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lunedì 27 aprile 2026

TRE ANNI E MEZZO. E IL CONTO È PRESTO FATTO

 CORSIVO



Tre anni e mezzo di governo, un programma rivoluzionario e un risultato: tutto come prima. Perfino le scuse.


Tre anni e mezzo fa, Giorgia Meloni vinse. La destra esultò. Finalmente, dicevano. Dopo decenni di gabbia. Dopo secoli di persecuzione. Tutti i torti subiti. Tutta la storia negata. Un popolo di martiri, finalmente al governo. Un momento. La premier era già stata ministra. Il presidente del Senato pure. Negli ultimi trent'anni la destra ex missina aveva governato regioni, conquistato sindaci, occupato poltrone nelle partecipate e nelle istituzioni culturali. Perseguitati, sì. Con qualche vistosa lacuna.

Il programma era grandioso. C'era il premierato: il popolo sovrano che sceglie il capo. C'era la separazione delle carriere tra giudici e pm, per togliere alla toga quel sapore di casta. C'era l'autonomia differenziata, sogno leghista eterno, stavolta elevato a riforma di Stato. C'era il «prima gli italiani», le nascite in aumento a suon di bonifici — come se un bambino si ordinasse col codice fiscale. C'era la cultura liberata dal giogo rosso. C'era il Ponte sullo Stretto. Il Pnrr speso bene, finalmente. Un'Europa raddrizzata. I mercati domati. Un'internazionale sovranista a spazzar via i globalisti e i loro vaporosi entusiasmi.
Bene. Il premierato non c'è. La separazione delle carriere non c'è. L'autonomia differenziata non c'è. Il Ponte è ancora nei sogni del concessionario. Il Pnrr arranca. L'Europa è quella che è. I mercati fanno quello che vogliono.

Tre anni e mezzo. Risultato: un deficit al 3,1 per cento che impedisce l'uscita dalla procedura d'infrazione. Dopo leggi di bilancio scritte col righello, d'accordo con Bruxelles, senza un euro di troppo. Tutto il rigore possibile. Per finire fuori dai parametri lo stesso. Non importa. La frittata si rigira. I coraggiosi solitari torneranno a raccontare di complotti e nemici invisibili. Qualcuno li crederà. A sinistra il menù è quello che è: non pervenuto.
La rivoluzione di destra. Tutto come prima. Perfino le scuse.

IL DIRITTO NON SI ELARGISCE



 di Roberto Barbera*

Quando un'azienda sceglie il 25 aprile per comunicare ai sindacati che lo sciopero è irresponsabile, o sbaglia il calendario o ha un senso dell'ironia che meriterebbe miglior causa.


ATM ha fatto entrambe le cose.
La società di trasporto pubblico di Messina ha diffuso un comunicato — nelle forme solenni di chi ritiene che la carta stampata abbia ancora il potere intimidatorio dell'editto — accusando i sindacati di agire contro l'interesse dei cittadini. Quattro ore di sciopero, non sei: errore già nel computo, il che non depone a favore della precisione manageriale.

Le sigle hanno risposto con la lucidità irritata di chi è abituato a subire prima e a documentare poi. Nell'elenco delle doglianze figurano ferie negate, trattenute salariali senza titolo, trasferimenti punitivi e licenziamenti privi di giusta causa. Non è una piattaforma rivendicativa: è un curriculum aziendale. Il management lo ha redatto con diligenza, anno dopo anno.
La direzione ha tentato poi la classica mossa del divide et impera: distinguere tra sindacati responsabili e agitatori, come se l'aggettivo fosse un'accusa anziché, in certi contesti, un titolo d'onore. Le sigle hanno risposto con la semplicità dei numeri: rappresentano la maggioranza dei lavoratori. La maggioranza non si divide: si conta.

