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martedì 14 aprile 2026

SSN AL BIVIO , COSTITUZIONE SOSPESA . DIRITTO ALLA SALUTE PRIVILEGIO PER POCHI

 


di AG RIZZO *

Un silenzio assordante corre lungo i corridoi dei nostri ospedali, è il rumore delle risorse che mancano, delle ambulanze bloccate e di una Costituzione che, pezzo dopo pezzo, viene tradita nel suo principio più nobile: l’uguaglianza

L’ultimo scontro tra Stato e Regioni sulla riforma del Servizio Sanitario Nazionale non è solo una schermaglia burocratica; è il segnale d’allarme di un sistema che sta per implodere sotto il peso dell’indifferenza e di una strisciante privatizzazione.

Procedere a colpi di decreti, ignorando la "leale collaborazione" con i territori, significa calpestare la realtà di chi la salute la gestisce ogni giorno. 

Il Governo propone una riorganizzazione al buio, con una "clausola di invarianza finanziaria" che suona come una beffa, perché è come  curare un malato vietandogli l'ossigeno. 

Senza investimenti nel capitale umano, senza rendere attrattivo il lavoro per medici e infermieri, il SSN smette di essere un servizio e diventa un deserto, sostanzialmente un privilegio per pochi . 

La centralizzazione delle eccellenze e lo svuotamento del ruolo delle Regioni non sono scelte neutre. Sono passi verso una sanità a due velocità. 

Chi ha i mezzi economici varcherà la soglia del privato; chi non ne ha resterà intrappolato in liste d’attesa infinite o in territori privi di presidi. 

Stiamo assistendo alla stigmatizzazione della povertà, perché se non puoi pagare, la tua salute può aspettare.

Dobbiamo sostenere  con forza che la salute non è una merce e il bilancio dello Stato non può essere risanato sulla pelle delle persone  fragili. 

Chiedere lo stop a questa riforma è un atto di resistenza civile. 

L’integrazione tra ospedale e territorio non può essere uno slogan scritto sulla carta, ma deve essere una rete viva, fatta di risorse certe e dignità professionale. 

Se non fermiamo questa deriva, non avremo solo perso un sistema sanitario, ma avremo perso il cuore della nostra democrazia. 

Il diritto alla cura deve tornare a essere universale, o sará soltanto un bel ricordo di “come eravamo “. 


*  


lunedì 13 aprile 2026

PLATONE E L ‘ ESERCIZIO DELLA DEMOCRAZIA

 


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L ‘ ULTIMO SACRILEGIO DEL “ RE MIDA DI LATTA “




 C’è qualcosa di profondamente nauseante nell’osservare Donald Trump che tenta di bullizzare il sacro. 

Non è solo una questione di fede, ma di antropologia del limite

Se fossimo in un manuale di psicologia, parleremmo di un narcisismo così ipertrofico da non ammettere l'esistenza di una bussola morale esterna al proprio ego. 

L'ultima uscita contro il Papa non è un attacco politico; è il riflesso incondizionato di un uomo che confonde la spiritualità con il marketing e la compassione con la debolezza.


Dal punto di vista sociologico, Trump sta cercando di ridurre il Vaticano a una sezione distaccata di un talk show di serie B. Stigmatizzare il Pontefice non serve a spostare voti, serve a ribadire un concetto tribale che “ Non esiste altra autorità all’infuori della mia.” 

È l’assurda pretesa di chi vorrebbe mettere un cappellino "Make America Great Again" sulla cupola di San Pietro.

L'Empatia manca  totalmente. C'è solo il calcolo del "mi piace".

L'Umanità è sostituita da una maschera di bronzo che non conosce il rossore della vergogna.

Il Sacro è ridotto a un ostacolo logistico per la propria narrazione di potenza.


C'è un che di patetico, in questo costante bisogno di alzare l'asticella del sacrilegio , per sentirsi vivi. 

