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lunedì 13 aprile 2026

PIRATI SUL MARE GLOBALE

 



di F.AVA 


Il mondo come bottino: quando la diplomazia lascia il posto al sequestro.


C'è un momento in cui la retorica smette di essere strumento e diventa sostanza. Trump ha raggiunto quel momento con la disinvoltura di chi non ha mai distinto tra l'una e l'altra cosa. Dopo il naufragio dei colloqui di Islamabad — ventuno ore, Vance e Kushner a fare da spallieri, una delegazione iraniana a fare da muro — il presidente ha annunciato che gli Stati Uniti "sigilleranno" lo Stretto di Hormuz. Non una minaccia: una dichiarazione di principio, affidata ai social con la naturalezza con cui si prenota un tavolo al ristorante.

La novità non è la durezza del gesto, ma la sua qualità morale. Bloccare Hormuz significa colpire il punto dove il mondo è più esposto: il passaggio da cui transitano oceani di greggio, e dal cui funzionamento dipendono economie che con questa guerra non hanno nulla a che fare. I futures sul petrolio segnano già un rialzo del trenta per cento; alcuni carichi superano i centoquaranta dollari al barile. Il mercato incorpora il rischio, come sempre fa con i disastri annunciati. Trump ha anche dichiarato di volersi appropriare del petrolio delle navi sequestrate, per poi rivenderlo. È qui che "pirateria" cessa di essere una provocazione e diventa categoria politica. 

Lo Stato più potente della terra che usa la forza navale per decidere chi passa e a quale prezzo: non è deterrenza, non è embargo, è predazione. Certi vizi, a farli in grande, diventano virtù di governo. Islamabad non ha chiarito nulla: ha reso visibili distanze che nessuna delle parti aveva intenzione di colmare. Quello che era una guerra regionale è diventato una contesa sul controllo delle arterie del commercio mondiale. Il mare come spazio conteso, la merce come arma, la navigazione come ricatto. Per il resto del mondo resta una scoperta amara: che l'ordine internazionale può essere piegato con un post sui social da un uomo che non distingue tra una trattativa e una rapina.

BOLOGNA PIANIFICA, MESSINA ASPETTA

 



a cura di Alberto Barbera ^

 Bologna, aprile 2026. Il Comune annuncia assemblee pubbliche nei sei quartieri: oggetto, la riorganizzazione dell'intera rete di trasporto pubblico in vista dell'entrata in esercizio del tram. I cittadini vengono convocati non per essere informati di decisioni già prese, ma per contribuire a costruirle: connessioni mancanti tra quartieri, barriere percepite all'uso del mezzo pubblico, ragioni dell'uso dell'auto privata. Partecipazione, non comunicato stampa.

Messina, stesso mese. Il tram è fermo da tredici mesi. I lavori di riqualificazione della tranvia — aggiudicati nel 2023, firmati nel 2024, avviati nella primavera del 2025 — avrebbero dovuto concludersi entro quell'anno. Oggi si prospettano ancora quasi due anni di lavori. Il cronoprogramma è carta straccia. I binari del viale San Martino restano vuoti, le navette sostitutive coprono a fatica un percorso circolare fino alle venti e trenta, e l'assessore alla Mobilità invita alla pazienza. Chi non ha l'auto — studenti, anziani, lavoratori dei quartieri periferici — paga ogni giorno il prezzo di una pianificazione che non pianifica.

Il paragone con Bologna non è accanimento geografico. È il metro di misura che ogni città meridionale dovrebbe applicare a se stessa. A Bologna la rete bus viene ridisegnata in funzione del tram che arriva, i due sistemi trattati come un unico organismo, con biglietto integrato su autobus, tram e treni regionali. A Messina, la sospensione del tram non è stata accompagnata da alcuna revisione della rete ATM: nessun potenziamento delle linee bus, nessuna riprogettazione degli itinerari, nessun tavolo pubblico con i pendolari. La città è stata lasciata ad arrangiarsi.

