Da chirurgo, questo titolo mi addolora.
Penso a chi si affida a noi nel momento più fragile della propria vita.
E ai giovani medici che vorrebbero scegliere la sala operatoria, ma si domandano quale vita li aspetti.
Secondo i dati della Società Italiana di Chirurgia riportati dalla stampa, nel 2026 sono rimasti non assegnati 193 posti di specializzazione in chirurgia generale su 646: circa il 30%.
Il rischio prospettato di maggiori difficoltà di accesso per un intervento su dieci nei prossimi cinque anni è una previsione, non un destino inevitabile.
Possiamo ancora cambiare strada.
Servono formazione sul campo, équipe adeguate, riposi rispettati, retribuzioni proporzionate alle responsabilità.
E un sistema che tuteli chi subisce un danno e sappia accertare le responsabilità senza confondere automaticamente una complicanza con una colpa.
La dedizione ha bisogno di condizioni che permettano di lavorare bene.
Chiedere a un medico di resistere sempre, comunque, non può diventare un modello organizzativo.
Prendersi cura di chi cura significa proteggere chi domani entrerà in sala operatoria.
Potremmo essere noi.
A chi lavora negli ospedali e a chi aspetta un intervento: quale cambiamento considerate più urgente?
AG Rizzo




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