l caso Minetti riapre una finestra scomoda sul ventennio berlusconiano e su chi, in quel ventennio, sedeva comodamente ai piani alti.
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l caso Minetti riapre una finestra scomoda sul ventennio berlusconiano e su chi, in quel ventennio, sedeva comodamente ai piani alti.
a cura di Anna Lombardo
Quando la propaganda si ritira, emerge la realtà: non un caso ideologico, ma una vicenda di diritti negati ai minori e di tutela necessaria.
La relazione della psichiatra nominata dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila introduce nella vicenda dei “bambini del bosco” un elemento che la politica, per settimane, ha accuratamente evitato: la realtà. Una realtà fatta di isolamento sociale, di occasioni negate di crescita e confronto, di un ambiente familiare incapace, allo stato, di garantire i bisogni evolutivi dei minori. Non è un giudizio ideologico, ma tecnico: competenze genitoriali ritenute inadeguate, pur con margini di recupero, e diritti fondamentali – istruzione, salute, socialità – compressi fino a diventare eccezione.
Eppure, mentre la perizia restituisce un quadro articolato e problematico, il dibattito pubblico si è mosso altrove. La vicenda è stata piegata a narrazione, arruolata come prova di una magistratura invasiva, quasi persecutoria, utile a sostenere tesi precostituite nel pieno della campagna referendaria sulla giustizia. I minori, da soggetti fragili da tutelare, sono diventati simboli da esibire; i magistrati, da garanti dei diritti, bersagli polemici. Una semplificazione tanto efficace quanto infedele.
Ora che la pressione politica si allenta, resta il dato che più disturba: l’intervento della magistratura appare coerente proprio con ciò che la relazione descrive, cioè la necessità di proteggere i bambini da un contesto che ne limita gravemente lo sviluppo. È qui che l’ipocrisia si rivela per ciò che è stata: un uso strumentale di una storia complessa, sacrificata alla logica del consenso. Perché, al netto degli slogan, rimane una domanda essenziale – e scomoda –: chi difende davvero i diritti dei minori quando la loro tutela smette di essere utile alla polemica?
CORSIVO
Da Almasri al Quirinale, passando per il referendum: Nordio resiste a tutto. Anche alla logica.
C'è un mistero che percorre i corridoi di Palazzo Chigi come una corrente d'aria gelida: perché Nordio è ancora lì?
Non è una domanda retorica. È un enigma zoologico. Il ministro ha inanellato, con metodica costanza, una sequenza di disastri che avrebbe abbattuto chiunque: il caso Cospito gestito con l'aplomb di chi trova una buca in giardino e ci pianta un geranio; il caso Almasri, col tagliagole libico rispedito a casa in volo di Stato come ospite sgradito ma riguardoso; il referendum sulla giustizia, naufragato sonoramente mentre lui distribuiva epiteti sui magistrati come fossero cioccolatini; e ora l'affaire Minetti, col Quirinale in un cortocircuito degno di Feydeau.
Ad ogni disastro, la stessa liturgia: "Mi assumo le responsabilità politiche". Poi silenzio. Poi il prossimo disastro.
Meloni lo sa, naturalmente. Lo sa e tace. Perché Nordio non è un ministro: è un feticcio. Fu scelto nel 2022 come simbolo di qualità, vessillo del garantismo, prova che il governo del popolo poteva permettersi figure di spessore. Ora è diventato altro: la prova che certi errori non si riparano, si amministrano.
La "zarina" Bartolozzi, ministro-ombra di un ministro che guardava sfilare i decreti giustizialisti sorseggiando lo spritz, è già stata defenestrata. Resta lui. Imperturbabile. Come quei vasi di cristallo che nessuno osa spostare per paura di rompere qualcos'altro.
Chiudetelo in frigo, chiedeva un collega. Suggerimento generoso. Ma i frigoriferi di Stato, si sa, non abbassano mai abbastanza la temperatura.
CORSIVO
Tre anni e mezzo di governo, un programma rivoluzionario e un risultato: tutto come prima. Perfino le scuse.
di Roberto Barbera*
Quando un'azienda sceglie il 25 aprile per comunicare ai sindacati che lo sciopero è irresponsabile, o sbaglia il calendario o ha un senso dell'ironia che meriterebbe miglior causa.