Resta la questione del 25 aprile, data scelta per il comunicato. Non è una data qualunque. Usarla per evocare scenari di conflitto ingovernabile è, nel migliore dei casi, una distrazione. Nel peggiore, è un messaggio deliberato. I sindacati hanno optato per la seconda lettura, e non a torto.
Lo sciopero è un diritto. La Costituzione lo dice con chiarezza sufficiente da non richiedere glosse aziendali. Chi lo esercita non chiede il permesso: lo comunica, nei tempi e nei modi di legge. Tutto il resto è folklore manageriale.
ATM è attesa in Prefettura. Con i documenti, stavolta.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

LA DIGNITÀ NON È MERCE DI SCAMBIO . NON È NEGOZIABILE !

 


La dignità non ha prezzo. Non è in vendita e non è negoziabile.  

Non è un bonus aziendale da inserire in busta paga, né una medaglia da appendere al petto dei “meritevoli”. 


Non è un privilegio riservato a chi parla meglio, veste meglio, o produce di più.  

La dignità non si concede. Non si elargisce. Non è un favore che fai a qualcuno quando ti svegli di buon umore.  

È il minimo sindacale dell’umanità. 

Il punto di partenza, non il premio di fine corsa.  

Quando entri in una stanza , che sia un ufficio, una casa, un’aula o una chat , ogni persona che incontri la porta già con sé. 


Non gliela stai dando tu. La riconosci, e basta.  

Chi tratta la dignità come un’opzione, come qualcosa da dosare a seconda del ruolo, del rendimento o della simpatia, non sta sbagliando una strategia di gestione. Sta sbagliando l’essere umano.  

Perché puoi non avere tutte le risposte. Puoi essere stanco, sotto pressione, fallibile.  

Ma se ti dimentichi che davanti a te c’è una persona ,non un numero, non un problema da risolvere, non un ostacolo , allora hai perso la bussola.  

La dignità non si insegna nei master. 


Si pratica ogni volta che scegli di ascoltare prima di giudicare, di rispettare prima di comandare, di vedere l’altro prima di misurare quanto ti serve.  

Non costa nulla. Eppure vale tutto.

sabato 25 aprile 2026

SICILIA, LA LIBERAZIONE INFINITA TRA MACERIE E VERITÀ

 


Una libertà mai compiuta.


La Festa della Liberazione, in Messina e in Sicilia, ha un andamento irregolare. Ufficialmente cade il 25 aprile. Storicamente, preferisce non cadere affatto. Si distribuisce nel tempo, come certe verità scomode che non trovano un giorno adatto per essere celebrate. Altrove la Liberazione è un fatto. Qui è una questione. Nel 1922, quando il Fascismo prende il potere, la Sicilia è già in ritardo: redditi inferiori di circa il 50% rispetto al Nord, oltre il 60% della popolazione attiva in agricoltura, analfabetismo che in molte aree supera il 40%. Non è un Paese da conquistare: è una realtà da amministrare. Il regime promette ordine. Si dice che le porte restassero aperte. Una sicurezza, si capisce, più statistica che sostanziale.
Nelle campagne, l’ordine ha già i suoi custodi. Non servono sempre le camicie nere: bastano i campieri, le reti locali, una disciplina senza uniforme. Il fascismo, in Sicilia, più che imporsi, si adatta.
Poi arriva la guerra, che ha il pregio di non mentire.

Nel 1943, con l’Operazione Husky, la Sicilia è il primo pezzo d’Italia a uscire dal regime. Messina viene distrutta: bombardamenti, infrastrutture annientate, economia azzerata. La liberazione arriva, ma trova poco da liberare se non le macerie.
Nel frattempo, mentre al Nord si costruisce la mitologia della Resistenza, qui la transizione è più sobria, quasi amministrativa. Figure come Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo, mafiosi della Sicilia centro occidentale si fanno garanti di un credito patriottico mai oisseduto e trattano e guidono l'esercito americano nella sua marcia di conquista verso il resto d'Italia mostrando una notevole capacità di adattamento. Cambiano i governi, non sempre i mediatori.
La vera data sparyiacue drlla liberazione siciliana arriva dopo, come spesso accade nelle storie italiane. Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, i contadini festeggiano e vengono uccisi. La Strage di Portella della Ginestra non è solo una strage: è un chiarimento. La libertà politica non coincide automaticamente con la giustizia sociale. È, se si vuole, la prima nota a piè di pagina della Repubblica.

