Il vero motore del boogie-woogie non stava nelle dita, ma in una pancia che suonava da sola.
C'era una volta un pianoforte che tremava non per l'ispirazione ma per la stazza. Antoine "Fats" Domino Jr., di New Orleans, ci saliva sopra con l'anca prima ancora che con le dita, e quel corpo abbondante, quella pancia che sembrava avere vita propria e ambizioni ritmiche tutte sue, diventava il vero motore percussivo del pezzo: la mano sinistra segnava il tempo, il fianco lo raddoppiava, e il piano — povero piano — avanzava sul palco spinto in avanti colpo dopo colpo, come un'automobile a manovella azionata dal ventre. Non era spettacolo, era necessità fisica: il boogie-woogie, in lui, non passava per la testa, passava per lo stomaco.
Era shouter di professione, certo, la voce che squarciava il fumo dei locali di Rampart Street con quella dizione creola morbida come il gumbo e imperiosa come un ordine impartito a fin di bene. Ma il segreto di "Ain't That a Shame", di "Blueberry Hill", di "I'm Walkin'" non stava nella potenza del grido, stava nella disciplina del rollio: quella mano sinistra da autentico piano man neworleansiano, erede diretto di Professor Longhair, che trasformava ogni ballata sentimentale in un invito irresistibile a muovere i fianchi. Elvis diceva di essersi ispirato a lui più che a chiunque altro, e non era piaggeria: Fats aveva inventato il rock and roll prima che qualcuno gli affibbiasse un'etichetta e un re bianco per rappresentarlo in copertina.
Morì novantenne, nel 2017, dopo aver rifiutato per una vita intera di lasciare New Orleans anche quando l'uragano Katrina gli allagò casa e la stampa lo diede per disperso tra i cadaveri. Lui era lì, seduto, ad aspettare che l'acqua si ritirasse, con la stessa imperturbabilità con cui aveva aspettato che il mondo intero imparasse a ballare come sapeva ballare lui. Per voi, dunque, senza bisogno di altre presentazioni: il grande, grandissimo, Fats Domino.

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