È la psicologia della terra bruciata, cioè , se non posso controllare una figura che parla di poveri, di pace e di ultimi, allora devo trascinarla nel fango del mio feed quotidiano.


Attaccare il Papa non è "essere controcorrente". 

È essere disperatamente a corto di argomenti, è il rantolo di una politica che ha perso il contatto con la dimensione umana dell'esistenza.


Non c'è spazio per le sfumature. 

Chi deride l'autorità morale del Papa per racimolare due punti di share sta offendendo non solo i cattolici, ma chiunque creda che la dignità umana non sia in vendita al miglior offerente.

Trump non ha capito che, mentre i suoi tweet evaporano nel giro di un mattino, la pietas e la storia hanno tempi molto più lunghi. Il mondo non è un reality show e il Papa non è un concorrente da eliminare. 

È ora di smetterla di scambiare il rumore per carisma e la prepotenza per leadership.

 Basta.

GREEN SI SVEGLIA TARDI

 Corsivo


La fedelissima scopre il re nudo — con soli dieci anni di ritardo.


Marjorie Taylor Greene ha scoperto che Donald Trump ha un "grave stato mentale". La notizia ha colto di sorpresa molti osservatori, soprattutto quelli che per anni l'hanno vista applaudire le sparate del tycoon con l'entusiasmo di una cheerleader sotto steroidi. Benvenuta, Marjorie. Il resto del mondo lo sapeva dal 2015.

La rottura si è consumata sugli Epstein files — materia in cui la soglia di sopportazione era evidentemente più bassa che per le altre amenità dell'era Trump. Da quel momento l'ex deputata ha imboccato la via della dissidenza con la solerzia di chi recupera il tempo perduto: l'Iran è "malvagia e follia", il presidente va rimosso col venticinquesimo emendamento, i Repubblicani "saranno massacrati alle midterm". Tutto vero, probabilmente. Ma pronunciato dalla stessa persona che il mostro lo ha nutrito per anni con applausi, voti e teorie del complotto fresche di giornata.

A Politico ha poi offerto un'analisi politologica di rara profondità: il MAGA è "frammentato" tra puristi, moderati, interventisti e neocon infiltrati. Distinzioni che non aveva notato quando votava compatta con l'ala più oltranzista del Congresso. Ora invece vede tutto con cristallina chiarezza. Le nuove generazioni, ha aggiunto con tono da profetessa, non sostengono "questa versione del MAGA". Giusto. Peccato che per anni abbia fatto di tutto per renderla l'unica versione disponibile sul mercato.

Il finale è da antologia: non sa più se è repubblicana, si sente indipendente, sogna qualcosa che "unisca destra e sinistra". In America lo chiamano risveglio. In italiano lo chiamiamo più semplicemente: fine della carriera. La coerenza, si sa, è roba da perdenti.


PIRATI SUL MARE GLOBALE

 



di F.AVA 


Il mondo come bottino: quando la diplomazia lascia il posto al sequestro.


C'è un momento in cui la retorica smette di essere strumento e diventa sostanza. Trump ha raggiunto quel momento con la disinvoltura di chi non ha mai distinto tra l'una e l'altra cosa. Dopo il naufragio dei colloqui di Islamabad — ventuno ore, Vance e Kushner a fare da spallieri, una delegazione iraniana a fare da muro — il presidente ha annunciato che gli Stati Uniti "sigilleranno" lo Stretto di Hormuz. Non una minaccia: una dichiarazione di principio, affidata ai social con la naturalezza con cui si prenota un tavolo al ristorante.

La novità non è la durezza del gesto, ma la sua qualità morale. Bloccare Hormuz significa colpire il punto dove il mondo è più esposto: il passaggio da cui transitano oceani di greggio, e dal cui funzionamento dipendono economie che con questa guerra non hanno nulla a che fare. I futures sul petrolio segnano già un rialzo del trenta per cento; alcuni carichi superano i centoquaranta dollari al barile. Il mercato incorpora il rischio, come sempre fa con i disastri annunciati. Trump ha anche dichiarato di volersi appropriare del petrolio delle navi sequestrate, per poi rivenderlo. È qui che "pirateria" cessa di essere una provocazione e diventa categoria politica. 