Da quel momento, il calendario siciliano della Liberazione resta aperto.
I dati, come sempre, sono meno retorici delle celebrazioni: disoccupazione alta, redditi persistentemente inferiori alla media nazionale, emigrazione di massa per decenni. La libertà, per molti, coincide con la possibilità di partire. Non esattamente ciò che si intendeva nel 1945.
E tuttavia, sarebbe un errore fermarsi alla diagnosi. La Sicilia ha una forma di resistenza meno appariscente, più lenta, quasi ostinata. Non produce epopee, ma continuità. Non proclama, ma persiste. È una libertà che non si dichiara, si misura.
Così, ogni 25 aprile, mentre il Paese celebra, l’isola riflette.
Non tanto su quando sia avvenuta la Liberazione,
ma su quanto, davvero, sia stata realizzata. ♓

venerdì 24 aprile 2026

"LA BANALITÀ DEL MALE", ETERNO RITORNO

 


a cura di E. L. M. Irali

Nel giorno della Liberazione, un libro del 1963 torna a interrogarci sul male che abita la normalità.

 

C'è una fotografia di Hannah Arendt che dice più di mille biografie: sigaretta accesa, sguardo obliquo, un mezzo sorriso già sfida al mondo. Nata ad Hannover nel 1906 in una famiglia ebraica laica, studia filosofia a Marburgo — diventa allieva e amante segreta di Heidegger, il maestro che sceglierà il nazismo — e consegue il dottorato su Agostino e l'amore. Quando Hitler prende il potere, la Gestapo la arresta. Fugge: Praga, Parigi, i campi d'internamento francesi, poi New York, apolide, sopravvissuta. Muore nel 1975, il dattiloscritto ancora nella macchina da scrivere. Una vita che è essa stessa un testo.

 

Nel 1961 va a Gerusalemme per il processo a Eichmann, il colonnello delle SS che organizzò la logistica dello sterminio. Si aspettava un mostro. Trovò un impiegato: mediocre, privo di odio, incapace di pensiero autonomo, uno che eseguiva ordini e compilava moduli. Da quella vertigine nasce “La banalità del male”: il male non abita i demoni, abita la normalità. Non è ferocia, è assenza — di riflessione, di empatia, di quella fatica morale che ci rende umani. Il totalitarismo cerca individui per cui la distinzione tra vero e falso non esiste più. Il libro scandalizzò per aver posto la questione delle responsabilità dei Consigli ebraici nello sterminio: Arendt non cercava colpe, cercava la verità, anche quando bruciava.

 

Il 25 aprile non è una data. È una scelta. Mussolini diceva che il fascismo è dentro di noi: lui lo aveva semplicemente liberato. Arendt ha mostrato dove abita: nel funzionario zelante, nel cittadino che smette di pensare. Ed è qui che il cerchio si chiude, con un'allegoria che brucia. Guardiamo Netanyahu e la sua macchina da guerra — non il popolo di Israele, non la sua storia di dolore e sapienza, non quella voce profetica che nell'ebraismo custodisce il comandamento: "anche voi foste stranieri in terra d'Egitto" — e vediamo qualcosa che Arendt riconoscerebbe: la sicurezza trasformata in ideologia, il confine che avanza fino a coincidere con la negazione dell'altro. Resistere alla banalità del male significa anche questo: non rendere banale la nostra vita, tenere acceso il pensiero, anche quando ci lascia soli.

AUTOBUS NUOVI, CITTÀ FERMA



 di Roberto Barbera*



Messina ha la flotta elettrica più giovane del Sud. Le strade, i villaggi, le abitudini sono rimaste al 1987.