La differenza non è nei fondi: è nella capacità di trasformare risorse in sistema. Questo Osservatorio chiede che Messina smetta di misurare i propri progressi in confronto al proprio passato e cominci a misurarli rispetto a ciò che altre città italiane considerano già normale. A Bologna si co-progetta la mobilità. A Messina si chiede ai cittadini di aspettare. Non è una questione di latitudine: è una questione di volontà politica e di rispetto per chi il mezzo pubblico lo usa per necessità, non per scelta.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

IL SINDACO ETERNO DEI NEBRODI



 Quattro mandati, un Senato, un comune in pre-dissesto: a Sant'Agata di Militello Bruno Mancuso vince sempre, e i cittadini pagano — o forse no.


C'è una domanda che la democrazia dovrebbe porsi: come fa un sindaco a vincere quattro volte in una città che si svuota, i conti sul filo del pre-dissesto, le aliquote al massimo di legge? Bruno Mancuso, nefrologo di professione e politico per vocazione, governa Sant'Agata di Militello quasi senza interruzioni dal 2004 — parentesi al Senato dal 2013 al 2018, giusto il tempo di transitare dal centrosinistra verso il centrodestra, sfiorando Fratelli d'Italia — poi è tornato e ha trovato la città nelle condizioni lasciate.

 Nel 2023 contro di lui schierato un fronte bulgaro: PD, M5S, FdI, Forza Italia e Lega col presidente della Commissione Sanità dell'ARS in prima fila. Ha vinto col 58%. Il problema non è Mancuso. I conti hanno continuato la deriva. Residui attivi che crescono, investimenti da prefisso telefonico — 775 mila euro pagati su 21,9 milioni stanziati — servizi ridotti all'osso. Il dissesto scongiurato, il risanamento no. Ogni cinque anni Mancuso promette la semina e annuncia il raccolto, e Sant'Agata annuisce. Restano due ipotesi sull'elettore: o è un masochista convinto, che trova nelle aliquote massime una forma di disciplina interiore, oppure — ipotesi più prosaica — le tasse non le paga e l'aliquota gli è indifferente. In entrambi i casi la democrazia funziona: ognuno ha il sindaco che si merita.

La città intanto si assottiglia. Ogni anno partono cinquanta, settanta persone: chi cerca lavoro, chi segue i figli, chi rinuncia. PIL pro capite stimato attorno ai 18 mila euro, industria marginale, commercio in turn over perpetuo. Sant'Agata è una di quelle città meridionali che non crollano ma non decollano, sospese in un equilibrio che si regge sulla rassegnazione e sulla memoria corta. Mancuso, da buon medico, sa la differenza tra guarire un paziente e tenerlo in vita. Sant'Agata è viva, in questo senso. Alle prossime elezioni probabilmente si ripresenterà, e probabilmente vincerà. Pagare le tasse, del resto, lo si può sempre rimandare. ♓


sabato 11 aprile 2026

CONTE, IL PRESTANOME REDENTO

 


Nel Pd c'è chi sogna di far fuori la Schlein per incoronare l'Avvocato del Popolo. Bettini, filosofo della resa, guida il coro.


Goffredo Bettini ha trovato la sua vocazione: consigliere spirituale di partiti altrui. Con la soavità di chi offre in dono la propria casa all'inquilino, suggerisce a Elly Schlein un gesto di «generosità»: farsi da parte per Conte. Il Conte, già Avvocato del Popolo, garante del Superbonus, presidente per chiunque glielo chiedesse con garbo, verrebbe catapultato alla guida senza scomodarsi a vincere nulla. La «generosità» come invenzione retorica supera la «dedizione» e il «senso dello Stato», formule già logore. Suona come un atto volontario. Un dono. 

Certe anime del Pd ragionano come se la fusione con i Cinque Stelle fosse già avvenuta — silenziosamente, come certi matrimoni tra parenti che nessuno ricorda di aver celebrato. In tale ottica Conte non è un esterno: è il candidato più presentabile di una famiglia litigiosa. L'uomo che imbriglierebbe il populismo di sinistra per battere quello di destra — col vantaggio che le cannonate in mezzo mondo favoriscono l'opposizione, mentre il governo ha abbracciato Trump proprio quando Trump spaventava persino i suoi. Tutto torna. Tranne il fatto che nessuno ha chiesto alla Schlein se gradisce il ruolo di Cenerentola illuminata.

