CORSIVO
IL PAESE DELLE PIAZZATE
Invocazioni, rinfacci e nessuna convocazione. Quando la piazza serve soprattutto a non andarci.
L’Italia non è un Paese per piazze. È un Paese di piazzate. Annunciate, evocate, sventolate come attestati di superiorità morale e poi accuratamente evitate. A sinistra si riflette: l’Iran è lontano, complicato, poco spendibile. Serve tempo, spiegano, come se tre anni di ragazze arrestate, stuprate e uccise fossero una fase preliminare, un riscaldamento prima dell’indignazione ufficiale. Le piazze non si improvvisano, dicono. Infatti non arrivano mai. Si resta in attesa del momento giusto, del linguaggio condiviso, del consenso garantito. Nel frattempo si scopre che la libertà può aspettare, l’agenda no. Del resto, come scriveva Proust, «i fatti non penetrano nel mondo dove vivono le nostre convinzioni»: e qui le convinzioni vivono tranquille, al riparo dalle contraddizioni, lontane da bandiere che costringono a scegliere davvero.
A destra va in scena il numero complementare. Si invoca la piazza per l’Iran e si rinfaccia alla sinistra il doppio standard: Palestina sì, Iran no. E per una volta l’accusa coglie nel segno. Ma resta un’invocazione. La piazza, quella vera, la destra non la convoca. La usa. Perché, secondo una fisica politica elementare, il vuoto lasciato da un corpo dovrebbe essere occupato da un altro; in Italia no, il vuoto è a perdere e diventa rendita polemica. L’assenza altrui vale più della propria presenza. Così la piazza mancata della sinistra si trasforma nella solita piazzata della destra: rumore senza corpo, indignazione senza rischio. Alla fine destra e sinistra si scoprono meno avversarie di quanto dicano: una rinvia, l’altra rinfaccia, entrambe attentissime a non esporsi. Franza o Spagna, purché se magna. E la piazza, quella vera, resti pure vuota.

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