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sabato 25 aprile 2026

SICILIA, LA LIBERAZIONE INFINITA TRA MACERIE E VERITÀ

 


Una libertà mai compiuta.


La Festa della Liberazione, in Messina e in Sicilia, ha un andamento irregolare. Ufficialmente cade il 25 aprile. Storicamente, preferisce non cadere affatto. Si distribuisce nel tempo, come certe verità scomode che non trovano un giorno adatto per essere celebrate. Altrove la Liberazione è un fatto. Qui è una questione. Nel 1922, quando il Fascismo prende il potere, la Sicilia è già in ritardo: redditi inferiori di circa il 50% rispetto al Nord, oltre il 60% della popolazione attiva in agricoltura, analfabetismo che in molte aree supera il 40%. Non è un Paese da conquistare: è una realtà da amministrare. Il regime promette ordine. Si dice che le porte restassero aperte. Una sicurezza, si capisce, più statistica che sostanziale.
Nelle campagne, l’ordine ha già i suoi custodi. Non servono sempre le camicie nere: bastano i campieri, le reti locali, una disciplina senza uniforme. Il fascismo, in Sicilia, più che imporsi, si adatta.
Poi arriva la guerra, che ha il pregio di non mentire.

Nel 1943, con l’Operazione Husky, la Sicilia è il primo pezzo d’Italia a uscire dal regime. Messina viene distrutta: bombardamenti, infrastrutture annientate, economia azzerata. La liberazione arriva, ma trova poco da liberare se non le macerie.
Nel frattempo, mentre al Nord si costruisce la mitologia della Resistenza, qui la transizione è più sobria, quasi amministrativa. Figure come Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo, mafiosi della Sicilia centro occidentale si fanno garanti di un credito patriottico mai oisseduto e trattano e guidono l'esercito americano nella sua marcia di conquista verso il resto d'Italia mostrando una notevole capacità di adattamento. Cambiano i governi, non sempre i mediatori.
La vera data sparyiacue drlla liberazione siciliana arriva dopo, come spesso accade nelle storie italiane. Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, i contadini festeggiano e vengono uccisi. La Strage di Portella della Ginestra non è solo una strage: è un chiarimento. La libertà politica non coincide automaticamente con la giustizia sociale. È, se si vuole, la prima nota a piè di pagina della Repubblica.

Da quel momento, il calendario siciliano della Liberazione resta aperto.
I dati, come sempre, sono meno retorici delle celebrazioni: disoccupazione alta, redditi persistentemente inferiori alla media nazionale, emigrazione di massa per decenni. La libertà, per molti, coincide con la possibilità di partire. Non esattamente ciò che si intendeva nel 1945.
E tuttavia, sarebbe un errore fermarsi alla diagnosi. La Sicilia ha una forma di resistenza meno appariscente, più lenta, quasi ostinata. Non produce epopee, ma continuità. Non proclama, ma persiste. È una libertà che non si dichiara, si misura.
Così, ogni 25 aprile, mentre il Paese celebra, l’isola riflette.
Non tanto su quando sia avvenuta la Liberazione,
ma su quanto, davvero, sia stata realizzata. ♓

venerdì 24 aprile 2026

"LA BANALITÀ DEL MALE", ETERNO RITORNO

 


a cura di E. L. M. Irali

Nel giorno della Liberazione, un libro del 1963 torna a interrogarci sul male che abita la normalità.

 

C'è una fotografia di Hannah Arendt che dice più di mille biografie: sigaretta accesa, sguardo obliquo, un mezzo sorriso già sfida al mondo. Nata ad Hannover nel 1906 in una famiglia ebraica laica, studia filosofia a Marburgo — diventa allieva e amante segreta di Heidegger, il maestro che sceglierà il nazismo — e consegue il dottorato su Agostino e l'amore. Quando Hitler prende il potere, la Gestapo la arresta. Fugge: Praga, Parigi, i campi d'internamento francesi, poi New York, apolide, sopravvissuta. Muore nel 1975, il dattiloscritto ancora nella macchina da scrivere. Una vita che è essa stessa un testo.

 

Nel 1961 va a Gerusalemme per il processo a Eichmann, il colonnello delle SS che organizzò la logistica dello sterminio. Si aspettava un mostro. Trovò un impiegato: mediocre, privo di odio, incapace di pensiero autonomo, uno che eseguiva ordini e compilava moduli. Da quella vertigine nasce “La banalità del male”: il male non abita i demoni, abita la normalità. Non è ferocia, è assenza — di riflessione, di empatia, di quella fatica morale che ci rende umani. Il totalitarismo cerca individui per cui la distinzione tra vero e falso non esiste più. Il libro scandalizzò per aver posto la questione delle responsabilità dei Consigli ebraici nello sterminio: Arendt non cercava colpe, cercava la verità, anche quando bruciava.

