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mercoledì 11 marzo 2026

I DIRITTI DEI BAMBINI NON SONO UNA BANDIERA POLITICA




a cura di Anna Lombardo


Dalla vicenda della "famiglia nel bosco" riemerge una verità spesso dimenticata: la tutela dei miniri viene prima delle polemiche.


Nel rumore delle polemiche, la voce più fragile rischia sempre di perdersi: quella dei bambini. Eppure è proprio da lì che dovrebbe cominciare ogni ragionamento civile. Il diritto dei minori a crescere in un ambiente sano, a ricevere istruzione, cure e relazioni sociali non è un’opinione: è sancito dalle leggi di tutti i paesi democratici e da convenzioni internazionali che mettono al centro la loro dignità e il loro futuro.

Da decenni i tribunali e i servizi sociali intervengono, spesso nel silenzio, per proteggere i più piccoli da contesti di violenza domestica, degrado, abbandono o conflitti familiari devastanti. Migliaia di decisioni giudiziarie – quasi sempre lontane dai riflettori – hanno cercato di garantire ai bambini qualcosa di semplice e fondamentale: serenità, scuola, relazioni con altri coetanei, la possibilità di crescere dentro una società che li accolga.


La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” nasce da un fatto concreto: un avvelenamento da funghi che portò l’intero nucleo familiare in ospedale. Curati e salvati, i genitori e i figli entrarono così nello sguardo delle istituzioni. Da quel momento le indagini rivelarono uno stile di vita segnato da isolamento estremo e condizioni giudicate incompatibili con lo sviluppo dei minori. Da lì cominciò l’intervento della magistratura e dei servizi sociali, che da anni seguono la situazione. Eppure oggi, mentre i tecnici lavorano con prudenza e responsabilità, la politica tenta di trasformare questa storia in un simbolo utile alle proprie battaglie sul referendum contro i magistrati. È una tentazione antica: usare casi complessi come armi retoriche. Ma i diritti dei bambini non dovrebbero diventare bandiere. Sono, e restano, il punto più delicato della nostra civiltà.

CAPITALISMO SOTTO RICATTO POLITICO

 


CAPITALISMO SOTTO RICATTO POLITICO



Quando lo Stato punisce un’azienda che difende i propri principi, il libero mercato diventa improvvisamente molto meno libero.


La libertà di un’azienda di agire secondo la volontà dei propri azionisti — e non secondo l’umore del governo di turno — è una delle colonne portanti del capitalismo. Non è un dettaglio tecnico: è la stessa aria che respira la libertà individuale. Dove manca, la crescita ristagna e il progresso diventa un esercizio retorico. Eppure nello scontro con Anthropic l’amministrazione Trump ha sferrato uno degli attacchi più seri a questo principio. Difendere il capitalismo a parole e trattarlo come un optional quando intralcia interessi politici è un curioso paradosso.

I fatti sono semplici. Il Pentagono aveva firmato con Anthropic un contratto per usare il modello di intelligenza artificiale Claude, accettando alcune restrizioni etiche poste dall’azienda. Poi quelle limitazioni sono diventate improvvisamente scomode. Anthropic ha fatto la cosa più semplice: rispettare il contratto. La risposta del governo è stata etichettare l’azienda come “rischio per la catena di approvvigionamento”, scoraggiando di fatto chiunque lavori con la difesa americana dal collaborare con essa. È un metodo che ricorda i sistemi dove la supremazia del partito o del dittatore domina la società. In quei paesi si può essere bravi a copiare innovazioni nate altrove, molto meno a inventarle. L’innovazione prospera dove le imprese rispondono al mercato e agli azionisti, non al potere politico. Il capitalismo, in fondo, o è libertà d’iniziativa o non è. Come ricordava Franklin D. Roosevelt, è un sistema che vive di intraprendenza, proprietà e scambi volontari — ma che muore quando il potere, pubblico o privato, decide di piegare il mercato alla propria volontà. 

LA BIENNALE DEI BUONI SENTIMENTI E DELLE CATTIVE COSCIENZE

 


Quando l'arte diventa campo minato, persino la pace fa paura.

Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, è uomo che la sinistra cataloga da entomologo: intellettuale di destra, di estrema destra, come se la collocazione del pensiero ne determinasse il valore. Classificazione che rivela più chi la formula che chi ne è oggetto. 
L'ingegno non chiede passaporto: conta dove arriva, non da dove parte. E quello di Buttafuoco arriva lontano — fastidiosamente lontano, anche per chi gli sta, nominalmente, dalla stessa parte.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, assente alla presentazione del Padiglione Italia per «improrogabili impegni istituzionali» — formula aurea del funzionario che rosica da lontano — ha trovato tuttavia il tempo di un videomessaggio sibillino. Ha stabilito, con la prosa involuta che è ormai sua cifra, che «l'arte di un'autocrazia è libera soltanto nella misura in cui sia dissidente». 
Frase che suona profonda finché non la si traduce: un pittore russo può esporre solo se odia Putin. Requisito estetico singolare, convenendo che nessuno lo chiede al pittore francese rispetto a Macron.

