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venerdì 31 luglio 2026

EUROPA, SOLA COME UN CAMPARI SENZA GHIACCIO



 Fava

Mosca minaccia da est, Washington scarica da ovest, e noi rispondiamo con lo sguardo triste dell'ultimo rimasto al bar. Forse la solitudine è l'unica cosa che ci resta ancora da salvare.


L'Europa è sola. Lo ripetiamo da anni, seduti, bicchiere in mano, con la smorfia da film francese. La Russia ci guarda male da est. L'America, dopo averci usati per settant'anni come cortile di casa, ora ci tratta come un vicino scomodo, di quelli a cui si chiude il cancello senza un cenno di saluto. E noi, in mezzo, con la nostra bella storia alle spalle e poca voglia di scriverne un'altra. Fa niente se un tempo eravamo il centro del mondo: bastava esistere, e gli altri venivano a chiederci permesso. Ora tocca dimostrare di valere ancora qualcosa. Fastidioso,  ammettiamolo. Ma anche piuttosto salutare: chi non è mai stato costretto a cavarsela da solo, di solito, non sa di che pasta è fatto. Per secoli abbiamo vissuto di rendita, protetta da un'egemonia che nessuno ci contestava. Ora la rendita è finita, come certi conti in banca che sembravano infiniti finché non è arrivato l'estratto conto. E la domanda non è più "chi ci difenderà", ma "cosa abbiamo ancora da difendere".

In Europa ci sono ancora tanti paesi "bimbi minkia". Giocano alle belle statuine mentre il mondo cambia intorno a loro, convinti che l'immobilità sia una strategia. Altri si siedono su una sedia e fanno finta di stare in groppa a un cavallo, cavalcando visioni infantili di potenze che non sono più. E ce ne sono altri, più o meno apertamente, che sono avamposti chi di Trump, chi di Putin, e chi si propone come terzo forno per la Cina. Risultato è l'Europa dei no: no alle armi comuni, no a una difesa vera, ognuno con il suo sistemino, la sua fabbrichetta, il suo generale da parata. Come se ventisette ombrelli rotti valessero più di uno buono per tutti. E infatti il motto, da queste parti, non è più "uno per tutti": è "tutti per noi". I soldi, dicono, non si spendano in armi ma per abbassare il prezzo dei carburanti. Come se quel prezzo non fosse salito proprio perché il conto delle guerre in corso, alla fine, lo paghiamo sempre noi, al distributore.

La vecchia Europa umanistica, quella dei diritti e delle piazze, potrebbe smettere di aspettare la telefonata di Washington e cominciare a fare qualcosa di suo. Ci vorrebbe un'Europa terza: né succube dell'impero americano né vassalla di quello russo, che invece di contarsi i nemici si conti finalmente i meriti. Oppure no: potremmo continuare a giocare alle statuine, Campari alla mano, aspettando che decida qualcun altro al posto nostro, come abbiamo fatto per buona parte del Novecento con ottimi risultati. Sarebbe più comodo. Ma molto meno dignitoso. E tra un vicino che ti chiude il cancello e uno che ti punta il fucile, forse è il momento di crescere, e imparare a bussare da soli alle porte giuste.


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