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lunedì 5 ottobre 2026

LA DIFFERENZA TRA INCASSO E GUADAGNO E I MISERI TRENTA EURO CON CUI DEVI CAMPARE

 

Cento euro incassati non sono cento euro guadagnati. E la distanza tra le statistiche e la vita quotidiana si misura in ciò che rimane.


Alla fine restano trenta euro. Talvolta meno. Con quelli devi fare la spesa, pagare la casa, mantenere i figli, affrontare un imprevisto. E, se quel residuo è ancora al lordo dell’imposta sul reddito, devi prima accantonare anche l’IRPEF.


È da questa contabilità quotidiana che dovrebbe partire il dibattito sul peso del fisco.


L’ISTAT indica una pressione fiscale del 43,5% nel secondo trimestre 2026. Il dato misura il rapporto tra imposte, contributi e prodotto interno lordo. Non significa che ogni cittadino conservi 56,50 euro per ogni cento incassati. Presentarlo come una fotografia del denaro che rimane nelle tasche delle persone sarebbe un uso fuorviante della statistica. (istat.it⁠)


Prendiamo un esempio concreto, dichiarandone le ipotesi. Un professionista in regime ordinario incassa cento euro, IVA esclusa. Sessanta servono a sostenere costi dell’attività interamente deducibili: locali, materiali, servizi, attrezzature. Restano quaranta euro. Se è iscritto alla Gestione separata INPS con aliquota del 26,07%, i contributi su quei quaranta assorbono altri 10,43 euro. Il residuo è di 29,57 euro, prima dell’IRPEF, assumendo che i contributi siano versati e deducibili nello stesso anno. L’aliquota contributiva citata riguarda una specifica categoria di professionisti, non tutti i lavoratori autonomi. (inps.it⁠)


Ecco i trenta euro. Non una media nazionale, ma il risultato possibile di un’attività con quella struttura di costi.


Bisogna però essere onesti fino in fondo: non è stato il fisco a prendere tutti gli altri settanta. Sessanta sono serviti a lavorare; poco più di dieci sono contributi previdenziali, che finanziano anche diritti e prestazioni. Confondere queste voci renderebbe facilmente attaccabile una denuncia che merita invece precisione.


La questione politica resta: quanto reddito disponibile riesce a produrre il lavoro, una volta pagato tutto ciò che serve per esercitarlo e assolti gli obblighi fiscali e contributivi?


Chi lavora non vive di fatturato. Il fatturato può crescere mentre il margine si restringe. Si possono emettere più fatture, lavorare più ore e ritrovarsi con meno denaro per la famiglia. L’incasso misura quanto entra nell’attività; il reddito disponibile determina come puoi vivere.


Anche quel residuo incontra altre imposte quando viene speso. L’IVA è incorporata in molti acquisti; sui carburanti pesano anche le accise. Sono prelievi che incidono sul potere d’acquisto, ma che nella pressione fiscale nazionale sono già conteggiati: non possono essere aggiunti una seconda volta al 43,5%. (istat.it⁠)


Pagare le imposte è necessario per finanziare sanità, scuola, infrastrutture e protezione sociale. Proprio per questo è legittimo pretendere servizi accessibili, amministrazioni efficienti e regole comprensibili. Quando una famiglia deve acquistare privatamente una prestazione che il servizio pubblico non riesce a garantire in tempo, sostiene una spesa ulteriore. Non è una nuova imposta in senso statistico, ma è denaro che manca al bilancio domestico.


Una politica seria dovrebbe quindi affiancare al rapporto tra gettito e PIL una domanda molto più concreta: quanto resta, dopo costi, imposte e contributi, ai diversi livelli di reddito e nelle diverse attività?


Gridare che l’ISTAT falsifica i numeri senza dimostrarlo indebolisce la critica. Pretendere che un indicatore corretto non venga scambiato per una misura del benessere delle persone la rende più forte.


Perché con una percentuale nazionale non si paga il supermercato. Con quei trenta euro, ulteriormente ridotti dalle imposte ancora dovute, bisogna campare.

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