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martedì 13 ottobre 2026

Dietro ogni intervento chirurgico rimandato c’è una persona che ha paura. E una famiglia che aspetta.

 



Da chirurgo, questo titolo mi addolora. 

Penso a chi si affida a noi nel momento più fragile della propria vita. 

E ai giovani medici che vorrebbero scegliere la sala operatoria, ma si domandano quale vita li aspetti.


Secondo i dati della Società Italiana di Chirurgia riportati dalla stampa, nel 2026 sono rimasti non assegnati 193 posti di specializzazione in chirurgia generale su 646: circa il 30%. 

Il rischio prospettato di maggiori difficoltà di accesso per un intervento su dieci nei prossimi cinque anni è una previsione, non un destino inevitabile.


Possiamo ancora cambiare strada. 

Servono formazione sul campo, équipe adeguate, riposi rispettati, retribuzioni proporzionate alle responsabilità. 

E un sistema che tuteli chi subisce un danno e sappia accertare le responsabilità senza confondere automaticamente una complicanza con una colpa.


La dedizione ha bisogno di condizioni che permettano di lavorare bene. 

Chiedere a un medico di resistere sempre, comunque, non può diventare un modello organizzativo.


Prendersi cura di chi cura significa proteggere chi domani entrerà in sala operatoria. 

Potremmo essere noi.


A chi lavora negli ospedali e a chi aspetta un intervento: quale cambiamento considerate più urgente?

AG Rizzo 



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