CORSIVO
Tre anni e mezzo di governo, un programma rivoluzionario e un risultato: tutto come prima. Perfino le scuse.
vocazione del blog : arte, cultura, politica, società, sport , salute , fratellanza universale , lifestyle,scienza, innovazione .
CORSIVO
Tre anni e mezzo di governo, un programma rivoluzionario e un risultato: tutto come prima. Perfino le scuse.
di Roberto Barbera*
Quando un'azienda sceglie il 25 aprile per comunicare ai sindacati che lo sciopero è irresponsabile, o sbaglia il calendario o ha un senso dell'ironia che meriterebbe miglior causa.
*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico
La dignità non ha prezzo. Non è in vendita e non è negoziabile.
Non è un bonus aziendale da inserire in busta paga, né una medaglia da appendere al petto dei “meritevoli”.
Non è un privilegio riservato a chi parla meglio, veste meglio, o produce di più.
La dignità non si concede. Non si elargisce. Non è un favore che fai a qualcuno quando ti svegli di buon umore.
È il minimo sindacale dell’umanità.
Il punto di partenza, non il premio di fine corsa.
Quando entri in una stanza , che sia un ufficio, una casa, un’aula o una chat , ogni persona che incontri la porta già con sé.
Non gliela stai dando tu. La riconosci, e basta.
Chi tratta la dignità come un’opzione, come qualcosa da dosare a seconda del ruolo, del rendimento o della simpatia, non sta sbagliando una strategia di gestione. Sta sbagliando l’essere umano.
Perché puoi non avere tutte le risposte. Puoi essere stanco, sotto pressione, fallibile.
Ma se ti dimentichi che davanti a te c’è una persona ,non un numero, non un problema da risolvere, non un ostacolo , allora hai perso la bussola.
La dignità non si insegna nei master.
Si pratica ogni volta che scegli di ascoltare prima di giudicare, di rispettare prima di comandare, di vedere l’altro prima di misurare quanto ti serve.
Non costa nulla. Eppure vale tutto.
Una libertà mai compiuta.
Nel giorno della Liberazione, un libro del 1963 torna a interrogarci sul male che abita la normalità.
C'è una fotografia di Hannah Arendt che dice più di mille biografie: sigaretta accesa, sguardo obliquo, un mezzo sorriso già sfida al mondo. Nata ad Hannover nel 1906 in una famiglia ebraica laica, studia filosofia a Marburgo — diventa allieva e amante segreta di Heidegger, il maestro che sceglierà il nazismo — e consegue il dottorato su Agostino e l'amore. Quando Hitler prende il potere, la Gestapo la arresta. Fugge: Praga, Parigi, i campi d'internamento francesi, poi New York, apolide, sopravvissuta. Muore nel 1975, il dattiloscritto ancora nella macchina da scrivere. Una vita che è essa stessa un testo.
Nel 1961 va a Gerusalemme per il processo a Eichmann, il colonnello delle SS che organizzò la logistica dello sterminio. Si aspettava un mostro. Trovò un impiegato: mediocre, privo di odio, incapace di pensiero autonomo, uno che eseguiva ordini e compilava moduli. Da quella vertigine nasce “La banalità del male”: il male non abita i demoni, abita la normalità. Non è ferocia, è assenza — di riflessione, di empatia, di quella fatica morale che ci rende umani. Il totalitarismo cerca individui per cui la distinzione tra vero e falso non esiste più. Il libro scandalizzò per aver posto la questione delle responsabilità dei Consigli ebraici nello sterminio: Arendt non cercava colpe, cercava la verità, anche quando bruciava.
Il 25 aprile non è una data. È una scelta. Mussolini diceva che il fascismo è dentro di noi: lui lo aveva semplicemente liberato. Arendt ha mostrato dove abita: nel funzionario zelante, nel cittadino che smette di pensare. Ed è qui che il cerchio si chiude, con un'allegoria che brucia. Guardiamo Netanyahu e la sua macchina da guerra — non il popolo di Israele, non la sua storia di dolore e sapienza, non quella voce profetica che nell'ebraismo custodisce il comandamento: "anche voi foste stranieri in terra d'Egitto" — e vediamo qualcosa che Arendt riconoscerebbe: la sicurezza trasformata in ideologia, il confine che avanza fino a coincidere con la negazione dell'altro. Resistere alla banalità del male significa anche questo: non rendere banale la nostra vita, tenere acceso il pensiero, anche quando ci lascia soli.
di Roberto Barbera*
Deficit, PNRR, residui attivi: la grande recita bipartisan del fallimento.
