L’evento meteorologico estremo dei giorni scorsi, indicato dai media come ciclone “Harry”, ha messo in evidenza una criticità strutturale della costa ionica messinese che va ben oltre la violenza del moto ondoso.
La vulnerabilità emersa non è riconducibile esclusivamente all’intensità della mareggiata, perché i danni registrati a infrastrutture viarie e abitazioni sono anche la conseguenza di un deficit sedimentario cronico, legato alla gestione dei corsi d’acqua negli ultimi decenni.
La stabilità delle spiagge ioniche dipende dall’apporto di materiali solidi (sabbie e ghiaie) trasportati verso il mare dai torrenti e dalle fiumare. Le spiagge fanno parte di una cella litoranea, un sistema in equilibrio dinamico tra apporti fluviali, trasporto lungo costa (correnti litoranee) e rimaneggiamento operato dalle onde.
Interventi come passerelle sommergibili, guadi in calcestruzzo, opere trasversali e sistemazioni rigide degli alvei hanno alterato l’idrodinamica fluviale.
Queste strutture possono comportarsi come soglie o briglie, riducendo la capacità del corso d’acqua di trasportare il carico solido grossolano verso valle.
Di conseguenza, una parte dei sedimenti si accumula a monte delle opere, interrompendo la continuità del trasporto solido verso la foce.
A ciò si sommano altri fattori spesso presenti nei bacini costieri mediterranei come rettificazioni d’alveo, arginature rigide, escavazioni di inerti e opere di difesa idraulica che nel tempo hanno ridotto l’efficienza del sistema fluviale nel fornire sedimenti al litorale.
Questo processo limita il ripascimento naturale delle spiagge. La spiaggia non è solo uno spazio ricreativo, ma un elemento fondamentale di difesa costiera perché agisce come zona dissipativa, assorbendo e distribuendo l’energia delle onde prima che raggiungano infrastrutture e abitati.
Quando il bilancio sedimentario diventa negativo, la linea di riva arretra (erosione costiera) e la fascia di spiaggia emersa si restringe o scompare. In tali condizioni, durante eventi estremi, le onde non trovano più un’ampia zona su cui frangersi e perdere energia, e trasferiscono una quota molto maggiore della loro forza direttamente sulle opere antropiche.
L’entità dei danni osservati non rappresenta quindi soltanto l’effetto di un evento meteorologico eccezionale, ma anche la risposta fisica di un sistema costiero il cui equilibrio sedimentario è stato alterato nel tempo.
Senza il ripristino della continuità del trasporto solido fluviale e una gestione integrata bacino–costa, ogni futura mareggiata troverà un litorale progressivamente più esposto.
La domanda sulle responsabilità non è retorica.
Riguarda le scelte di pianificazione territoriale, di gestione dei corsi d’acqua e la mancanza di una visione unitaria tra difesa idraulica e difesa costiera.


Nessun commento:
Posta un commento
Puoi commentate senza volgarità