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giovedì 30 aprile 2026

POLVERE DI STELLE



 Francantonio Genovese da enfant prodige della sinistra a dominus condannato: vent'anni di potere che hanno svuotato una città e silenziato chi avrebbe dovuto parlare.

Francantonio Genovese ha percorso la sua parabola con la disinvoltura di chi sa che le regole sono scritte per gli altri. Partito dalla sinistra messinese — quella che si credeva immune per costituzione morale — aveva intuito che il Pd siciliano non era un partito ma uno strumento, e gli strumenti si usano finché servono poi si gettano. Li usò senza rimpianti. Divenne parlamentare, ras delle preferenze, il nome per candidature, risorse, silenzi. La formazione professionale era il suo laboratorio: milioni pubblici, rivoli societari collegati sottobanco, nessun controllo. La Procura lo definì «dominus» di un «meccanismo delinquenziale». Saccheggio con copertura politica.

Accanto a lui i Franza, padroni di Caronte & Tourist, monopolio del traghettamento sullo Stretto valutato mezzo miliardo. Nel febbraio 2021 il Tribunale di Reggio Calabria, operazione «Scilla e Cariddi», dispose l'amministrazione giudiziaria ex art. 34 del Codice antimafia, accertando la permeabilità della società alle cosche Buda-Imerti. Tre proroghe, con i giudici a stigmatizzare «riluttanza e insofferenza ai controlli» della governance. Insieme, Genovese e i Franza hanno fatto di Messina un luogo dove politica e affari si intrecciavano nell'indifferenza dei partiti e nel silenzio di chi sapeva e taceva.

Oggi la condanna è definitiva. L'avvocato spiega perché probabilmente non tornerà in carcere. Può darsi che abbia ragione: l'Italia ha perfezionato l'arte di rendere le condanne inesorabili senza che nessuno le sconti. Ma quello che nessuna alchimia processuale restituisce è il costo civile: vent'anni in cui Messina ha smesso di essere una comunità che decide ed è diventata un territorio che obbedisce. Non fu conquista. Fu resa silenziosa, quasi volontaria. La vera domanda non riguarda il dominus. Riguarda la città che lo ha lasciato fare. ♓


TRENT'ANNI DI POTERE DIMENTICATI

 


l caso Minetti riapre una finestra scomoda sul ventennio berlusconiano e su chi, in quel ventennio, sedeva comodamente ai piani alti.


Quella di Giorgia Meloni è una biografia scritta con inchiostro simpatico: si legge soltanto sotto il calore della convenienza. La leggenda dell'underdog — la ragazza perseguitata, tenuta fuori dai palazzi per decenni — richiederebbe una sola condizione: che nessuno ricordasse nulla. Il caso Minetti, per sua ventura, ricorda. Ricorda che nell'aprile 2011, quando la diciassettenne Karima El Mahroug — in arte Ruby Rubacuori, presunta nipote di Mubarak per grazia berlusconiana — era al centro di uno scandalo che avrebbe fatto arrossire un senato romano, Meloni votò compatta per sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale. Atto di fede, direbbero i devoti. Atto di complicità, direbbe chi ancora distingue le parole.
La fondazione di Fratelli d'Italia, nel dicembre 2012, non nacque da alcun scrupolo etico: nacque dall'umiliazione di primarie annullate, da uno sgarbo non perdonato. Per tutti i trent'anni precedenti, Meloni, La Russa, Urso erano stati ministri, sottosegretari, fedelissimi e felicissimi nei governi del Cavaliere. È grazie a Berlusconi che Meloni divenne vicepresidente della Camera a ventinove anni e ministra a trentuno. Emarginati, prego? La stalla fu chiusa — ma solo dopo che i buoi erano già fuggiti, e ben pasciuti. La memoria è una virtù scomoda, specialmente per chi ha edificato la propria fortuna sull'altrui smemoratezza. ♓

FAMIGLIA NEL BOSCO: QUANDO CADE LA PROPAGANDA

 


a cura di Anna Lombardo


Quando la propaganda si ritira, emerge la realtà: non un caso ideologico, ma una vicenda di diritti negati ai minori e di tutela necessaria.