Il Documento di Economia e Finanza appena pubblicato certifica, con la flemma asettica dei numeri, quello che un qualunque studente di economia al primo anno già sa: nei cicli favorevoli si consolida, si risparmia, si costruiscono margini. L'Italia ha fatto l'opposto. Tassi contenuti, esportazioni in salute, mercato del lavoro in espansione: la bonaccia perfetta per alleggerire il peso di un debito monstre. Risultato? Il rapporto debito/PIL è salito comunque, dal 135,8 al 137,7 per cento. Un'occasione non solo sprecata, ma derisa. E ora, con lo shock energetico alle porte, 186 miliardi di titoli da rinnovare entro fine anno e la crisi di Hormuz sullo sfondo, il governo scopre che la cassa è vuota e si avvicina al patto di stabilità come un'automobilista ubriaco al guard-rail: con la certezza matematica dell'impatto, e la speranza irrazionale di scamparne.
Giorgia Meloni, in questo frangente, sceglie la tattica collaudata del capro espiatorio postdatato. La colpa, naturalmente, è del Superbonus. Peccato che il Superbonus lo abbia votato anche lei, che abbia contribuito a far cadere Draghi — il quale intendeva eliminarlo — e che se lo sia tenuto in eredità senza abolirlo per quattro anni di governo con la maggioranza più solida e ampia della storia repubblicana recente. Invocare un mostro di un lustro fa offende l'intelligenza persino degli elettori più benevolenti. Perché il vero buco non è patrimoniale, è di cassa: novanta miliardi di euro di gettito fiscale non riscosso ogni anno, e un attivo dello Stato costruito sulla sabbia di 1.100 miliardi di residui attivi — crediti inesigibili, morosità strutturali, fantasmi contabili che ogni cinque anni vanno in prescrizione senza che nessuno si degni di parlarne. Di questo, Meloni non dice una parola. Preferisce il nemico antico al problema attuale.
Ma sarebbe ingeneroso lasciare il Partito Democratico fuori dalla scena. Alessandro Alfieri, responsabile PNRR nella segreteria Schlein, annuncia con olimpica disinvoltura che il Pd «non darà nessun sì preventivo» allo scostamento di bilancio, ma valuterà «nell'interesse del Paese». Traduzione: se il governo sfonda il tetto, e se la cosa piace, ci sarà anche il loro voto favorevole. Il grande partito di opposizione che si prepara a benedire il commissariamento fiscale dell'Italia con una scrollata di spalle e un «dipende». Povera Italia, davvero: a destra una premier che cerca alibi nel passato, a sinistra un'opposizione che offre complicità spacciandola per responsabilità. Nel mezzo, i conti che non tornano, i residui che si prescrivono e la tempesta che avanza.♓
Tra insulti da propaganda e reazioni istituzionali sproporzionate, la politica italiana inciampa nel teatro della tv urlata.
Il copione è quello noto: Vladimir Solovyov, trombettiere televisivo del Cremlino, trasforma l’insulto in format e scende nel triviale contro Giorgia Meloni. Nulla di nuovo sotto i riflettori di Mosca, dove l’invettiva è linguaggio di sistema e non scivolone. Più interessante è il rimbalzo domestico: lo stesso Solovyov, volto familiare anche nei salotti più rumorosi di Mediaset, trova spazio nei talk di Rete 4, arene costruite sul conflitto permanente. Non è ispirazione: è importazione diretta di un tono, di un metodo, di un’idea di dibattito come ring.
Qui però la satira si ferma e comincia il problema. Perché quando la politica si nutre di queste piazze televisive, finisce per parlarne la lingua: semplificata, gridata, binaria. Un pubblico ampio e fedele — anziano, poco incline all’approfondimento, più spettatore che lettore — diventa il terreno perfetto per una narrazione senza sfumature. E così l’insulto estero non resta folklore: trova eco, si moltiplica, si legittima per riflesso. Il paradosso è che ci si indigna per il messaggero, ma si coltiva da anni il palcoscenico che lo rende efficace.
Poi arriva la risposta istituzionale, e qui il corto circuito si fa completo. Il ministro Antonio Tajani convoca l’ambasciatore: atto solenne, quasi da crisi diplomatica, per le parole di un conduttore. Il Quirinale, con Sergio Mattarella, esprime solidarietà. Tutto legittimo, ma sproporzionato. Non è Vladimir Putin a parlare, né un membro del governo russo: è un uomo di televisione. In uno Stato liberale esistono altri strumenti: querela, tribunali, diritto. Il rischio, altrimenti, è capovolgere la scena: lo Stato che insegue il talk show, la diplomazia che rincorre la propaganda. E alla fine resta l’immagine più amara: mentre si invocano interessi nazionali e sovranità, si finisce per prendere lezioni — rovesciate e involontarie — proprio da chi di quelle parole fa un mestiere.
Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...