 

Il 25 aprile non è una data. È una scelta. Mussolini diceva che il fascismo è dentro di noi: lui lo aveva semplicemente liberato. Arendt ha mostrato dove abita: nel funzionario zelante, nel cittadino che smette di pensare. Ed è qui che il cerchio si chiude, con un'allegoria che brucia. Guardiamo Netanyahu e la sua macchina da guerra — non il popolo di Israele, non la sua storia di dolore e sapienza, non quella voce profetica che nell'ebraismo custodisce il comandamento: "anche voi foste stranieri in terra d'Egitto" — e vediamo qualcosa che Arendt riconoscerebbe: la sicurezza trasformata in ideologia, il confine che avanza fino a coincidere con la negazione dell'altro. Resistere alla banalità del male significa anche questo: non rendere banale la nostra vita, tenere acceso il pensiero, anche quando ci lascia soli.

AUTOBUS NUOVI, CITTÀ FERMA



 di Roberto Barbera*



Messina ha la flotta elettrica più giovane del Sud. Le strade, i villaggi, le abitudini sono rimaste al 1987.


Bisogna riconoscerlo: i numeri di ATM fanno una certa impressione. Duecento autobus, età media quattro anni, cinquantaseimila abbonati, fatturato raddoppiato in otto anni. Ventinove nuovi elettrici Iveco parcheggiati in piazza Duomo come una sfilata di moda. Altri diciotto in arrivo entro giugno. La flotta elettrica, dicono, è già il doppio di quella delle altre città italiane. Un primato meridionale, forse nazionale. Peccato che a Messina, nel frattempo, per andare a Castanea bisogna ancora avere un parente con la macchina. L' ATM ha fatto quello che le amministrazioni le hanno chiesto: ammodernare il parco mezzi, aumentare le frequenze sulle direttrici principali, costruire un abbonamento appetibile. Ma il MoveMe a cinquanta euro l'anno serve a chi ha dove andare con l'autobus. Per chi abita sopra i trecento metri di quota, è una beffa con la grafica bella.

Il Rapporto MobilitAria 2025 del CNR fotografa un'Italia in stallo sulla mobilità sostenibile, con il Mezzogiorno in coda e Catania ultima — più auto che abitanti. Messina galleggia in una zona grigia che è, forse, la più pericolosa: quella dell'autocompiacimento. Si conta il numero degli abbonati, si taglia il nastro davanti agli Iveco elettrici e si ritiene il lavoro fatto. Il lavoro non è fatto. Mancano tre cose. Prima: le ZTL dinamiche. Le città europee che hanno ridotto davvero il traffico — Oslo, Stoccolma, New York — hanno introdotto pedaggi urbani variabili per orario e qualità dell'aria. Non è fantascienza: è uno strumento raccomandato dal Ministero dell'Ambiente. Messina ha ZTL ferme agli anni Novanta. Seconda: l'intermodalità. La riqualificazione della tranvia è un'occasione per costruire hub dove il tram incontra l'autobus e l'autobus incontra il bike sharing elettrico. Bologna lo fa. Bergamo lo fa.

 Messina ha il tram e gli autobus, ma non ha ancora capito che devono parlarsi. Terza: la mobilità a chiamata per i villaggi. ATM ha già sperimentato il servizio a chiamata per Torre Faro. Funziona, costa poco, richiede organizzazione. Estenderlo ai villaggi collinari sarebbe coerente con il tema europeo 2026 — "Mobilità per tutti" — e finanziabile con i sette miliardi del Piano Sociale per il Clima UE destinati all'Italia.
Longanesi diceva che gli italiani sono santi, poeti, navigatori e gente che parcheggia in doppia fila. Aggiungerei: e amministratori che comprano autobus elettrici e lasciano i quartieri alti a piedi. Il problema di Messina non è la flotta. È la visione. Usare il mezzo più moderno solo dove è già comodo è come comprare un frigorifero nuovo e tenerlo spento. Fa bella figura. Non conserva niente. La prossima giunta erediterà un'azienda dei trasporti risanata e una città che si muove ancora come cinquant'anni fa nelle sue periferie verticali. Sarebbe il momento di smettere di tagliare nastri e cominciare a tracciare percorsi.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

giovedì 23 aprile 2026

CICALE E FORMICHE. L'ORCHESTRA SUONA MENTRE LA NAVE AFFONDA

 


Deficit, PNRR, residui attivi: la grande recita bipartisan del fallimento.