La relazione della psichiatra nominata dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila introduce nella vicenda dei “bambini del bosco” un elemento che la politica, per settimane, ha accuratamente evitato: la realtà. Una realtà fatta di isolamento sociale, di occasioni negate di crescita e confronto, di un ambiente familiare incapace, allo stato, di garantire i bisogni evolutivi dei minori. Non è un giudizio ideologico, ma tecnico: competenze genitoriali ritenute inadeguate, pur con margini di recupero, e diritti fondamentali – istruzione, salute, socialità – compressi fino a diventare eccezione.


Eppure, mentre la perizia restituisce un quadro articolato e problematico, il dibattito pubblico si è mosso altrove. La vicenda è stata piegata a narrazione, arruolata come prova di una magistratura invasiva, quasi persecutoria, utile a sostenere tesi precostituite nel pieno della campagna referendaria sulla giustizia. I minori, da soggetti fragili da tutelare, sono diventati simboli da esibire; i magistrati, da garanti dei diritti, bersagli polemici. Una semplificazione tanto efficace quanto infedele.


Ora che la pressione politica si allenta, resta il dato che più disturba: l’intervento della magistratura appare coerente proprio con ciò che la relazione descrive, cioè la necessità di proteggere i bambini da un contesto che ne limita gravemente lo sviluppo. È qui che l’ipocrisia si rivela per ciò che è stata: un uso strumentale di una storia complessa, sacrificata alla logica del consenso. Perché, al netto degli slogan, rimane una domanda essenziale – e scomoda –: chi difende davvero i diritti dei minori quando la loro tutela smette di essere utile alla polemica? 



mercoledì 29 aprile 2026

LA GRAZIA PER NORDIO

 CORSIVO


Da Almasri al Quirinale, passando per il referendum: Nordio resiste a tutto. Anche alla logica.


C'è un mistero che percorre i corridoi di Palazzo Chigi come una corrente d'aria gelida: perché Nordio è ancora lì?

Non è una domanda retorica. È un enigma zoologico. Il ministro ha inanellato, con metodica costanza, una sequenza di disastri che avrebbe abbattuto chiunque: il caso Cospito gestito con l'aplomb di chi trova una buca in giardino e ci pianta un geranio; il caso Almasri, col tagliagole libico rispedito a casa in volo di Stato come ospite sgradito ma riguardoso; il referendum sulla giustizia, naufragato sonoramente mentre lui distribuiva epiteti sui magistrati come fossero cioccolatini; e ora l'affaire Minetti, col Quirinale in un cortocircuito degno di Feydeau.

Ad ogni disastro, la stessa liturgia: "Mi assumo le responsabilità politiche". Poi silenzio. Poi il prossimo disastro.

Meloni lo sa, naturalmente. Lo sa e tace. Perché Nordio non è un ministro: è un feticcio. Fu scelto nel 2022 come simbolo di qualità, vessillo del garantismo, prova che il governo del popolo poteva permettersi figure di spessore. Ora è diventato altro: la prova che certi errori non si riparano, si amministrano.

La "zarina" Bartolozzi, ministro-ombra di un ministro che guardava sfilare i decreti giustizialisti sorseggiando lo spritz, è già stata defenestrata. Resta lui. Imperturbabile. Come quei vasi di cristallo che nessuno osa spostare per paura di rompere qualcos'altro.

Chiudetelo in frigo, chiedeva un collega. Suggerimento generoso. Ma i frigoriferi di Stato, si sa, non abbassano mai abbastanza la temperatura. 


lunedì 27 aprile 2026

TRE ANNI E MEZZO. E IL CONTO È PRESTO FATTO

 CORSIVO



Tre anni e mezzo di governo, un programma rivoluzionario e un risultato: tutto come prima. Perfino le scuse.


Tre anni e mezzo fa, Giorgia Meloni vinse. La destra esultò. Finalmente, dicevano. Dopo decenni di gabbia. Dopo secoli di persecuzione. Tutti i torti subiti. Tutta la storia negata. Un popolo di martiri, finalmente al governo. Un momento. La premier era già stata ministra. Il presidente del Senato pure. Negli ultimi trent'anni la destra ex missina aveva governato regioni, conquistato sindaci, occupato poltrone nelle partecipate e nelle istituzioni culturali. Perseguitati, sì. Con qualche vistosa lacuna.

