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martedì 26 maggio 2026
CACIO ALL'ARGENTIERA
domenica 24 maggio 2026
IL VALORE DELL’UOMO E PERCHÉ LA SECONDA FORMULA DI KANT PARLA AL NOSTRO PRESENTE
di AG Rizzo
IL SUPERAMENTO DELLA STRUMENTALIZZAZIONE E LA COSTRUZIONE DELLA PROPRIA DIGNITÀ
Nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785), Immanuel Kant scrive una delle frasi più rivoluzionarie della storia del pensiero occidentale: «Agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo».
Con questo principio, il filosofo tedesco formula il secondo imperativo categorico, spostando il focus della morale sulla dignità intrinseca di ogni essere umano. Ma cosa significa, concretamente, non ridurre l'altro a un semplice "mezzo"?
Nella vita quotidiana utilizziamo continuamente gli altri per soddisfare i nostri bisogni: ci serviamo del panettiere per avere il pane, del medico per curarci, del collega per portare a termine un progetto. Kant non condanna questa interazione interpersonale; l'avverbio chiave della sua massima è infatti «sempre anche».
L'errore morale si consuma quando l'altro viene ridotto esclusivamente a uno strumento, a un oggetto per il nostro profitto o per il nostro piacere.
Riconoscere l'essere umano come «fine in sé» significa accettare che ogni persona possiede un valore assoluto e indipendente dalla sua utilità pratica.
Un aspetto spesso trascurato della formula kantiana è il dovere verso «la tua persona». Kant ci ricorda che non abbiamo il diritto di strumentalizzare nemmeno noi stessi.
Vendere la propria dignità, accettare lo sfruttamento, o annullare la propria identità per compiacere gli altri, sono violazioni del principio morale tanto quanto il calpestare il prossimo.
Rispetto degli altri e rispetto di sé viaggiano sulla stessa linea d'onda.
A distanza di secoli, l'imperativo kantiano risuona con straordinaria urgenza nelle dinamiche della società moderna:
Nel lavoro con la condanna degli algoritmi che riducono i lavoratori a puri dati di produttività.
Nel digitale contrastando la logica dei social network, dove gli utenti diventano merce di scambio per i dati pubblicitari.
Nell'economia con il rifiuto dei modelli globali che antepongono il profitto finanziario alla salute e ai diritti delle comunità.
In politica con la piena subordinazione dell’azione politica al diritto e alla morale universale
L'eredità di Kant è un invito radicale all'empatia razionale.
Trattare l'umanità come fine significa guardare chi abbiamo di fronte non come un ostacolo o un gradino per il nostro successo, ma come un intero universo di diritti, desideri e valori inviolabili.
DYLAN SUONA, GIUDA PAGA TUTTO
Il vecchio Bob compie gli anni e qualcuno, ancora una volta, vorrebbe tagliargli i cavi.
sabato 23 maggio 2026
TANTO RUMORE PER NULLA
F.AVA
Tre anni e mezzo di decreti-tampone, riforme naufragate e record di longevità: il governo più longevo della Repubblica consegna alla storia il curriculum di un saltimbanco.
Il governo Meloni ha raggiunto un primato degno di nota: 131 decreti legge, tanti quanti i disegni di legge ordinari. Un'equazione perfetta, quasi artistica, che fotografa con precisione chirurgica la filosofia di un esecutivo che ha confuso l'urgenza con la governance. Mark Twain osservava che la differenza tra la parola giusta e quella quasi giusta è la differenza tra il fulmine e la lucciola. Ebbene, questo governo ha governato a lucciole: bagliori intermittenti, molto rumore, nessuna luce stabile. Il premierato è tramontato, l'autonomia differenziata è stata bocciata dalla Corte costituzionale, la riforma della giustizia giace in un cassetto. Tre anni e mezzo, una legislatura intera a disposizione, e il risultato è un catalogo di cantieri aperti che nessuno ha intenzione di chiudere.
C'è qualcosa di straordinariamente comico — nel senso più alto del termine — nel fatto che il governo che si vantava di voler durare per riformare abbia invece durato senza riformare. L'ossessione per il record di longevità si è trasformata in una trappola elegante: più si rimaneva in sella, più diventava evidente che non si sapeva dove andare. I decreti d'urgenza si sono moltiplicati come conigli — sicurezza, immigrazione, accise, autotrasporto — ciascuno presentato come risposta a un'emergenza, ciascuno destinato a non cambiare nulla di strutturale. Nel frattempo il Parlamento, sommerso da leggi di conversione da concludere entro sessanta giorni, non riusciva a trovare il tempo per legiferare davvero. Una macchina che correva velocissima restando ferma.
Resta un anno e mezzo. Abbastanza per invertire la rotta, se esistesse la volontà. I temi ci sono: fine vita, governance Rai, energia nucleare. Ma il timore fondato è che altri decreti-tampone, la querelle sulla legge elettorale e le manovre di bilancio inglobino quel che resta della legislatura. E così il governo più longevo della storia repubblicana consegnerà ai posteri un'eredità paradossale: aver dimostrato, con encomiabile coerenza, che si può occupare il potere per anni senza mai davvero esercitarlo.
BARONIE COL CODICE FISCALE
di AG Rizzo
La riforma Bernini arriva presentata come una grande operazione di modernizzazione: meno burocrazia, procedure più snelle, tempi più rapidi. Tutto bellissimo, se non fosse che tradotta dal burocratese all'italiano corrente la promessa suona diversamente — meno controlli, meno trasparenza, meno merito. Il baricentro si sposta sulle singole università, che gestiscono la selezione in un'unica fase: il candidato carica i titoli su una piattaforma ministeriale, il Ministero prende nota con la solennità di chi firma una ricevuta, e poi la partita vera si gioca nei corridoi del dipartimento, dove certi equilibri hanno la solidità del tufo e l'elasticità dello zero. Abbiamo installato una telecamera all'ingresso del teatro, ma la commedia si recita dietro le quinte.
Il problema, naturalmente, non è chi giudica. È chi scrive il bando. Chi disegna il profilo del candidato ideale con la precisione sartoriale di chi ha già il modello in mente — "filologia comparata del bottone nel tardo pomeriggio", tre pubblicazioni, un dottorato e un ufficio al terzo piano. Il concorso esiste, i verbali esistono, la commissione esiste, le dichiarazioni di imparzialità esistono. Esiste tutto, tranne la competizione. È una messa laica del merito, celebrata con grande scrupolo liturgico davanti a una platea che conosce già il nome del santo da canonizzare. Alla Capria avrebbe detto che è un paese dove le forme si rispettano con tanto maggiore solennità quanto più la sostanza è già stata altrove consumata.
Eppure tutto questo si chiama riforma coraggiosa. Il coraggio sarebbe fare l'opposto: concorsi aperti, bandi che non siano ritratti del candidato già scelto, giovani ricercatori trattati come risorsa e non come manodopera a termine. Invece no. I precari continuano a pubblicare, insegnare, aspettare — e alla fine scoprono che il posto era già assegnato prima che aprissero il bando. Le parole cambiano: autonomia, semplificazione, efficienza. La sostanza no. È solo un modo più elegante per dire che vince chi era già dentro.
CIAO CARLIN, GRAZIE
CENTOTTANTACINQUE MILIONI DI BUONE INTENZIONI
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