MONDI FRAGILI
a cura di Anna Lombardo
Un ragazzo ucciso a scuola, un altro consegnato per sempre al suo gesto.
La cronaca parla di una foto, ma la questione è più profonda.
Il fatto di La Spezia non chiede spiegazioni rapide, ma uno sguardo lungo. Non è la “banalità del movente” a inquietare, bensì la sua coerenza interna: una foto, una ragazza, uno sguardo rubato all’ordine simbolico delle cose. Nell’età in cui l’identità non è ancora formata, l’immagine diventa essere, e l’essere non tollera di essere negato. Qui, l’Io non possiede ancora strumenti simbolici per reggere la frustrazione: quando il linguaggio fallisce, il corpo parla. E parla male. La scuola, luogo deputato alla mediazione del senso, si scopre incapace di contenere ciò che la precede: un mondo emotivo lasciato a se stesso, privo di riti di passaggio, di educazione al limite, di alfabeti affettivi.
La gelosia non è più sentimento, ma minaccia ontologica: se perdo l’immagine, perdo me stesso. Il coltello diventa allora un’argomentazione brutale, l’ultima, perché non ce ne sono altre. C’è in tutto questo una tragedia doppia, che sfiora il grottesco senza far sorridere: adulti che invocano più controlli mentre mancano di presenza, istituzioni che contano telecamere mentre non sanno più nominare il dolore. Pratchett avrebbe detto che il problema non è la follia, ma la sua perfetta normalità. Un ragazzo è morto, un altro ha distrutto la propria vita. E noi continuiamo a chiederci come, evitando la domanda più scomoda: che cosa non abbiamo insegnato a sentire.

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