Il programma era grandioso. C'era il premierato: il popolo sovrano che sceglie il capo. C'era la separazione delle carriere tra giudici e pm, per togliere alla toga quel sapore di casta. C'era l'autonomia differenziata, sogno leghista eterno, stavolta elevato a riforma di Stato. C'era il «prima gli italiani», le nascite in aumento a suon di bonifici — come se un bambino si ordinasse col codice fiscale. C'era la cultura liberata dal giogo rosso. C'era il Ponte sullo Stretto. Il Pnrr speso bene, finalmente. Un'Europa raddrizzata. I mercati domati. Un'internazionale sovranista a spazzar via i globalisti e i loro vaporosi entusiasmi.
Bene. Il premierato non c'è. La separazione delle carriere non c'è. L'autonomia differenziata non c'è. Il Ponte è ancora nei sogni del concessionario. Il Pnrr arranca. L'Europa è quella che è. I mercati fanno quello che vogliono.

Tre anni e mezzo. Risultato: un deficit al 3,1 per cento che impedisce l'uscita dalla procedura d'infrazione. Dopo leggi di bilancio scritte col righello, d'accordo con Bruxelles, senza un euro di troppo. Tutto il rigore possibile. Per finire fuori dai parametri lo stesso. Non importa. La frittata si rigira. I coraggiosi solitari torneranno a raccontare di complotti e nemici invisibili. Qualcuno li crederà. A sinistra il menù è quello che è: non pervenuto.
La rivoluzione di destra. Tutto come prima. Perfino le scuse.

IL DIRITTO NON SI ELARGISCE



 di Roberto Barbera*

Quando un'azienda sceglie il 25 aprile per comunicare ai sindacati che lo sciopero è irresponsabile, o sbaglia il calendario o ha un senso dell'ironia che meriterebbe miglior causa.


ATM ha fatto entrambe le cose.
La società di trasporto pubblico di Messina ha diffuso un comunicato — nelle forme solenni di chi ritiene che la carta stampata abbia ancora il potere intimidatorio dell'editto — accusando i sindacati di agire contro l'interesse dei cittadini. Quattro ore di sciopero, non sei: errore già nel computo, il che non depone a favore della precisione manageriale.

Le sigle hanno risposto con la lucidità irritata di chi è abituato a subire prima e a documentare poi. Nell'elenco delle doglianze figurano ferie negate, trattenute salariali senza titolo, trasferimenti punitivi e licenziamenti privi di giusta causa. Non è una piattaforma rivendicativa: è un curriculum aziendale. Il management lo ha redatto con diligenza, anno dopo anno.
La direzione ha tentato poi la classica mossa del divide et impera: distinguere tra sindacati responsabili e agitatori, come se l'aggettivo fosse un'accusa anziché, in certi contesti, un titolo d'onore. Le sigle hanno risposto con la semplicità dei numeri: rappresentano la maggioranza dei lavoratori. La maggioranza non si divide: si conta.

Resta la questione del 25 aprile, data scelta per il comunicato. Non è una data qualunque. Usarla per evocare scenari di conflitto ingovernabile è, nel migliore dei casi, una distrazione. Nel peggiore, è un messaggio deliberato. I sindacati hanno optato per la seconda lettura, e non a torto.
Lo sciopero è un diritto. La Costituzione lo dice con chiarezza sufficiente da non richiedere glosse aziendali. Chi lo esercita non chiede il permesso: lo comunica, nei tempi e nei modi di legge. Tutto il resto è folklore manageriale.
ATM è attesa in Prefettura. Con i documenti, stavolta.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

LA DIGNITÀ NON È MERCE DI SCAMBIO . NON È NEGOZIABILE !

 


La dignità non ha prezzo. Non è in vendita e non è negoziabile.  

Non è un bonus aziendale da inserire in busta paga, né una medaglia da appendere al petto dei “meritevoli”. 


Non è un privilegio riservato a chi parla meglio, veste meglio, o produce di più.  

La dignità non si concede. Non si elargisce. Non è un favore che fai a qualcuno quando ti svegli di buon umore.  

