Ceuta, enclave spagnola sulla costa del Marocco, è il simbolo delle migrazioni usate come leva politica.
Ci siamo raccontati per anni che i confini fossero un residuo del Novecento. Che la gglobalizzazione li avrebbe reso irrilevanti e che il diritto internazionale avrebbe sostituito la forza. Ceuta ci ricorda, con brutale chiarezza, che la storia segue altre regole. Una città di ottantamila abitanti può diventare il centro del mondo quando migliaia di persone attraversano insieme un confine. In quel momento la frontiera smette di essere una linea sulle carte e diventa uno strumento di pressione politica. I migranti non sono l'arma: sono le munizioni di una strategia decisa altrove. Confondere chi fugge con chi usa quei flussi significa non comprendere la natura del problema.
Il Marocco lo sa. La Turchia lo sa. La Bielorussia lo ha già dimostrato. La pressione migratoria è diventata uno strumento di negoziazione geopolitica, efficace quanto un embargo e infinitamente meno costoso. Non servono carri armati quando basta allentare i controlli su una frontiera. L'Europa continua invece a discutere come se fosse un seminario universitario. Una parte riduce tutto a un problema umanitario, l'altra a una questione di ordine pubblico. Entrambe fotografano un frammento della realtà e lo scambiano per l'intero paesaggio.
Ceuta racconta altro. Racconta che la sovranità è tornata di moda. Che gli Stati esistono ancora. Che i confini non sono un pregiudizio ideologico ma infrastrutture del potere. E racconta anche un'altra verità, forse la più scomoda: quando un Paese esterno può mettere in difficoltà l'Unione Europea semplicemente decidendo chi lasciar passare, il problema non è il confine di Ceuta. È il confine politico dell'Europa. Ennio Flaiano diceva che gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore. Gli europei, invece, sembrano avere un vizio diverso: corrono sempre in soccorso delle proprie illusioni. Anche quando la realtà le ha già travolte. Ceuta non è la periferia dell'Europa. È il suo specchio. E nello specchio, questa volta, il continente fatica a riconoscersi. ♓
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