 Il Documento di Economia e Finanza appena pubblicato certifica, con la flemma asettica dei numeri, quello che un qualunque studente di economia al primo anno già sa: nei cicli favorevoli si consolida, si risparmia, si costruiscono margini. L'Italia ha fatto l'opposto. Tassi contenuti, esportazioni in salute, mercato del lavoro in espansione: la bonaccia perfetta per alleggerire il peso di un debito monstre. Risultato? Il rapporto debito/PIL è salito comunque, dal 135,8 al 137,7 per cento. Un'occasione non solo sprecata, ma derisa. E ora, con lo shock energetico alle porte, 186 miliardi di titoli da rinnovare entro fine anno e la crisi di Hormuz sullo sfondo, il governo scopre che la cassa è vuota e si avvicina al patto di stabilità come un'automobilista ubriaco al guard-rail: con la certezza matematica dell'impatto, e la speranza irrazionale di scamparne.

Giorgia Meloni, in questo frangente, sceglie la tattica collaudata del capro espiatorio postdatato. La colpa, naturalmente, è del Superbonus. Peccato che il Superbonus lo abbia votato anche lei, che abbia contribuito a far cadere Draghi — il quale intendeva eliminarlo — e che se lo sia tenuto in eredità senza abolirlo per quattro anni di governo con la maggioranza più solida e ampia della storia repubblicana recente. Invocare un mostro di un lustro fa offende l'intelligenza persino degli elettori più benevolenti. Perché il vero buco non è patrimoniale, è di cassa: novanta miliardi di euro di gettito fiscale non riscosso ogni anno, e un attivo dello Stato costruito sulla sabbia di 1.100 miliardi di residui attivi — crediti inesigibili, morosità strutturali, fantasmi contabili che ogni cinque anni vanno in prescrizione senza che nessuno si degni di parlarne. Di questo, Meloni non dice una parola. Preferisce il nemico antico al problema attuale.

Ma sarebbe ingeneroso lasciare il Partito Democratico fuori dalla scena. Alessandro Alfieri, responsabile PNRR nella segreteria Schlein, annuncia con olimpica disinvoltura che il Pd «non darà nessun sì preventivo» allo scostamento di bilancio, ma valuterà «nell'interesse del Paese». Traduzione: se il governo sfonda il tetto, e se la cosa piace, ci sarà anche il loro voto favorevole. Il grande partito di opposizione che si prepara a benedire il commissariamento fiscale dell'Italia con una scrollata di spalle e un «dipende». Povera Italia, davvero: a destra una premier che cerca alibi nel passato, a sinistra un'opposizione che offre complicità spacciandola per responsabilità. Nel mezzo, i conti che non tornano, i residui che si  prescrivono e la tempesta che avanza.♓



L'AMBASCIATORE CHIAMATO PER UN GUITTO DA TALK SHOW


CORSIVO

 Tra insulti da propaganda e reazioni istituzionali sproporzionate, la politica italiana inciampa nel teatro della tv urlata.

Il copione è quello noto: Vladimir Solovyov, trombettiere televisivo del Cremlino, trasforma l’insulto in format e scende nel triviale contro Giorgia Meloni. Nulla di nuovo sotto i riflettori di Mosca, dove l’invettiva è linguaggio di sistema e non scivolone. Più interessante è il rimbalzo domestico: lo stesso Solovyov, volto familiare anche nei salotti più rumorosi di Mediaset, trova spazio nei talk di Rete 4, arene costruite sul conflitto permanente. Non è ispirazione: è importazione diretta di un tono, di un metodo, di un’idea di dibattito come ring.

Qui però la satira si ferma e comincia il problema. Perché quando la politica si nutre di queste piazze televisive, finisce per parlarne la lingua: semplificata, gridata, binaria. Un pubblico ampio e fedele — anziano, poco incline all’approfondimento, più spettatore che lettore — diventa il terreno perfetto per una narrazione senza sfumature. E così l’insulto estero non resta folklore: trova eco, si moltiplica, si legittima per riflesso. Il paradosso è che ci si indigna per il messaggero, ma si coltiva da anni il palcoscenico che lo rende efficace.

Poi arriva la risposta istituzionale, e qui il corto circuito si fa completo. Il ministro Antonio Tajani convoca l’ambasciatore: atto solenne, quasi da crisi diplomatica, per le parole di un conduttore. Il Quirinale, con Sergio Mattarella, esprime solidarietà. Tutto legittimo, ma sproporzionato. Non è Vladimir Putin a parlare, né un membro del governo russo: è un uomo di televisione. In uno Stato liberale esistono altri strumenti: querela, tribunali, diritto. Il rischio, altrimenti, è capovolgere la scena: lo Stato che insegue il talk show, la diplomazia che rincorre la propaganda. E alla fine resta l’immagine più amara: mentre si invocano interessi nazionali e sovranità, si finisce per prendere lezioni — rovesciate e involontarie — proprio da chi di quelle parole fa un mestiere.

