Tra frontiere e umanità. Da Pio XII a Leone XIV: le radici storiche della vicinanza alla persone che si spostano.
di Andrea Riccardi *
Leone XIV si reca, per la seconda volta in un mese, sulla frontiera tra i migranti e l’Europa, a Lampedusa dopo la visita alle Canarie. Frontiera invisibile, sul mare, segnata da tanti dolori e morti.
Da dove viene la costante cura della Chiesa per i migranti? È stata spiegata con il «radicalismo» di papa Francesco, che, a inizio pontificato, gridò da Lampedusa: «In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza». Denunciava un mondo globale, in cui circolazioni di merci sono favorite, ma si alzano muri per migranti e rifugiati. Questa politica s’impone, seppure la crisi demografica evidenzia la necessità di vari Paesi europei di nuovi lavoratori. Tale politica esprime una paura, spesso alimentata ad arte: il nostro mondo non rischia l’invasione o la sostituzione etnica? Diceva Primo Levi: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi…». Lo scriveva in Se questo è un uomo, testimoniando i tragici effetti di tale convinzione.
La Chiesa non tradisce il «mondo cristiano» scegliendo i migranti? Non teme sia travolto da tanti nuovi arrivati, magari di altra religione?
I Papi guardano prima di tutto a donne e uomini in grave difficoltà: «Ogni barca che arriva — ha detto papa Leone — non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». La morte dei migranti mostra la disumanità del mondo globale. La Chiesa vuole invece rasserenare lo sguardo sui migranti, partendo dall’idea che si può fare molto: «La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera». La sua risposta è articolata: «vie legali e sicure», «lotta ai trafficanti di vite umane», «accoglienza e integrazione», riconoscendo «il diritto di cercare rifugio», ma anche quello di restare nella propria terra, liberi dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni.
L’atteggiamento non è di oggi, ma ha radici antiche.
È maturato, tra XIX e XX secolo, quando la Chiesa cercava di accompagnare l’esodo degli europei verso le Americhe, con tante iniziative, creando congregazioni religiose a questo fine. Si è misurato con i profughi armeni, dopo i massacri ottomani. È cresciuto tra gli esodi e le deportazioni nell’Europa delle due guerre mondiali. Ha ricevuto un’espressione organica nel 1952 nella costituzione Exsul Familia di Pio XII, un Papa considerato «conservatore», ma che affermava principi che oggi sarebbero tacciati di estremismo. Già nel 1941 aveva affermato «il diritto della famiglia a uno spazio vitale». L’imperialismo nazista considerava centrale il diritto allo «spazio vitale» (Lebensraum): l’espansione del Reich. Invece per Pio XII, è la famiglia migrante il soggetto titolare del diritto allo spazio vitale in un rapporto positivo «tra il Paese di emigrazione e il Paese di immigrazione». Il Papa protesta contro gli Stati che «restringono il naturale diritto all’emigrazione» e contro quelli che spostano a forza le popolazioni. Per lui, nel 1952, emigrare è un «diritto naturale» da proteggere.
Questa visione, di gran lunga precedente alla globalizzazione, è radicata nel sentire «cattolico», universale della Chiesa, che «non deve infeudarsi ad alcun gruppo etnico» — dice Pio XII: «una vera madre, la madre di tutte le nazioni e di tutti i popoli, non meno che dei singoli uomini e, precisamente perché madre, non appartiene… a questo o quel popolo».
Cosmopolitismo? La storia dell’«utopia» cattolica, per così dire, è concreata e secolare: «la Chiesa è dunque soprannazionale, perché del tutto indivisibile e universale» — conclude Pio XII. La sua universalità è in tensione con la dimensione nazionale, in lotta con la sua assolutizzazione, come nel caso della migrazione o della guerra. Lo si nota di più oggi, quando tante organizzazioni internazionali sono appassite, mentre gli interessi nazionali sono proposti con esclusivismo, come se non necessitassero — per realizzarsi — di un orizzonte più vasto. Del resto, nel mondo connesso di oggi, si vedono dolorosamente i danni di una visione esclusivista.
* Storico, studioso della Chiesa in età moderna e contemporanea. Ha fondato nel 1968 la Comunità di Sant'Egidio ed è stato ministro per la Cooperazione Internazionale dal 2011 al 2013. Docente di Storia Contemporanea alla Sapienza e a Roma Tre. Tre lauree honoris causa. Mediatore di pace in Mozambico, Guatemala, Costa d'Avorio e Guinea, ha ricevuto il Karlspreis (2009) e nel 2003 è stato incluso da "Time" tra i trentasei "eroi moderni" d'Europa.
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