza che le istituzioni si sognano. I romanzi storici restano nei cassetti come promesse rinviate per l'urgenza della ferita. Si potrebbe cambiare qualcosa con le leve giuste. Ma chi le leve le ha ottenute non sa a cosa servono, e chi saprebbe usarle preferisce — saggiamente — continuare a scrivere.
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