CORSIVO
Il cantiere più lungo d'Italia non ha ancora un mattone — ma ha già una giurisprudenza invidiabile
Il Ponte sullo Stretto ha una virtù rara: è l'unica grande opera pubblica italiana capace di generare ricchezza senza essere costruita. Non ponti, non piloni, non campate sospese — ma avvisi di garanzia, rinvii a giudizio, intercettazioni telefoniche e delibere bocciate dalla Corte dei Conti. Pietro Ciucci, ad della Stretto di Messina, precisa che «abbiamo vinto al Totocalcio» era una frase ironica. Ottimo. Perché la Corte dei Conti, che di ironia non vive, ha bocciato la delibera Cipess e chiesto documentazione. Tra chi ride e chi chiede carte, il contribuente paga e aspetta. Come al cinema: si paga il biglietto, lo schermo rimane bianco, ma i titoli di testa sono già una piccola opera d'arte.
Il fascicolo giudiziario del Ponte ha raggiunto dimensioni da scaffalatura dedicata. La Procura di Roma indaga sui presunti tentativi di influenzare il controllo di legittimità sulla delibera Cipess: nel registro degli indagati figurano l'imprenditore Vincenzo Virgiglio, l'ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele — corruzione e rivelazione di segreti d'ufficio — e l'avvocato Saccomanno, ex commissario calabrese della Lega, la cui telefonata con Ciucci è ora agli atti del Ros. Prima ancora, nei decenni: penali versate e mai versate, contenziosi miliardari, progettisti che cambiano, gare che ricominciano. Il Ponte, come opera fisica, non esiste. Come filiera forense, è già alla terza generazione.
Salvini osserva dall'alto con la serenità di chi scambia l'annuncio per il fatto. Il direttore tecnico Mele promette la nuova delibera Cipess «entro la fine dell'estate» — e in Sicilia l'estate dura fino a novembre, dettaglio geografico che potrebbe rivelarsi utile. Zahi Hawass paragona il Ponte alle Piramidi: e ha ragione, ma non nel senso che intendeva. Le Piramidi le hanno costruite. Il Ponte ha prodotto convegni, consulenze, fascicoli processuali e almeno un'intercettazione in cui qualcuno esulta per una schedina. Noi, popolo paziente delle due sponde, continuiamo a pagare. Almeno al cinema, alla fine, accendono le luci.
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