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giovedì 15 ottobre 2026

"Non voglio essere un'eroina, siate la mia voce": l'Iran condanna a morte una 23enne per un post sui social

 

Ci sono seicento vite cancellate quest'anno in Iran, ma oggi una voce ci chiede di non girare lo sguardo. Si chiama Najmeh Amini, ha 23 anni ed è una studentessa. La sua colpa, secondo un tribunale di Teheran, è la blasfemia. Il suo reato materiale: un post sui social media. Arrestata durante le proteste di gennaio, oggi attende l'esecuzione di una condanna a morte.

In una registrazione audio diffusa clandestinamente il mese scorso, la giovane ha lanciato un appello che spoglia questa tragedia di ogni retorica e ci chiama in causa direttamente. "Non voglio passare per un'eroina oggi. Voglio solo una cosa: siate la mia voce". È un messaggio rivolto alle Nazioni Unite, alle organizzazioni per i diritti umani, ma soprattutto a ciascuno di noi che ha la libertà di leggere e scrivere su uno schermo senza rischiare la vita.

I dati confermano una strategia del terrore sistematica. Le organizzazioni internazionali denunciano un uso crescente e spietato delle esecuzioni da parte del regime di Teheran: si contano almeno 600 casi dall'inizio dell'anno. Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights, ha avvertito che la condanna di Najmeh segna un'ulteriore e drammatica linea di non ritorno, tracciando l'allargamento della pena capitale alla semplice e pacifica espressione delle proprie opinioni.

Un tribunale che processa un'accusa del genere dopo mesi di detenzione, negando un difensore di fiducia e operando sotto il fondato sospetto di confessioni estorte con la violenza, non sta amministrando giustizia. Sta esercitando repressione. Il diritto internazionale è chiaro: la pena di morte, nei paesi dove ancora esiste, deve essere riservata esclusivamente ai crimini più gravi. Un post sui social non lo è, in nessun caso.

Al momento, non risulta che la sentenza sia stata eseguita. Finché c'è questo margine di tempo, le parole contano. E conta, in modo letale, anche il silenzio.

Najmeh non ha chiesto di essere ricordata come un'eroina, non cerca il martirio. Ha chiesto solo di essere ascoltata. Abbiamo un'arma pacifica e potentissima per rispondere al suo appello: scrivere il suo nome, condividere questi fatti verificati per far saltare l'isolamento mediatico e pretendere dai nostri governi che portino il suo caso in tutte le sedi internazionali.

Siate la sua voce, oggi, prima che decidano di spegnerla per sempre.


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