CORSIVO
Mentre Roma perquisisce e la Corte dei Conti frena, il sogno leghista del Ponte tra Scilla e Cariddi continua a galleggiare — senza cemento, senza cantiere, ma con qualche indagato di troppo.
C'è qualcosa di commovente nell'amore della Lega per il Ponte sullo Stretto. Un amore platonico, nel senso che non si è mai consumato e rischia di restare tale. Merito di un terzetto di rara eleganza: Tommaso Miele, magistrato contabile appena in pensione, si sarebbe reso disponibile ad aggiornare i colleghi in servizio sull'andamento di certe pratiche, per spirito di corpo; Giacomo Francesco Saccomanno, avvocato, avrebbe curato i rapporti con la generosità di chi sa che ogni favore trova collocazione; Vincenzo Virgiglio, imprenditore, che al Ponte credeva tanto da volerlo scortare personalmente tra i meandri della Corte dei Conti. Al pensionato Miele, in cambio, sarebbe stata promessa la presidenza dell'Antitrust o altra comoda poltrona pubblica — perché in Italia la pensione è solo un arrivederci. Pietro Ciucci, ad della società Stretto di Messina, si è detto sorpreso. Sorpreso lui. Noi no.
Ma è sulla Sicilia che vale la pena soffermarsi, perché lì la Lega è un caso da manuale di adattamento impossibile. Un partito nato nelle nebbie padane, cresciuto a pane, Po e secessione, che sbarca sotto il sole dello Stretto a chiedere voti in nome del federalismo. In Sicilia — dove ogni municipio è già uno Stato a sé e la parola «autonomia» evoca non la virtuosa autosufficienza del Nord ma la sovrana capacità di non render conto a nessuno. Salvini ha offerto il Ponte: manufatto continentale proposto da chi fino a ieri alzava ponti levatoi alla periferia di Milano. La coerenza, si sa, è il rifugio delle menti piccole.
E così, mentre la Procura perquisisce a Roma, Frosinone e Reggio Calabria, e i pareri negativi della Corte dei Conti vengono liquidati a colpi di decreto, i leghisti siciliani presidiano il territorio con l'entusiasmo di chi difende una conquista. Quale conquista, non è chiaro. Il Ponte non c'è, i fondi ballano, gli indagati ci sono. Ma il Carroccio sventola tra la Piana di Catania e i vicoli di Palermo, in un ossimoro ambulante che farebbe invidia a Ionesco. Ci vuole coraggio — o qualcos'altro — per portare il dio Po a fare il bagno a Taormina.
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