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C’è qualcosa di profondamente nauseante nell’osservare Donald Trump che tenta di bullizzare il sacro.
Non è solo una questione di fede, ma di antropologia del limite.
Se fossimo in un manuale di psicologia, parleremmo di un narcisismo così ipertrofico da non ammettere l'esistenza di una bussola morale esterna al proprio ego.
L'ultima uscita contro il Papa non è un attacco politico; è il riflesso incondizionato di un uomo che confonde la spiritualità con il marketing e la compassione con la debolezza.
Dal punto di vista sociologico, Trump sta cercando di ridurre il Vaticano a una sezione distaccata di un talk show di serie B. Stigmatizzare il Pontefice non serve a spostare voti, serve a ribadire un concetto tribale che “ Non esiste altra autorità all’infuori della mia.”
È l’assurda pretesa di chi vorrebbe mettere un cappellino "Make America Great Again" sulla cupola di San Pietro.
L'Empatia manca totalmente. C'è solo il calcolo del "mi piace".
L'Umanità è sostituita da una maschera di bronzo che non conosce il rossore della vergogna.
Il Sacro è ridotto a un ostacolo logistico per la propria narrazione di potenza.
C'è un che di patetico, in questo costante bisogno di alzare l'asticella del sacrilegio , per sentirsi vivi.
È la psicologia della terra bruciata, cioè , se non posso controllare una figura che parla di poveri, di pace e di ultimi, allora devo trascinarla nel fango del mio feed quotidiano.
Attaccare il Papa non è "essere controcorrente".
È essere disperatamente a corto di argomenti, è il rantolo di una politica che ha perso il contatto con la dimensione umana dell'esistenza.
Non c'è spazio per le sfumature.
Chi deride l'autorità morale del Papa per racimolare due punti di share sta offendendo non solo i cattolici, ma chiunque creda che la dignità umana non sia in vendita al miglior offerente.
Trump non ha capito che, mentre i suoi tweet evaporano nel giro di un mattino, la pietas e la storia hanno tempi molto più lunghi. Il mondo non è un reality show e il Papa non è un concorrente da eliminare.
È ora di smetterla di scambiare il rumore per carisma e la prepotenza per leadership.
Basta.
di F.AVA
Il mondo come bottino: quando la diplomazia lascia il posto al sequestro.
C'è un momento in cui la retorica smette di essere strumento e diventa sostanza. Trump ha raggiunto quel momento con la disinvoltura di chi non ha mai distinto tra l'una e l'altra cosa. Dopo il naufragio dei colloqui di Islamabad — ventuno ore, Vance e Kushner a fare da spallieri, una delegazione iraniana a fare da muro — il presidente ha annunciato che gli Stati Uniti "sigilleranno" lo Stretto di Hormuz. Non una minaccia: una dichiarazione di principio, affidata ai social con la naturalezza con cui si prenota un tavolo al ristorante.
La novità non è la durezza del gesto, ma la sua qualità morale. Bloccare Hormuz significa colpire il punto dove il mondo è più esposto: il passaggio da cui transitano oceani di greggio, e dal cui funzionamento dipendono economie che con questa guerra non hanno nulla a che fare. I futures sul petrolio segnano già un rialzo del trenta per cento; alcuni carichi superano i centoquaranta dollari al barile. Il mercato incorpora il rischio, come sempre fa con i disastri annunciati. Trump ha anche dichiarato di volersi appropriare del petrolio delle navi sequestrate, per poi rivenderlo. È qui che "pirateria" cessa di essere una provocazione e diventa categoria politica.
Lo Stato più potente della terra che usa la forza navale per decidere chi passa e a quale prezzo: non è deterrenza, non è embargo, è predazione. Certi vizi, a farli in grande, diventano virtù di governo. Islamabad non ha chiarito nulla: ha reso visibili distanze che nessuna delle parti aveva intenzione di colmare. Quello che era una guerra regionale è diventato una contesa sul controllo delle arterie del commercio mondiale. Il mare come spazio conteso, la merce come arma, la navigazione come ricatto. Per il resto del mondo resta una scoperta amara: che l'ordine internazionale può essere piegato con un post sui social da un uomo che non distingue tra una trattativa e una rapina.
a cura di Alberto Barbera ^
Bologna, aprile 2026. Il Comune annuncia assemblee pubbliche nei sei quartieri: oggetto, la riorganizzazione dell'intera rete di trasporto pubblico in vista dell'entrata in esercizio del tram. I cittadini vengono convocati non per essere informati di decisioni già prese, ma per contribuire a costruirle: connessioni mancanti tra quartieri, barriere percepite all'uso del mezzo pubblico, ragioni dell'uso dell'auto privata. Partecipazione, non comunicato stampa.
