CORSIVO
Caro gioielliere,
mi permetta di chiamarla così, con affetto quasi paesano, visto che ormai la conosce meglio di noi anche chi non ha mai comprato un anello in vita sua. Lei si è costituito, l'altro giorno, con l'aria di chi rende un favore allo Stato più che riceverne una condanna. Bel gesto. Quasi commovente, se non fosse che nel mezzo ci sono due uomini morti, dei quali, mi corregga se sbaglio, si parla ormai meno di quanto si parli della sua, di coscienza.
Già, la coscienza. Lei ce l'ha a posto, dice. E fin qui, sia chiaro, nessuno le contesta il diritto di dormire sonni tranquilli: è una faccenda privata, tra lei e il cuscino. Il problema nasce quando la coscienza privata pretende di dare lezioni alla coscienza pubblica, e si permette - le do atto, con un coraggio che ai tempi nostri chiameremmo sfrontatezza - di suggerire al Capo dello Stato dove mettere la mano. Ai miei tempi, per molto meno, si finiva sui libri di storia come esempio di cattiva educazione istituzionale. Ai tempi suoi, pare, si finisce candidati.
E che schiera, caro gioielliere, che ha saputo mettere insieme! C'è chi la difende parlando d'altro, con quella prudenza tipica di chi vuole il vantaggio senza la responsabilità. C'è chi vorrebbe portarla in lista, come si porta un trofeo di caccia. C'è perfino un sottosegretario alla Giustizia - alla Giustizia, si badi - che invece di occuparsi della sua condanna si occupa di rimproverare chi gliela ricorda. Fossi in lei, un pensierino sulla Provvidenza me lo farei: raramente un condannato ha trovato tanti avvocati gratuiti e così ben pettinati.
Il Quirinale, nel frattempo, ha fatto una cosa che ai suoi sostenitori sembra un affronto e a me sembra, semplicemente, il suo mestiere: ha chiesto di vedere le carte prima di firmare. Lei la chiama ostruzione. Io, che sono vecchio e affezionato alle parole vecchie, la chiamo ancora Costituzione.
Suo, Ponzio Aquila.
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