E così il Pd, nell'ora in cui Meloni vacilla, riscopre il suo sport: l'autolesionismo. Le primarie aperte le vuole Conte, perché sa che bastano poche paginette generiche e poi via ai gazebo, dove il popolo decide — salvo scoprire che tale popolo è perlopiù composto da militanti del Movimento con ombrellino da campo. Nel frattempo Matteo Renzi, padre putativo di Silvia Salis, lavora di fioretto: una candidatura centrista che vale il dieci per cento, sufficiente a sottrarre voti alla Schlein e a rendere Conte premier per acclamazione. Dopodiché, a negoziare ci penserà lui. Come è ovvio. Come è sempre stato.


INCLUDERE, NON SOLTANTO ACCOGLIERE

 


a cura di Anna Lombardo

IAl Polo sociale integrato di Messina i numeri raccontano un'integrazione vera, lontana dalle retoriche. Medihospes e Comune al lavoro dal 2022.


Ci sono numeri che parlano più delle retoriche. Quattrocento nuovi utenti in diciotto mesi, trecento consulenze legali, centosettanta mediazioni linguistiche, duecentocinquanta orientamenti socio-sanitari: sono i numeri del Polo sociale integrato di Messina, gestito da Medihospes in via Felice Bisazza. Raccontano una città che esiste al di là dei titoli sull'emergenza sbarchi. Una città che accoglie, che orienta, che include ,non perché lo imponga la moda, ma perché senza quegli stranieri residenti, provenienti da trentanove paesi con le loro lingue e le loro paure, Messina farebbe i conti con un inverno demografico ancora più rigido di quello che già la consuma.


Il convegno di venerdì nel salone delle Bandiere non era un congresso di buone intenzioni. 

Era una resa dei conti con la realtà: quella del caporalato, dell'immigrazione invisibile che transita per le carceri e i centri per l'impiego senza che nessuno la veda. Tre sessioni , tutele legali, inclusione, presa in carico sanitaria ,con Prefettura, Ispettorato del Lavoro, Università, Policlinico, Casa circondariale di Barcellona. 

Il Polo Mobile ha esteso la rete a centodue comuni metropolitani: mediazione linguistica e consulenza legale gratuite per chi amministra territori dove lo straniero arriva e non sa da dove cominciare.


La vera inclusione non nasce dai proclami. Nasce nel momento in cui una persona spaesata trova uno sportello aperto, una voce che parla la sua lingua, un foglio compilato nel modo giusto. Nasce nella diffidenza vinta, nel diritto spiegato a chi non sapeva di averlo. Medihospes lo pratica con la discrezione propria di chi fa le cose sul serio. Il resto , le polemiche, i muri evocati e mai costruiti, appartiene a un altro racconto. Meno vero, molto più rumoroso. 


BENVENUTI IN SICILIA , SCONTI FISCALI , ACQUA RAZIONATA , INFRASTRUTTURE MEDIOEVALI , SANITÀ PRIVATA .


 La giunta regionale siciliana ha appena partorito l'ennesimo capolavoro di ingegneria socio-demografica. 

Siete giovani fuggiti per disperazione? Pensionati stranieri in cerca del sole? Trasferitevi in Sicilia! 

Vi rimborsiamo il 50% dell’Irpef, che sale al magico 60% se avete l'ardire di stabilirvi in un borgo fantasma sotto i 5.000 abitanti. Unica condizione: produrre reddito e comprare o ristrutturare una casa. 

Geniale.

Dimenticate un piccolo dettaglio sociologico, per decenni non si è mosso un dito per trattenere chi poi è scappato. 

Perché mai sbattersi per creare un tessuto industriale, garantire posti di lavoro veri o infrastrutture degne del ventunesimo secolo, quando puoi semplicemente usare la leva fiscale per attrarre chi i soldi li fa altrove?

La strategia è cristallina. 

Lo sconto sulle tasse vi servirà per compensare le mancanze di base. Risparmierete sull'Irpef, ma quei soldi vi serviranno per la sanità privata, visto che gli ospedali pubblici sono allo sfascio. 

Potrete sfrecciare verso il pronto soccorso più vicino (a ore di distanza) su una viabilità inesistente, ma lo farete consolandovi con la detrazione fiscale. 

Il presidente Schifani elogia giustamente il nostro impareggiabile "stile di vita". 