Messina, stesso mese. Il tram è fermo da tredici mesi. I lavori di riqualificazione della tranvia — aggiudicati nel 2023, firmati nel 2024, avviati nella primavera del 2025 — avrebbero dovuto concludersi entro quell'anno. Oggi si prospettano ancora quasi due anni di lavori. Il cronoprogramma è carta straccia. I binari del viale San Martino restano vuoti, le navette sostitutive coprono a fatica un percorso circolare fino alle venti e trenta, e l'assessore alla Mobilità invita alla pazienza. Chi non ha l'auto — studenti, anziani, lavoratori dei quartieri periferici — paga ogni giorno il prezzo di una pianificazione che non pianifica.
Il paragone con Bologna non è accanimento geografico. È il metro di misura che ogni città meridionale dovrebbe applicare a se stessa. A Bologna la rete bus viene ridisegnata in funzione del tram che arriva, i due sistemi trattati come un unico organismo, con biglietto integrato su autobus, tram e treni regionali. A Messina, la sospensione del tram non è stata accompagnata da alcuna revisione della rete ATM: nessun potenziamento delle linee bus, nessuna riprogettazione degli itinerari, nessun tavolo pubblico con i pendolari. La città è stata lasciata ad arrangiarsi.
La differenza non è nei fondi: è nella capacità di trasformare risorse in sistema. Questo Osservatorio chiede che Messina smetta di misurare i propri progressi in confronto al proprio passato e cominci a misurarli rispetto a ciò che altre città italiane considerano già normale. A Bologna si co-progetta la mobilità. A Messina si chiede ai cittadini di aspettare. Non è una questione di latitudine: è una questione di volontà politica e di rispetto per chi il mezzo pubblico lo usa per necessità, non per scelta.
*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico
Quattro mandati, un Senato, un comune in pre-dissesto: a Sant'Agata di Militello Bruno Mancuso vince sempre, e i cittadini pagano — o forse no.
Nel Pd c'è chi sogna di far fuori la Schlein per incoronare l'Avvocato del Popolo. Bettini, filosofo della resa, guida il coro.
IAl Polo sociale integrato di Messina i numeri raccontano un'integrazione vera, lontana dalle retoriche. Medihospes e Comune al lavoro dal 2022.
Ci sono numeri che parlano più delle retoriche. Quattrocento nuovi utenti in diciotto mesi, trecento consulenze legali, centosettanta mediazioni linguistiche, duecentocinquanta orientamenti socio-sanitari: sono i numeri del Polo sociale integrato di Messina, gestito da Medihospes in via Felice Bisazza. Raccontano una città che esiste al di là dei titoli sull'emergenza sbarchi. Una città che accoglie, che orienta, che include ,non perché lo imponga la moda, ma perché senza quegli stranieri residenti, provenienti da trentanove paesi con le loro lingue e le loro paure, Messina farebbe i conti con un inverno demografico ancora più rigido di quello che già la consuma.
Il convegno di venerdì nel salone delle Bandiere non era un congresso di buone intenzioni.
Era una resa dei conti con la realtà: quella del caporalato, dell'immigrazione invisibile che transita per le carceri e i centri per l'impiego senza che nessuno la veda. Tre sessioni , tutele legali, inclusione, presa in carico sanitaria ,con Prefettura, Ispettorato del Lavoro, Università, Policlinico, Casa circondariale di Barcellona.
Il Polo Mobile ha esteso la rete a centodue comuni metropolitani: mediazione linguistica e consulenza legale gratuite per chi amministra territori dove lo straniero arriva e non sa da dove cominciare.
La vera inclusione non nasce dai proclami. Nasce nel momento in cui una persona spaesata trova uno sportello aperto, una voce che parla la sua lingua, un foglio compilato nel modo giusto. Nasce nella diffidenza vinta, nel diritto spiegato a chi non sapeva di averlo. Medihospes lo pratica con la discrezione propria di chi fa le cose sul serio. Il resto , le polemiche, i muri evocati e mai costruiti, appartiene a un altro racconto. Meno vero, molto più rumoroso.
Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...