di ANNA LOMBARDO
Nel bosco non cresce la libertà ma l’abbandono, venduto come virtù. I bambini pagano, gli urlatori incassano.
Dal punto di vista dei bambini, la favola della “famiglia nel bosco” non profuma di resina ma di muffa ideologica. C’è una capanna che diventa manifesto, due genitori che scambiano l’improvvisazione per destino e una folla di adulti urlanti che, come in certe pagine di Proust lette male, confonde la memoria con il rancore. Intorno, le destre fanno speculazione sentimentale: accarezzano la capanna come un santuario, pestano la Costituzione come fosse un tappetino infangato e chiamano libertà ciò che è solo abbandono. I bambini, che non votano e non twittano, diventano l’argomento preferito di chi nella vita non ha mai fatto nulla se non parlare, convinto che crescere significhi cavarsela da soli, magari fino a diventare adulti come Salvini: rumorosi, risentiti, eternamente in campagna elettorale.
Eppure, dall’altra parte del bosco, ci sono i servizi sociali: professionisti impeccabili, addestrati all’arte difficile della cura, trattati come aguzzini da un bar sport nazionale travestito da dibattito civile. Assistenti sociali, sanitari, insegnanti: tutti colpevoli di applicare leggi che proteggono i minori dalla sanità alla scuola, cioè dall’arbitrio degli adulti. Fare figli non è un gesto performativo, è una promessa: dare un avvenire. L’avvenire non è una capanna né una diretta Facebook, ma una strada asfaltata di diritti, studio e competenze. Dimenticarsene è comodo; ricordarlo, invece, richiede fatica, silenzio e responsabilità. Tutte cose che fanno poco rumore, e quindi poca audience

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