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mercoledì 22 luglio 2026

AUGUST DARNELL

 



Il barone del funk in doppiopetto bianco inventò un personaggio, Kid Creole, e ci costruì sopra un intero carnevale sonoro: latin, calypso, big band e disco, con le Coconuts a fargli da coro e da specchio. "Stool Pigeon" resta il manifesto di quella festa mobile.


C'è un momento, nella storia del pop, in cui la musica smette di essere solo suono e diventa messinscena, teatro, travestimento. August Darnell lo capì prima di molti altri, e se ne fece un nome d'arte come si indossa un abito di scena: Kid Creole. Non un semplice pseudonimo, ma un personaggio completo, con tanto di completo bianco a righe, panama in testa e un sorriso da furfante d'operetta che prometteva guai e balli fino all'alba. Attorno a lui, tre coriste che erano molto più di un contorno vocale: le Coconuts, trio di ballerine e coriste dal fascino tropicale, complici e contraltare femminile di un frontman che sul palco recitava la parte del seduttore un po' guascone, un po' bambino. Il fenomeno esplose nei primi anni Ottanta, quando l'operazione Kid Creole and the Coconuts si rivelò molto più solida di una semplice trovata da discoteca. Darnell veniva da una gavetta seria, tra i fasti orchestrali di Dr. Buzzard's Original Savannah Band, e portò in dote quella lezione: gli archi, i fiati, l'eleganza da big band applicata a un groove che pescava senza vergogna nel funk, nel calypso, nella disco e nel latin più solare. Il risultato non era un pastiche, ma un cocktail preciso, shakerato con mestiere, capace di far ballare senza mai rinunciare all'ironia del racconto.

"Stool Pigeon" 

è forse il brano che meglio racchiude questa alchimia: un funk scattante, a tratti spavaldo, costruito su un basso che cammina e un arrangiamento a fiati che punzecchia come una banda di paese impazzita. Il testo, con quel suo vocabolario da gangster movie in miniatura, racconta la storia di un delatore, di un tradimento da saldare, ma lo fa con la leggerezza di chi sa che la pista da ballo perdona tutto, anche i conti in sospeso tra amici. È pop drammaturgico, teatro da tre minuti e mezzo, ed è per questo che ha attraversato indenne quattro decenni, sopravvivendo alle mode che lo avevano generato.
Perché la storia di Kid Creole non si è chiusa negli anni Ottanta, come capitò a tanti compagni di quella stagione. Darnell ha continuato a incidere, a reinventare il personaggio, a portarlo in tour in Europa, dove peraltro trovò sempre un pubblico più fedele che in patria. Ancora oggi, risulta attivo sui palchi, ultimo sopravvissuto di un'idea di spettacolo in cui la musica nera d'America si mescolava senza complessi al varietà, al cabaret, alla rivista. Un barone decaduto solo nella finzione del suo personaggio: nella realtà, un sopravvissuto elegantissimo.





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