Bisogna riconoscerlo: i numeri di ATM fanno una certa impressione. Duecento autobus, età media quattro anni, cinquantaseimila abbonati, fatturato raddoppiato in otto anni. Ventinove nuovi elettrici Iveco parcheggiati in piazza Duomo come una sfilata di moda. Altri diciotto in arrivo entro giugno. La flotta elettrica, dicono, è già il doppio di quella delle altre città italiane. Un primato meridionale, forse nazionale. Peccato che a Messina, nel frattempo, per andare a Castanea bisogna ancora avere un parente con la macchina. L' ATM ha fatto quello che le amministrazioni le hanno chiesto: ammodernare il parco mezzi, aumentare le frequenze sulle direttrici principali, costruire un abbonamento appetibile. Ma il MoveMe a cinquanta euro l'anno serve a chi ha dove andare con l'autobus. Per chi abita sopra i trecento metri di quota, è una beffa con la grafica bella.

Il Rapporto MobilitAria 2025 del CNR fotografa un'Italia in stallo sulla mobilità sostenibile, con il Mezzogiorno in coda e Catania ultima — più auto che abitanti. Messina galleggia in una zona grigia che è, forse, la più pericolosa: quella dell'autocompiacimento. Si conta il numero degli abbonati, si taglia il nastro davanti agli Iveco elettrici e si ritiene il lavoro fatto. Il lavoro non è fatto. Mancano tre cose. Prima: le ZTL dinamiche. Le città europee che hanno ridotto davvero il traffico — Oslo, Stoccolma, New York — hanno introdotto pedaggi urbani variabili per orario e qualità dell'aria. Non è fantascienza: è uno strumento raccomandato dal Ministero dell'Ambiente. Messina ha ZTL ferme agli anni Novanta. Seconda: l'intermodalità. La riqualificazione della tranvia è un'occasione per costruire hub dove il tram incontra l'autobus e l'autobus incontra il bike sharing elettrico. Bologna lo fa. Bergamo lo fa.

 Messina ha il tram e gli autobus, ma non ha ancora capito che devono parlarsi. Terza: la mobilità a chiamata per i villaggi. ATM ha già sperimentato il servizio a chiamata per Torre Faro. Funziona, costa poco, richiede organizzazione. Estenderlo ai villaggi collinari sarebbe coerente con il tema europeo 2026 — "Mobilità per tutti" — e finanziabile con i sette miliardi del Piano Sociale per il Clima UE destinati all'Italia.
Longanesi diceva che gli italiani sono santi, poeti, navigatori e gente che parcheggia in doppia fila. Aggiungerei: e amministratori che comprano autobus elettrici e lasciano i quartieri alti a piedi. Il problema di Messina non è la flotta. È la visione. Usare il mezzo più moderno solo dove è già comodo è come comprare un frigorifero nuovo e tenerlo spento. Fa bella figura. Non conserva niente. La prossima giunta erediterà un'azienda dei trasporti risanata e una città che si muove ancora come cinquant'anni fa nelle sue periferie verticali. Sarebbe il momento di smettere di tagliare nastri e cominciare a tracciare percorsi.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

giovedì 23 aprile 2026

CICALE E FORMICHE. L'ORCHESTRA SUONA MENTRE LA NAVE AFFONDA

 


Deficit, PNRR, residui attivi: la grande recita bipartisan del fallimento.

 Il Documento di Economia e Finanza appena pubblicato certifica, con la flemma asettica dei numeri, quello che un qualunque studente di economia al primo anno già sa: nei cicli favorevoli si consolida, si risparmia, si costruiscono margini. L'Italia ha fatto l'opposto. Tassi contenuti, esportazioni in salute, mercato del lavoro in espansione: la bonaccia perfetta per alleggerire il peso di un debito monstre. Risultato? Il rapporto debito/PIL è salito comunque, dal 135,8 al 137,7 per cento. Un'occasione non solo sprecata, ma derisa. E ora, con lo shock energetico alle porte, 186 miliardi di titoli da rinnovare entro fine anno e la crisi di Hormuz sullo sfondo, il governo scopre che la cassa è vuota e si avvicina al patto di stabilità come un'automobilista ubriaco al guard-rail: con la certezza matematica dell'impatto, e la speranza irrazionale di scamparne.

