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venerdì 5 giugno 2026

WEST COAST STORIES: AMERICA, LA DOLCEZZA CHE NON SI DIMENTICA



 Tra armonie di seta e cieli californiani, una band che ha fatto dell'easy listening una forma d'arte discreta. 


Figli di militari americani in servizio nelle basi britanniche, Dewey Bunnell, Gerry Beckley e Dan Peek crescono in un'identità sospesa — né del tutto americani né del tutto inglesi — e quella condizione di confine si sente, eccome, nelle loro armonie. Si formano a Londra nei primissimi anni Settanta, quando il folk-rock californiano dei Crosby, Stills & Nash attraversa l'Atlantico e contamina chiunque abbia un plettro e un orecchio fine. Nel 1972 arriva A Horse with No Name: chitarra acustica aperta, voce leggermente nasale, un paesaggio desertico evocato con economia di mezzi straordinaria. Il brano scala le classifiche mondiali, Neil Young protesta per la somiglianza vocale con la sua maniera — o almeno così si racconta — ma la storia dà sempre ragione ai brani che resistono, non alle polemiche che li accompagnano. Il contesto è quello della West Coast al suo apice creativo: Eagles, Jackson Browne, Fleetwood Mac dominano l'immaginario, e gli America vi si inseriscono con una cifra propria, più ariosa e meno elettrica, capace di intercettare un pubblico vastissimo senza scendere a compromessi con la volgarità commerciale. Poi arriva George Martin alla produzione — il quinto Beatle, il medesimo che aveva plasmato il suono dei Fab Four — e il sodalizio genera nella metà dei Settanta una serie di album (Holiday, Hearts, Hideaway) di perfezione artigianale rara: arrangiamenti orchestrali calibrati, sovraincisioni pulite, una luminosità sonora che diventa firma inconfondibile.

La discografia degli America è un catalogo di emozioni private trattate con pudore esemplare. Tin Man (1974) smonta il mito dell'uomo senza cuore ribaltandone il senso — il cuore ce l'hai già, dice la canzone, il problema è che non lo sai usare — con una costruzione armonica che sale e scende senza mai urlare. Sister Golden Hair (1975) è una dichiarazione d'amore mancata, sospesa nell'indecisione come solo i ventenni sanno essere indecisi, e quella voce che chiede will you meet me in the middle ha la qualità rara di sembrare sempre rivolta a te. Lonely People parla di isolamento con una delicatezza che nessun grunge avrebbe mai potuto permettersi. La chiave interpretativa è proprio questa: gli America non hanno mai confuso la complessità emotiva con il volume o l'aggressività formale. L'easy listening è stato per decenni un insulto nel vocabolario critico — troppo piacevole, troppo accessibile — ma il contrario di easy non è difficile, è pretenzioso. E la differenza tra un brano degli America e il peggior soft rock industriale degli anni Ottanta non è di genere, è di qualità: la stessa che passa tra un tavolo di falegnameria autentica e un mobile di compensato. Dan Peek abbandonò il gruppo negli anni Ottanta per abbracciare il gospel evangelico; Bunnell e Beckley continuarono, tenaci e poco appariscenti, portando il progetto attraverso decenni senza la stanchezza dei reduci. Ascoltarli oggi — in macchina, in una sera di primavera con il finestrino abbassato — è memoria involontaria nel senso proustiano: non si decide di ricordare, si ricorda e basta.

https://youtu.be/na47wMFfQCo?si=J_zTHvyabsjHLHHU

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