Una vittima chiede protezione e giustizia.
Un adolescente che commette violenza deve rispondere delle proprie azioni.
Ma una società adulta deve porsi anche un’altra domanda: che cosa può impedire che accada di nuovo?
Il decreto sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre introduce, per i minorenni dai 14 anni, la presunzione della capacità di intendere e di volere, fino a prova contraria.
È un cambiamento nell’accertamento dell’imputabilità: non una certificazione della maturità psicologica dei ragazzi.
Qui interviene l’Aupi, Associazione Unitaria Psicologi Italiani. Il segretario generale Ivan Iacob richiama una distinzione decisiva: evitare un gesto per paura della pena non equivale a comprenderne il danno.
Le sanzioni sono necessarie, ma da sole non costruiscono il rispetto degli altri.
Questa responsabilità coinvolge famiglie, scuola e istituzioni.
La scienza aiuta a capire perché.
Durante l’adolescenza sono ancora in maturazione le strutture cerebrali coinvolte nella pianificazione e nelle decisioni.
Il peso del gruppo può favorire scelte rischiose. Lo ricorda il National Institute of Mental Health statunitense.
Sono caratteristiche dello sviluppo, non diagnosi individuali né assoluzioni automatiche.
Educare significa dare limiti comprensibili, riconoscere la sofferenza provocata, imparare a gestire rabbia e frustrazione.
Per questo servono sostegno psicologico accessibile, educatori, continuità scolastica e aiuto ai genitori in difficoltà.
Servono adulti presenti anche prima dell’intervento della polizia.
Chiediamo dunque alla politica di affiancare alle sanzioni investimenti verificabili nella prevenzione e di valutarne i risultati. Proteggere le vittime significa anche lavorare perché non ce ne siano altre.
Punire può segnare un confine. Educare deve insegnare a rispettarlo anche quando nessuno guarda.

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