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sabato 13 giugno 2026

MINETTI LIBERA, STAMPA IN CATENE



 La grazia, il silenzio e i giornali che tremano.

C'è qualcosa di vagamente surreale — e insieme di molto italiano — nel modo in cui la vicenda della grazia a Nicole Minetti si è trasformata, nel giro di poche settimane, in un processo al giornalismo. Il nucleo originario della storia — un atto di clemenza presidenziale concesso sulla base di un'istruttoria che non ha mai verificato il fatto cruciale su cui si fondava, ovvero che il figlio adottivo della Minetti potesse essere curato soltanto a Boston e in nessun altro luogo della Terra — è scivolato discretamente in secondo piano. Le istituzioni coinvolte si sono auto-assolte con quella disinvoltura che in Italia rasenta l'arte: il Quirinale ha chiesto verifiche, il ministero della Giustizia si è rimesso alla Procura generale, la Procura generale ha confermato il proprio parere basandosi sulle carte fornite dagli avvocati della stessa interessata. Un circolo perfetto, chiuso su se stesso come un anello di Möbius. Fine della faccenda istituzionale. Sipario. Applausi.

Il problema, semmai, è che qualcuno nel frattempo aveva fatto il proprio mestiere. Il Fatto Quotidiano e Report avevano posto domande, insistito, chiesto conto. Normale amministrazione per un giornalismo che si rispetti. Meno normale, in Italia, è ciò che è seguito: una causa civile da duecentocinquanta milioni di dollari, intentata negli Stati Uniti dal compagno della Minetti, Giuseppe Cipriani, contro le due testate. Una cifra che non è una richiesta di risarcimento: è un messaggio. Tradotto liberamente dal legalese: «La prossima volta, pensateci due volte». Questa tecnica ha persino un nome, nei paesi anglosassoni: SLAPP, Strategic Lawsuit Against Public Participation. Uno strumento pensato non per vincere in tribunale, ma per esaurire il nemico, prosciugarne le risorse, instillare nei redattori quella prudenza che col tempo diventa silenzio. È la versione giudiziaria del vecchio proverbio siciliano: cu è surdu, orbu e taci, campa cent'anni 'mpaci.

Il paradosso più bello — se di bellezza si può parlare — è che tutto questo accade mentre sul potere di grazia del capo dello Stato cala in Italia un silenzio reverenziale degno di miglior causa. Gli elogi sono benvenuti, le analisi evitate, il dibattito rediretto verso bersagli più comodi. Eppure la domanda è legittima e persino ovvia: ha ancora senso, in una democrazia che esige trasparenza e rendicontazione, un potere discrezionale e insindacabile come quello della grazia? Non è una domanda contro Mattarella. È una domanda sul sistema. Ma sul sistema, in Italia, si preferisce non fare domande. Si preferisce fare cause. A duecentocinquanta milioni. E sperare che il giornalismo, alla fine, si stanchi di fare il suo mestiere.  ♓


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