Nanni Banchi era un falegname. Le sue mani hanno levigato il legno per tutta la vita, non carte. Ai tempi di don Milani era il più grande dei ragazzi che il priore avrebbe voluto tra i banchi della sua scuola spartana, a Barbiana. Non ci andò. Troppo imbarazzo, troppo orgoglio, troppa paura di sembrare il somaro in mezzo a ragazzini più giovani che già sapevano più di lui.
Una sera salì da don Lorenzo mentre il prete osservava il cielo col binocolo. Il priore gli indicò una stella: Nanni, dimmi come si chiama. Lui rispose con una parolaccia. Volarono parole grosse. Se ne andò.
Dopo la morte di don Milani, nel 1967, Nanni Banchi non riuscì più a darsi pace. Fondò il Centro di Formazione e Ricerca don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana, per tenere vivo quel patrimonio che da giovane aveva rifiutato. Oggi ha ottantanove anni, le gambe malferme, e non perde occasione di farsi accompagnare sulla tomba del priore. Si siede. Prega. Chiede perdono per quella stella non riconosciuta. Per quel vaffa scagliato contro il maestro. Una vita intera trascorsa a onorare il debito di un rifiuto. Forse è questa la forma più alta di fedeltà.
Sono sicura che pressappoco così - con questa voce ruvida e diretta - Nanni Banchi avrebbe raccontato la vita di don Lorenzo.
Io non sono uno scrittore. Sono stato un falegname. Eppure eccomi qui, a raccontare di un uomo che non smette mai di interrogarmi, anche adesso che ho ottantanove anni e le gambe non mi reggono più.
Lorenzo Milani nacque a Firenze nel 1923, in una famiglia ricca e colta - il tipo di famiglia che a Barbiana non si vedeva proprio. Suo nonno insegnava all'università. Sua madre conosceva Joyce. Lui, da ragazzo, voleva fare il pittore. Poi arrivò la guerra, il fascismo, la conversione al cattolicesimo. Nel 1947 divenne sacerdote - non il tipo di prete che celebra la messa e torna a casa. Il tipo che ti fissa negli occhi e ti chiede dove hai sbagliato. Il tipo che dà fastidio.
Il suo primo incarico fu a Calenzano. Aprì subito una scuola per operai e contadini - gratis, aperta a tutti. Capì allora quello che avrebbe ripetuto per tutta la vita: che la lingua è potere. Chi non sa parlare, non sa difendersi. Chi non sa leggere, non sa votare davvero. L'ignoranza non è una colpa dei poveri - è la trappola che i potenti lasciano aperta per loro. Questo gli costò il trasferimento. La chiesa non gradiva certi discorsi. Nel 1954 lo mandarono a Barbiana - una frazione sperduta nel Mugello, senza strada, senza luce, senza acqua. Una punizione travestita da parrocchia. Lui la trasformò in una scuola.
A Barbiana i ragazzi studiavano tutto il giorno, tutti i giorni dell'anno. Niente ricreazione. Si leggevano i giornali, si scriveva insieme, si discuteva con sindacalisti e politici. I primi a parlare dovevano essere sempre i meno istruiti. Il suo metodo era semplice e rivoluzionario: nessuno è stupido, qualcuno è solo stato abbandonato prima.
Nel 1967 scrisse con i suoi ragazzi la Lettera a una professoressa. Un libro che ancora oggi brucia, perché dice la verità sulla scuola: non combatte le diseguaglianze, le amplifica. Promuove i figli dei dottori, boccia i figli dei contadini. Chiama merito quello che è solo fortuna di nascita. Don Lorenzo morì il 26 giugno 1967, di leucemia, nella casa della madre a Firenze. Aveva quarantaquattro anni. Lo seppellirono a Barbiana. E io non ho avuto più pace.
Don Milani chiamava Gianni il ragazzo povero che la scuola bocciava e dimenticava. Gianni era il figlio del contadino, del mezzadro, dell'operaio — quello che arrivava in classe senza gli strumenti giusti e veniva rispedito indietro con una croce sopra, come se la colpa fosse sua. Di fronte a lui c'era sempre Pierino, il figlio del dottore, che di strumenti ne aveva fin troppi e veniva premiato per meriti che erano semplicemente meriti di nascita.
Oggi i Gianni hanno altri nomi e altre facce. Vengono da altri posti, parlano altre lingue, attraversano altri mari. Ma il meccanismo è identico: la scuola li guarda e non li vede, la società li conta e non li ascolta, il sistema li processa e li espelle. Gli ultimi cambiano stagione, non cambiano destino. Questa poesia, di Lorenzo, è per loro - per tutti i Gianni di ieri e di oggi.
Anche tu, caro amico...
Tu che urli perché nessuno ha mai ascoltato il tuo silenzio.
Tu che vedi nemici perché nessuno ti ha insegnato a fidarti.
Tu che difendi una Patria che, forse, non ti ha mai davvero abbracciato.
Tu che cerchi colpevoli perché nessuno ti ha aiutato a dare un nome al tuo dolore.
Tu che odi, magari in nome di un dio confezionato su misura per giustificare quell'odio, perché nessuno ti ha mai mostrato un amore più grande della tua rabbia...
Nessuno, però, nasce capace di odiare. Qualcuno, lungo la strada, ti ha insegnato a farlo.
Ogni volta che una persona impara a odiare, c'è sempre qualcuno che ha fallito nel dovere di educare, amare, proteggere.
Fallendo ha creato in te infelicità...
Fallendo ha fatto di te una vittima...
Vittima di un mondo che non ti ha protetto.
Vittima di una scuola che non è riuscita a raggiungerti.
Vittima di una società che troppo spesso ti ha visto soltanto come un numero, un consumatore, un elettore, un tifoso da sfruttare.
Vittima di chi ti ha ingannato, usato, manipolato.
Vittima di chi ha alimentato dentro di te il fuoco del rancore, della paura e della violenza, offrendoti falsi miti da adorare e falsi nemici da combattere.
Vittima di chi ti preferisce arrabbiato, confuso, incolto, perché chi pensa è più difficile da governare.
Vittima di un'infanzia che non ti ha donato tutto l'amore, la comprensione e la guida che spettano ad ogni bambino.
Amico mio... Rifletti.
Se nessuno ti ha insegnato ad amare,
comincia tu.
Se nessuno ti ha mostrato la strada,
diventa tu la strada per qualcuno.
Se nessuno ti ha difeso,
difendi tu chi non ha voce.
L'odio non crea: distrugge.
La rabbia distrugge la ragione, annulla il diritto.
Si vince con la dignità, con la disponibilità, con la forza dell'umanità autentica.
Perché la vera rivoluzione, oggi, nasce da una coscienza che si risveglia, da una mano che si tende, da una carezza che trova il coraggio di spezzare la catena dell'odio.
Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.
[Don Lorenzo Milani, L'obbedienza non è più una virtù, 1965].
Oggi in Italia la parola accoglienza è diventata un campo di battaglia. Il dibattito pubblico si è ristretto fino a diventare una fessura attraverso cui passa solo la paura. Don Milani sapeva già tutto questo. Lo sapeva nel 1965, quando scrisse che il mondo si divide non tra italiani e stranieri, ma tra oppressi e oppressori. I figli dei mezzadri di Barbiana - italianissimi, poverissimi - erano invisibili quanto qualsiasi migrante che oggi attraversa il Mediterraneo. L'esclusione non ha passaporto.
a cura di E. L. M. Irali
Nessun commento:
Posta un commento
Puoi commentate senza volgarità