Lo Stato più potente della terra che usa la forza navale per decidere chi passa e a quale prezzo: non è deterrenza, non è embargo, è predazione. Certi vizi, a farli in grande, diventano virtù di governo. Islamabad non ha chiarito nulla: ha reso visibili distanze che nessuna delle parti aveva intenzione di colmare. Quello che era una guerra regionale è diventato una contesa sul controllo delle arterie del commercio mondiale. Il mare come spazio conteso, la merce come arma, la navigazione come ricatto. Per il resto del mondo resta una scoperta amara: che l'ordine internazionale può essere piegato con un post sui social da un uomo che non distingue tra una trattativa e una rapina.

BOLOGNA PIANIFICA, MESSINA ASPETTA

 



a cura di Alberto Barbera ^

 Bologna, aprile 2026. Il Comune annuncia assemblee pubbliche nei sei quartieri: oggetto, la riorganizzazione dell'intera rete di trasporto pubblico in vista dell'entrata in esercizio del tram. I cittadini vengono convocati non per essere informati di decisioni già prese, ma per contribuire a costruirle: connessioni mancanti tra quartieri, barriere percepite all'uso del mezzo pubblico, ragioni dell'uso dell'auto privata. Partecipazione, non comunicato stampa.

Messina, stesso mese. Il tram è fermo da tredici mesi. I lavori di riqualificazione della tranvia — aggiudicati nel 2023, firmati nel 2024, avviati nella primavera del 2025 — avrebbero dovuto concludersi entro quell'anno. Oggi si prospettano ancora quasi due anni di lavori. Il cronoprogramma è carta straccia. I binari del viale San Martino restano vuoti, le navette sostitutive coprono a fatica un percorso circolare fino alle venti e trenta, e l'assessore alla Mobilità invita alla pazienza. Chi non ha l'auto — studenti, anziani, lavoratori dei quartieri periferici — paga ogni giorno il prezzo di una pianificazione che non pianifica.

Il paragone con Bologna non è accanimento geografico. È il metro di misura che ogni città meridionale dovrebbe applicare a se stessa. A Bologna la rete bus viene ridisegnata in funzione del tram che arriva, i due sistemi trattati come un unico organismo, con biglietto integrato su autobus, tram e treni regionali. A Messina, la sospensione del tram non è stata accompagnata da alcuna revisione della rete ATM: nessun potenziamento delle linee bus, nessuna riprogettazione degli itinerari, nessun tavolo pubblico con i pendolari. La città è stata lasciata ad arrangiarsi.

La differenza non è nei fondi: è nella capacità di trasformare risorse in sistema. Questo Osservatorio chiede che Messina smetta di misurare i propri progressi in confronto al proprio passato e cominci a misurarli rispetto a ciò che altre città italiane considerano già normale. A Bologna si co-progetta la mobilità. A Messina si chiede ai cittadini di aspettare. Non è una questione di latitudine: è una questione di volontà politica e di rispetto per chi il mezzo pubblico lo usa per necessità, non per scelta.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

IL SINDACO ETERNO DEI NEBRODI



 Quattro mandati, un Senato, un comune in pre-dissesto: a Sant'Agata di Militello Bruno Mancuso vince sempre, e i cittadini pagano — o forse no.


C'è una domanda che la democrazia dovrebbe porsi: come fa un sindaco a vincere quattro volte in una città che si svuota, i conti sul filo del pre-dissesto, le aliquote al massimo di legge? Bruno Mancuso, nefrologo di professione e politico per vocazione, governa Sant'Agata di Militello quasi senza interruzioni dal 2004 — parentesi al Senato dal 2013 al 2018, giusto il tempo di transitare dal centrosinistra verso il centrodestra, sfiorando Fratelli d'Italia — poi è tornato e ha trovato la città nelle condizioni lasciate.