Giorgia Meloni, in questo frangente, sceglie la tattica collaudata del capro espiatorio postdatato. La colpa, naturalmente, è del Superbonus. Peccato che il Superbonus lo abbia votato anche lei, che abbia contribuito a far cadere Draghi — il quale intendeva eliminarlo — e che se lo sia tenuto in eredità senza abolirlo per quattro anni di governo con la maggioranza più solida e ampia della storia repubblicana recente. Invocare un mostro di un lustro fa offende l'intelligenza persino degli elettori più benevolenti. Perché il vero buco non è patrimoniale, è di cassa: novanta miliardi di euro di gettito fiscale non riscosso ogni anno, e un attivo dello Stato costruito sulla sabbia di 1.100 miliardi di residui attivi — crediti inesigibili, morosità strutturali, fantasmi contabili che ogni cinque anni vanno in prescrizione senza che nessuno si degni di parlarne. Di questo, Meloni non dice una parola. Preferisce il nemico antico al problema attuale.

Ma sarebbe ingeneroso lasciare il Partito Democratico fuori dalla scena. Alessandro Alfieri, responsabile PNRR nella segreteria Schlein, annuncia con olimpica disinvoltura che il Pd «non darà nessun sì preventivo» allo scostamento di bilancio, ma valuterà «nell'interesse del Paese». Traduzione: se il governo sfonda il tetto, e se la cosa piace, ci sarà anche il loro voto favorevole. Il grande partito di opposizione che si prepara a benedire il commissariamento fiscale dell'Italia con una scrollata di spalle e un «dipende». Povera Italia, davvero: a destra una premier che cerca alibi nel passato, a sinistra un'opposizione che offre complicità spacciandola per responsabilità. Nel mezzo, i conti che non tornano, i residui che si  prescrivono e la tempesta che avanza.♓



L'AMBASCIATORE CHIAMATO PER UN GUITTO DA TALK SHOW


CORSIVO

 Tra insulti da propaganda e reazioni istituzionali sproporzionate, la politica italiana inciampa nel teatro della tv urlata.

Il copione è quello noto: Vladimir Solovyov, trombettiere televisivo del Cremlino, trasforma l’insulto in format e scende nel triviale contro Giorgia Meloni. Nulla di nuovo sotto i riflettori di Mosca, dove l’invettiva è linguaggio di sistema e non scivolone. Più interessante è il rimbalzo domestico: lo stesso Solovyov, volto familiare anche nei salotti più rumorosi di Mediaset, trova spazio nei talk di Rete 4, arene costruite sul conflitto permanente. Non è ispirazione: è importazione diretta di un tono, di un metodo, di un’idea di dibattito come ring.

Qui però la satira si ferma e comincia il problema. Perché quando la politica si nutre di queste piazze televisive, finisce per parlarne la lingua: semplificata, gridata, binaria. Un pubblico ampio e fedele — anziano, poco incline all’approfondimento, più spettatore che lettore — diventa il terreno perfetto per una narrazione senza sfumature. E così l’insulto estero non resta folklore: trova eco, si moltiplica, si legittima per riflesso. Il paradosso è che ci si indigna per il messaggero, ma si coltiva da anni il palcoscenico che lo rende efficace.

Poi arriva la risposta istituzionale, e qui il corto circuito si fa completo. Il ministro Antonio Tajani convoca l’ambasciatore: atto solenne, quasi da crisi diplomatica, per le parole di un conduttore. Il Quirinale, con Sergio Mattarella, esprime solidarietà. Tutto legittimo, ma sproporzionato. Non è Vladimir Putin a parlare, né un membro del governo russo: è un uomo di televisione. In uno Stato liberale esistono altri strumenti: querela, tribunali, diritto. Il rischio, altrimenti, è capovolgere la scena: lo Stato che insegue il talk show, la diplomazia che rincorre la propaganda. E alla fine resta l’immagine più amara: mentre si invocano interessi nazionali e sovranità, si finisce per prendere lezioni — rovesciate e involontarie — proprio da chi di quelle parole fa un mestiere.

LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...