…. LE SOLUZIONI ITALIANE

 


LA SICILIA CHE AFFONDA E IL CORO CHE DECLAMA



 Agamennone non vide le fiamme né i traditori in casa. Morì con la sua città. Schifani non vede la Sicilia che brucia. Atene si salvò perché arrivò Temistocle — caratteraccio, insopportabile, ma aveva ragione lui. C'è un Temistocle in Sicilia?


C'è qualcosa di profondamente classico — nel senso di Eschilo, non di eccellenza — nella parabola del centrodestra siciliano. La tragedia greca prevedeva un eroe, una colpa, un coro che commentava senza poter intervenire, e una catastrofe annunciata che nessuno voleva scongiurare. La Sicilia del 2026 non è da meno: rinvii a giudizio, assessori sotto processo per mafia, un presidente dell'Ars nella stessa identica situazione dell'assessore al Turismo, e una giunta regionale che somiglia sempre più a un'udienza preliminare itinerante. Il coro commenta: «Non è il momento di fare polemiche».

Fuori dal palazzo, il panorama è quello che è. I Comuni navigano in acque debitorie con equipaggi improvvisati e bussole smarrite. Il PNRR ristagna al trenta per cento: altrove produrrebbe dimissioni in cascata, qui produce convegni. La costa jonica paga i postumi di cicloni che hanno devastato territori abusivamente edificati e abbandonati alla furia degli elementi. I governanti rispondono con l'unico strumento che possiedono in abbondanza: la negazione. 

Sullo sfondo: guerre, dazi, alleati trumpiani che ci trattano con la cordialità riservata a un fastidio stagionale, e i conti pubblici in procedura di infrazione. In questo copione da tragedia attica emerge, per contrasto, una figura scomoda. Cateno De Luca non è un eroe rassicurante: è divisivo, eccessivo, a tratti insopportabile. Come Temistocle, che gli ateniesi prima usarono per vincere a Salamina e poi ostracizzarono perché non riuscivano a tollerarne l'ingombro. Ma Salamina l'aveva vinta lui. I territori dove De Luca ha governato hanno qualcosa di anacronisticamente raro: i conti tornano, le strade si fanno, i cittadini vengono trattati da cittadini. Il Pd, la sinistra e tutti gli uomini e donne di buona volontà presenti in tutti gli schieramenti devono scegliere: o ci si allea con chi sa amministrare, accettando l'ingombro, o si diventa complici di una maledizione che dura da troppo. Ai siciliani, la sentenza. ♓

mercoledì 22 aprile 2026

DEMOCRAZIA , GENIALE FOLLIA O GARA DI IMBECILLI? QUANDO GLI ANALFABETI FUNZIONALI DECIDONO PER TUTTI



 Immagina, devi operarti. 

Il chirurgo? 

Lo scegli su TikTok,  sulla base del numero dei like di un filmato , grazie al quale vince chi balla meglio in sala operatoria. 


Benvenuto nella democrazia 2.0! 

Sembra una barzelletta… ma mica tanto, eh. Quante volte decidiamo il futuro con lo stesso criterio di un sondaggio ? 


Il punto è semplice e scomodo perché la democrazia dà voce a tutti. 

Tutti. Anche a chi confonde un grafico con un meme e pensa che l’economia sia “stampare soldi e via”. 

C’è pure zia Maria,  che vota dopo aver visto un reel di 15 secondi! 

Esperienza? Zero. Ma i like … erano tanti ! 


E mentre medici, economisti, prof studiano una vita… la decisione finale la prende pure chi crede alle catene WhatsApp. 

Frustrante? Eccome. 

Umano? Pure. 

Ma funziona?


Risultato? Lo abbiamo visto: Brexit decisa tra slogan e bufale, elezioni USA trasformate in reality, referendum che sembrano quiz del sabato sera. 


Politiche suicide, debiti che salgono, sanità sotto pressione. Perché? 

Perché la maggioranza spesso non ha strumenti per capire la complessità. 

Non è cattiveria. È mancanza di alfabetizzazione. E quando la competenza perde contro la viralità dei social , chi paga il conto?


Soluzione? Ok, spariamo  la bomba: democrazia competenziale. 

Non elitismo snob, ma minimo sindacale. Vuoi votare su sanità? 

Devi sapere rispondere ad almeno due domande base. 

Economia? Idem. Non per escludere, ma per responsabilizzare. 


Perché guidare un TIR richiede una patente, ma guidare un Paese no? 

Rispettiamo tutti, certo. 

Ma la competenza salva vite. E pure bilanci.


E tu? 

Voteresti perchè un reel è carino , oppure sceglieresti un esperto che garantisce ,almeno , l’esperienza? 


Ti imbarcheresti su di un aereo pilotato non da un Capitano formato e con anni di esperienza  , ma da un addetto alla sicurezza  che lavora all’aeroporto?? 


Commenta senza filtri. Condividi se ti ha fatto incazzare o riflettere. #DemocraziaReale #StopImbecilli #VotaConTesta

LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...