*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico
La dignità non ha prezzo. Non è in vendita e non è negoziabile.
Non è un bonus aziendale da inserire in busta paga, né una medaglia da appendere al petto dei “meritevoli”.
Non è un privilegio riservato a chi parla meglio, veste meglio, o produce di più.
La dignità non si concede. Non si elargisce. Non è un favore che fai a qualcuno quando ti svegli di buon umore.
È il minimo sindacale dell’umanità.
Il punto di partenza, non il premio di fine corsa.
Quando entri in una stanza , che sia un ufficio, una casa, un’aula o una chat , ogni persona che incontri la porta già con sé.
Non gliela stai dando tu. La riconosci, e basta.
Chi tratta la dignità come un’opzione, come qualcosa da dosare a seconda del ruolo, del rendimento o della simpatia, non sta sbagliando una strategia di gestione. Sta sbagliando l’essere umano.
Perché puoi non avere tutte le risposte. Puoi essere stanco, sotto pressione, fallibile.
Ma se ti dimentichi che davanti a te c’è una persona ,non un numero, non un problema da risolvere, non un ostacolo , allora hai perso la bussola.
La dignità non si insegna nei master.
Si pratica ogni volta che scegli di ascoltare prima di giudicare, di rispettare prima di comandare, di vedere l’altro prima di misurare quanto ti serve.
Non costa nulla. Eppure vale tutto.
Una libertà mai compiuta.
Nel giorno della Liberazione, un libro del 1963 torna a interrogarci sul male che abita la normalità.
C'è una fotografia di Hannah Arendt che dice più di mille biografie: sigaretta accesa, sguardo obliquo, un mezzo sorriso già sfida al mondo. Nata ad Hannover nel 1906 in una famiglia ebraica laica, studia filosofia a Marburgo — diventa allieva e amante segreta di Heidegger, il maestro che sceglierà il nazismo — e consegue il dottorato su Agostino e l'amore. Quando Hitler prende il potere, la Gestapo la arresta. Fugge: Praga, Parigi, i campi d'internamento francesi, poi New York, apolide, sopravvissuta. Muore nel 1975, il dattiloscritto ancora nella macchina da scrivere. Una vita che è essa stessa un testo.
Nel 1961 va a Gerusalemme per il processo a Eichmann, il colonnello delle SS che organizzò la logistica dello sterminio. Si aspettava un mostro. Trovò un impiegato: mediocre, privo di odio, incapace di pensiero autonomo, uno che eseguiva ordini e compilava moduli. Da quella vertigine nasce “La banalità del male”: il male non abita i demoni, abita la normalità. Non è ferocia, è assenza — di riflessione, di empatia, di quella fatica morale che ci rende umani. Il totalitarismo cerca individui per cui la distinzione tra vero e falso non esiste più. Il libro scandalizzò per aver posto la questione delle responsabilità dei Consigli ebraici nello sterminio: Arendt non cercava colpe, cercava la verità, anche quando bruciava.
Il 25 aprile non è una data. È una scelta. Mussolini diceva che il fascismo è dentro di noi: lui lo aveva semplicemente liberato. Arendt ha mostrato dove abita: nel funzionario zelante, nel cittadino che smette di pensare. Ed è qui che il cerchio si chiude, con un'allegoria che brucia. Guardiamo Netanyahu e la sua macchina da guerra — non il popolo di Israele, non la sua storia di dolore e sapienza, non quella voce profetica che nell'ebraismo custodisce il comandamento: "anche voi foste stranieri in terra d'Egitto" — e vediamo qualcosa che Arendt riconoscerebbe: la sicurezza trasformata in ideologia, il confine che avanza fino a coincidere con la negazione dell'altro. Resistere alla banalità del male significa anche questo: non rendere banale la nostra vita, tenere acceso il pensiero, anche quando ci lascia soli.
di Carmelo Tringali Si sono conclusi sabato scorso ad Alì Terme i solenni festeggiamenti in onore di Maria Ausiliatrice , un appuntamen...