di Ponzio Aquila
Non l’avevano vista arrivare, alla segreteria del Partito democratico. E dopo tre anni la sua presenza nella vita politica è passata inosservata, come una passeggiata domenicale cominciata con fiducia e finita davanti a una serranda abbassata. Il Pd, animale nervoso e sentimentale, festeggia un primato di resistenza: Schlein dura più di Letta, Zingaretti (facile), Veltroni, sfiora Bersani, guarda Renzi da lontano. Dura perché nessuno ha davvero voglia di sostituirla: non passione, ma quieta inerzia.
Il 2026 si annuncia come un duello semplificato: donna contro donna, Schlein contro Meloni. Franceschini, queenmaker d’istinto, osserva pronto a rivendicare o a smarcarsi. Attorno, i professionisti della politica offrono un sostegno educato, tiepido, con le spalle alzate: questo c’è, che Dio la mandi buona. Se l’ingranaggio si ferma, la Schlein-machine verrà archiviata senza rimpianti e toccherà agli amministratori competenti. Elly resta un oggetto politico ambiguo: un po’ Alice, un po’ dorotea lenta, mentre i sondaggi dicono che la benzina scarseggia. Il nuovo è spietato: quando non stupisce più, annoia. E il rischio è l’ennesimo amore mancato. La sinistra passeggia, la destra governa, il tempo non fa sconti.

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