È il minimo sindacale dell’umanità. 

Il punto di partenza, non il premio di fine corsa.  

Quando entri in una stanza , che sia un ufficio, una casa, un’aula o una chat , ogni persona che incontri la porta già con sé. 


Non gliela stai dando tu. La riconosci, e basta.  

Chi tratta la dignità come un’opzione, come qualcosa da dosare a seconda del ruolo, del rendimento o della simpatia, non sta sbagliando una strategia di gestione. Sta sbagliando l’essere umano.  

Perché puoi non avere tutte le risposte. Puoi essere stanco, sotto pressione, fallibile.  

Ma se ti dimentichi che davanti a te c’è una persona ,non un numero, non un problema da risolvere, non un ostacolo , allora hai perso la bussola.  

La dignità non si insegna nei master. 


Si pratica ogni volta che scegli di ascoltare prima di giudicare, di rispettare prima di comandare, di vedere l’altro prima di misurare quanto ti serve.  

Non costa nulla. Eppure vale tutto.

sabato 25 aprile 2026

SICILIA, LA LIBERAZIONE INFINITA TRA MACERIE E VERITÀ

 


Una libertà mai compiuta.


La Festa della Liberazione, in Messina e in Sicilia, ha un andamento irregolare. Ufficialmente cade il 25 aprile. Storicamente, preferisce non cadere affatto. Si distribuisce nel tempo, come certe verità scomode che non trovano un giorno adatto per essere celebrate. Altrove la Liberazione è un fatto. Qui è una questione. Nel 1922, quando il Fascismo prende il potere, la Sicilia è già in ritardo: redditi inferiori di circa il 50% rispetto al Nord, oltre il 60% della popolazione attiva in agricoltura, analfabetismo che in molte aree supera il 40%. Non è un Paese da conquistare: è una realtà da amministrare. Il regime promette ordine. Si dice che le porte restassero aperte. Una sicurezza, si capisce, più statistica che sostanziale.
Nelle campagne, l’ordine ha già i suoi custodi. Non servono sempre le camicie nere: bastano i campieri, le reti locali, una disciplina senza uniforme. Il fascismo, in Sicilia, più che imporsi, si adatta.
Poi arriva la guerra, che ha il pregio di non mentire.

Nel 1943, con l’Operazione Husky, la Sicilia è il primo pezzo d’Italia a uscire dal regime. Messina viene distrutta: bombardamenti, infrastrutture annientate, economia azzerata. La liberazione arriva, ma trova poco da liberare se non le macerie.
Nel frattempo, mentre al Nord si costruisce la mitologia della Resistenza, qui la transizione è più sobria, quasi amministrativa. Figure come Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo, mafiosi della Sicilia centro occidentale si fanno garanti di un credito patriottico mai oisseduto e trattano e guidono l'esercito americano nella sua marcia di conquista verso il resto d'Italia mostrando una notevole capacità di adattamento. Cambiano i governi, non sempre i mediatori.
La vera data sparyiacue drlla liberazione siciliana arriva dopo, come spesso accade nelle storie italiane. Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, i contadini festeggiano e vengono uccisi. La Strage di Portella della Ginestra non è solo una strage: è un chiarimento. La libertà politica non coincide automaticamente con la giustizia sociale. È, se si vuole, la prima nota a piè di pagina della Repubblica.

Da quel momento, il calendario siciliano della Liberazione resta aperto.
I dati, come sempre, sono meno retorici delle celebrazioni: disoccupazione alta, redditi persistentemente inferiori alla media nazionale, emigrazione di massa per decenni. La libertà, per molti, coincide con la possibilità di partire. Non esattamente ciò che si intendeva nel 1945.
E tuttavia, sarebbe un errore fermarsi alla diagnosi. La Sicilia ha una forma di resistenza meno appariscente, più lenta, quasi ostinata. Non produce epopee, ma continuità. Non proclama, ma persiste. È una libertà che non si dichiara, si misura.
Così, ogni 25 aprile, mentre il Paese celebra, l’isola riflette.
Non tanto su quando sia avvenuta la Liberazione,
ma su quanto, davvero, sia stata realizzata. ♓

LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...