La Storia
Bisogna immaginare la fine degli anni Sessanta come una stanza dove qualcuno ha lasciato aperta una finestra tra due mondi: da una parte il rock elettrico che scuoteva le coscienze, dall'altra le highway polverose del Sud, le chitarre pedal steel, le ballate di chi aveva perso qualcosa senza sapere bene cosa. In quella corrente d'aria nacquero i Flying Burrito Brothers. Gram Parsons e Chris Hillman escono dai Byrds come si esce da una casa troppo grande: con la sensazione di aver capito qualcosa che gli altri ancora non vedono. Portano con sé Michael Clarke, batterista che i Byrds li aveva già vissuti dall'interno, e costruiscono una cosa che non aveva ancora un nome preciso. Country rock, si dirà poi, con quella sicumera con cui si battezzano le rivoluzioni solo quando sono già finite. Con loro arriverà anche Bernie Leadon, che di lì a qualche anno avrebbe contribuito a erigere la cattedrale sonora degli Eagles.
Wilde Horses
Il disco d'esordio passa quasi inosservato, come spesso accade alle cose necessarie. Il successo arriva nel 1970 con Burrito Deluxe, ed è qui che compare Wild Horses, firmata Jagger-Richards, consegnata ai Burrito con un anno di anticipo rispetto alla pubblicazione degli Stones in Sticky Fingers. Parsons la canta con quella voce spezzata e solare che sembrava provenire da un paese senza coordinate geografiche precise, qualcosa tra il Georgia rosso di argilla e il Pacifico che si perde nell'orizzonte. Gram lascia i Flying Burrito Brothers poco dopo, muore nel 1973 nel deserto di Mojave, con la leggenda già pronta ad avvolgerlo. Il gruppo va avanti, cambia pelle più volte, pubblica live e antologie fino agli albori del terzo millennio, inseguendo un'eco che si allontana a ogni passo. È il destino di certe band: avere avuto ragione troppo presto, in un momento in cui il mondo non era ancora attrezzato per ringraziarle.
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