 Nel 2023 contro di lui schierato un fronte bulgaro: PD, M5S, FdI, Forza Italia e Lega col presidente della Commissione Sanità dell'ARS in prima fila. Ha vinto col 58%. Il problema non è Mancuso. I conti hanno continuato la deriva. Residui attivi che crescono, investimenti da prefisso telefonico — 775 mila euro pagati su 21,9 milioni stanziati — servizi ridotti all'osso. Il dissesto scongiurato, il risanamento no. Ogni cinque anni Mancuso promette la semina e annuncia il raccolto, e Sant'Agata annuisce. Restano due ipotesi sull'elettore: o è un masochista convinto, che trova nelle aliquote massime una forma di disciplina interiore, oppure — ipotesi più prosaica — le tasse non le paga e l'aliquota gli è indifferente. In entrambi i casi la democrazia funziona: ognuno ha il sindaco che si merita.

La città intanto si assottiglia. Ogni anno partono cinquanta, settanta persone: chi cerca lavoro, chi segue i figli, chi rinuncia. PIL pro capite stimato attorno ai 18 mila euro, industria marginale, commercio in turn over perpetuo. Sant'Agata è una di quelle città meridionali che non crollano ma non decollano, sospese in un equilibrio che si regge sulla rassegnazione e sulla memoria corta. Mancuso, da buon medico, sa la differenza tra guarire un paziente e tenerlo in vita. Sant'Agata è viva, in questo senso. Alle prossime elezioni probabilmente si ripresenterà, e probabilmente vincerà. Pagare le tasse, del resto, lo si può sempre rimandare. ♓


sabato 11 aprile 2026

CONTE, IL PRESTANOME REDENTO

 


Nel Pd c'è chi sogna di far fuori la Schlein per incoronare l'Avvocato del Popolo. Bettini, filosofo della resa, guida il coro.


Goffredo Bettini ha trovato la sua vocazione: consigliere spirituale di partiti altrui. Con la soavità di chi offre in dono la propria casa all'inquilino, suggerisce a Elly Schlein un gesto di «generosità»: farsi da parte per Conte. Il Conte, già Avvocato del Popolo, garante del Superbonus, presidente per chiunque glielo chiedesse con garbo, verrebbe catapultato alla guida senza scomodarsi a vincere nulla. La «generosità» come invenzione retorica supera la «dedizione» e il «senso dello Stato», formule già logore. Suona come un atto volontario. Un dono. 

Certe anime del Pd ragionano come se la fusione con i Cinque Stelle fosse già avvenuta — silenziosamente, come certi matrimoni tra parenti che nessuno ricorda di aver celebrato. In tale ottica Conte non è un esterno: è il candidato più presentabile di una famiglia litigiosa. L'uomo che imbriglierebbe il populismo di sinistra per battere quello di destra — col vantaggio che le cannonate in mezzo mondo favoriscono l'opposizione, mentre il governo ha abbracciato Trump proprio quando Trump spaventava persino i suoi. Tutto torna. Tranne il fatto che nessuno ha chiesto alla Schlein se gradisce il ruolo di Cenerentola illuminata.

E così il Pd, nell'ora in cui Meloni vacilla, riscopre il suo sport: l'autolesionismo. Le primarie aperte le vuole Conte, perché sa che bastano poche paginette generiche e poi via ai gazebo, dove il popolo decide — salvo scoprire che tale popolo è perlopiù composto da militanti del Movimento con ombrellino da campo. Nel frattempo Matteo Renzi, padre putativo di Silvia Salis, lavora di fioretto: una candidatura centrista che vale il dieci per cento, sufficiente a sottrarre voti alla Schlein e a rendere Conte premier per acclamazione. Dopodiché, a negoziare ci penserà lui. Come è ovvio. Come è sempre stato.


LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...