Certo, si tratta dello zen assoluto di chi fa smart working sperando che la connessione internet non salti, in una terra dove la produzione industriale di valore sfiora lo zero assoluto . 

E c'è di più! 

Il tetto massimo del rimborso è di 100.000 euro all'anno per tre anni

Una misura, insomma, pensata per chi ha redditi non da “ morto di fame “ . 

L'assessore Dagnino assicura che la misura sarà "a impatto neutro" sui conti pubblici. 

E ci crediamo , perché altrimenti sarebbe stata una iattura per i siciliani . 

L’Isola si candida così a diventare l'ultimo miraggio per nomadi digitali e pensionati: un gigantesco resort a fiscalità agevolata, rigorosamente sprovvisto di treni, opportunità reali e di medici. 

Ma con tramonti bellissimi 

…. E, almeno per ora, esentasse.

IL TELECOMANDO NON MENTE

 

FAVA


Quattro ore a Cologno, udienza concessa: il partito ha un padrone e abita in azienda


Il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani si è recato a Cologno Monzese, nella sede di Mediaset, per riferire ai nuovi padroni.
 Non è un modo di dire: è la cronaca puntuale dell'11 aprile 2026. Quattro ore con Marina e Piersilvio Berlusconi, il sempiterno Gianni Letta a fare da arbitro. Un incontro «in clima di amicizia e cordialità», hanno riferito fonti vicine. L'amicizia, si sa, è quella fra il titolare e il dipendente di lungo corso; la cordialità, quella dell'ufficio del personale quando convoca qualcuno per un colloquio di chiarimento.

Che Forza Italia fosse un asset familiare lo si sapeva da tempo. Ciò che stupisce è la disinvoltura con cui questa verità, tenuta per anni dietro il velo di una finzione istituzionale, è stata finalmente esibita alla luce del sole.
 Non un salotto privato, non una residenza, non il terreno neutro di un albergo milanese: una sede aziendale.
 Quasi un organigramma. Ai tempi di Silvio Berlusconi, le riunioni si svolgevano ad Arcore tra crodini e pizzette: la casa come estensione del comando. 
Gli alleati arrivavano come ospiti, ripartivano come subalterni, ma la scena era quella di una cena tra amici. Ora quella finzione è caduta. Gli eredi hanno preferito la chiarezza del luogo di lavoro. Efficienza teutonica, si direbbe, se non fossero milanesi.

Tajani è uscito con la «rinnovata fiducia» degli eredi, qualche ritocco ai capigruppo e l'assicurazione di andare avanti fino alle elezioni. Quattro ore per questo. La montagna ha partorito un comunicato magro.
 Ma il comunicato magro è, a suo modo, eloquente: Forza Italia non è un partito che decide, è un partito che riceve istruzioni e le esegue con garbo. 
Chi decide davvero siede a Palazzo Chigi. Il cambiamento, se mai verrà, lo provocheranno gli eventi ,  non le persone.
Nel frattempo, il partito ha sede a Cologno Monzese. Non fa più scandalo. È quasi rassicurante.

DANNY GATTON: IL PIÙ GRANDE CHITARRISTA CHE NON AVETE MAI ASCOLTATO

 

Virtuoso totale e invisibile al grande pubblico, Danny Gatton resta una leggenda per pochi: troppo avanti per il mercato, troppo vero per diventare mainstream.


Danny Gatton (1945–1994) è stato uno di quei chitarristi venerati dai musicisti e quasi invisibili al grande pubblico. Un paradosso vivente: tecnica fuori scala, riconoscimento minimo. Con la sua Telecaster attraversava country, rock, jazz e blues senza chiedere il permesso a nessuno. Velocità, precisione e una certa ironia nel fraseggio: tutto sembrava facile, anche quando non lo era affatto.

La carriera non ha mai davvero decollato commercialmente. Nel 1994 si è tolto la vita, a 49 anni, interrompendo bruscamente un percorso che molti stavano iniziando a capire solo allora.

Oggi resta una leggenda laterale: poco citata, ma decisiva per chiunque si avvicini seriamente alla chitarra.
🎧 Ascolti essenziali
“Redneck Jazz” (1978)
88 Elmira St.” (1991)
“Cruisin’ Deuces” (1993)

 

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LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...