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sabato 24 ottobre 2026

ACCISE MOBILI E PRESE IN GIRO . PERCHÉ PAGHIAMO IL DIESEL A PESO D’ORO (e Hormuz non c'entra niente)

 

Ti sei mai fermato a guardare il display del distributore di carburante con quella rassegnazione mista a rabbia sorda, 

mentre i numeri girano molto più veloci del tuo stipendio? 


Se fai il pieno di gasolio per andare a lavorare, sai esattamente di cosa parlo. 

Ma la vera truffa, quella che si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi stanchi, non è scritta sui cartelli luminosi delle stazioni di servizio. 

È nascosta nelle pieghe dei provvedimenti governativi e nelle scuse geopolitiche da bar dello sport che ci propinano a reti unificate.

Partiamo da un dato di una banalità disarmante, ma che in Italia assume i contorni del segreto di Stato. 


Il prezzo industriale del gasolio, quello vero, quello che serve per estrarlo, raffinarlo e portarlo fino alla pompa sotto casa tua, sfiora a stento un euro al litro.

Tutto il resto, signori miei, è un monumentale, insaziabile banchetto fiscale. 

Circa il 48 per cento di quello che paghiamo alla cassa è composto da IVA e accise. 

Una tassa sulla tassa. 

Noi non stiamo comprando carburante per far muovere il Paese, stiamo finanziando un pozzo senza fondo pagando l'aria fritta. 


Se il gasolio fosse venduto al suo costo reale, gravato da una tassazione civile, faremmo il pieno con cinquanta euro, non con cento.  

E qui entra in scena il capolavoro tragicomico della politica nostrana: le  "accise mobili". 


Ce l'hanno venduta come la panacea di tutti i mali, uno scudo protettivo contro il carovita. 

Il principio teorico? 


Se il prezzo del greggio sale e lo Stato incassa più IVA, quell'extra gettito viene usato per abbassare l'accisa. 


La pratica? Un'elemosina che sfiora l'insulto. Parliamo di sconti che, passando di decreto in decreto, si assottigliano fino a ridursi a una manciata di miserabili centesimi. 


Su un pieno da cinquanta litri, il risparmio reale per un automobilista massacrato dalle tasse equivale al costo di un caffè. 


È una mancia elettorale gettata con condiscendenza dal finestrino del palazzo, studiata non per alleggerire le tasche della povera gente, ma per poter sbandierare un titolo di telegiornale. 

“Il Governo interviene sulle accise". 


Sì, di qualche spicciolo. 


Ma siccome la farsa ha sempre bisogno di una scenografia drammatica per reggersi in piedi, ecco spuntare l'alibi perfetto: la geopolitica. 


Da mesi ci terrorizzano con lo spettro della chiusura dello Stretto di Hormuz. 

Ci raccontano che le tensioni in Medio Oriente faranno schizzare il greggio alle stelle e che dobbiamo rassegnarci a pagare il diesel a peso d'oro per colpa dei conflitti. 


È una pataccata. Una gigantesca, colossale pataccata usata per coprire le speculazioni di chi sui rincari ci ingrassa. 


L'Italia, numeri alla mano, non dipende affatto da Hormuz per il suo approvvigionamento. 


Noi compriamo dalla Libia, dagli Stati Uniti, dalla Norvegia e dal Kazakistan. 


Dal Golfo arriva a malapena il 12 per cento del nostro greggio. 

La verità è che non c'è nessuna carenza fisica di petrolio, ci sono solo ingorghi logistici e la solita, famelica ingordigia dei mercati finanziari a cui i governi fanno da complici.  


Così, mentre chiudono i notiziari con le immagini delle petroliere in Medio Oriente, tu continui a pagare il gasolio due euro al litro, sapendo che quasi metà se lo prende lo Stato per poi lanciarti due centesimi di resto. 


Non è un problema di libero mercato, è un problema di decenza. 


E finché accetteremo che ci raccontino la favola di Hormuz per giustificare un furto legalizzato, continueremo a pagare in silenzio il pieno più salato d'Europa.

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