Buttafuoco ha ringraziato il ministro per il disaccordo — con l'olimpica cortesia di chi ha vinto senza combattere.
 È questa distanza, ha osservato, a certificare l'autonomia di chi da centotrent'anni pratica l'eresia dell'apertura. I censori si interrogano su come si costruisca la pace. Evidentemente non frequentano mostre. 
E faticano a farsi capire — il che, per un ministro della Cultura, è già una forma di autocritica involontaria.

lunedì 9 marzo 2026

IL RISOTTO DI MR. WOOSTER

 






IL RISOTTO DI MR. WOOSTER


Sono sempre io, Roberto Antonuccio — Robertino per mia madre e per Enzuccio, che ha avuto la bontà, o forse l'imprudenza, di affidarmi la cotitolarità di questa rubrica. Custode convinto della cucina siciliana e del suo territorio, ogni tanto mi avventuro oltre lo Stretto. Con risultati, a quanto pare, accettabili. E con questo risotto, lo confesso senza troppa vergogna, cavalco allegramente i miei limiti geografici.

Il nome della ricetta viene da un libro,  L'inimitabile Jeeves, di un maestro dell'umorismo inglese  P. G. Wodehous,  che ho letto in una lunga estate siciliana con la stessa devozione con cui si segue una cottura lenta — Bertie Wooster si ritrova in Normandia, dove un pescatore siciliano emigrato in quei paraggi gli prepara qualcosa di simile a questa ricetta. Un episodio minore, forse. Ma l'idea mi è rimasta, e l'ho adattata a modo mio.

 Il risotto al salmone fresco e affumicato con burrata e lime appartiene a quella categoria di imprese che, affrontate con la dovuta flemma e un brodo di gamberi a portata di mano, sanno tuttavia risolversi in trionfo.

Tutto ha inizio con il salmone fresco, avviato in padella con aglio e vino bianco — il quale evapora con quella silenziosa efficienza che ci si aspetterebbe dal personale di servizio meglio addestrato. Il riso Carnaroli, nel frattempo, viene tostato a secco fino a raggiungere quella lucentezza soddisfatta che è propria delle cose avviate nel modo corretto. Il brodo caldo, vegetale e animato dalle teste di gambero con intuizione degna di nota, entra nella faccenda un mestolo alla volta, senza fretta e senza inutili drammi.
A metà cottura, il salmone già pronto si unisce alla compagnia. Poi, fuori dal fuoco — e questo è il punto in cui la faccenda assume contorni quasi filosofici — intervengono il salmone affumicato, la burrata e il burro ghiacciato, che legano il tutto con una coesione che fa pensare ai migliori sodalizi. Sale, pepe, noce moscata. E in conclusione, la scorza di lime grattugiata: un dettaglio apparentemente frivolo che si rivela, come spesso accade con i dettagli apparentemente frivoli, assolutamente indispensabile.
Il risultato è un piatto che sa di eleganza senza ostentazione — esattamente il tipo di cosa che si vorrebbe trovare ad attenderci dopo una giornata che non è andata, nel complesso, nel verso giusto.

Per due persone di buon senso e appetito:

180 g di riso Carnaroli — 80 g di salmone fresco 
— 50 g di salmone affumicato — 1 burrata piccola (circa 100 g) — burro ghiacciato q.b. — brodo vegetale con teste di gambero — 
1 spicchio d'aglio — vino bianco secco q.b. — olio extravergine d'oliva q.b. — sale, pepe nero e noce moscata q.b. — scorza grattugiata di 1 lime.




domenica 8 marzo 2026

IL TRIONFO DEL NULLA

 CORSIVO 


A sinistra non guidano, non decidono, non scrivono programmi: eppure il vuoto, a volte, è l’arma più spietata contro chi governa.

La sinistra italiana e i Democratici americani condividono oggi un curioso privilegio: l’irrilevanza operativa.
 Non hanno un capo che comandi né un programma che governi; possiedono tuttavia una virtù inattesa, la più moderna fra tutte: l’assenza. 
In un’epoca che idolatra il condottiero muscolare e il tribuno onnipresente, essi praticano invece una forma di politica quasi metafisica: il vuoto.
 Ed ecco il paradosso. Proprio mentre Giorgia Meloni e Donald Trump dominano la scena come attori principali convinti di recitare un dramma epocale, l’opposizione , priva di copione e spesso anche di comparse , comincia a raccogliere dividendi. Negli Stati Uniti il presidente che voleva dominare il mondo rischia la malinconica metamorfosi dell’“anatra zoppa”; in Italia la premier potrebbe inciampare in un referendum che i suoi avversari non hanno nemmeno davvero combattuto. Una vittoria per inerzia: la più umiliante delle sconfitte possibili.   

Il paradosso è quasi elegante nella sua crudeltà. Meloni eccelle nell’arte dello scontro, ma per combattere serve un bersaglio; Trump prospera nel conflitto permanente, ma anche il conflitto richiede qualcuno con cui litigare. Quando dall’altra parte non c’è nessuno, la retorica guerriera resta sospesa come una sciabola agitata nel vuoto. Così la sinistra, forse senza saperlo, pratica la più raffinata delle strategie: l’assenza. Conte e Schlein aspirano entrambi a Palazzo Chigi con ardore più sentimentale che operativo; tuttavia nessuno ha ancora stabilito chi debba provarci davvero, né come deciderlo. 
Il programma, poi, aleggia come un fantasma benevolo: tutti sanno che prima o poi apparirà, ma nessuno ha fretta di incontrarlo. 
Nel frattempo la premier governa, combatte e polemizza in perfetta solitudine. E ogni monologo politico, come ogni monologo teatrale troppo lungo, finisce inevitabilmente per stancare anche gli spettatori più indulgenti.


THE BYRDS, ovvero come cinque giovani cambiarono la Musica senza sembrar troppo ompegnati.



Vi sono nella storia della musica gruppi che nascono, suonano e scompaiono senza lasciare traccia alcuna, come zii lontani di cui si ricorda vagamente il nome. I Byrds non furono di questi. Fondati a Los Angeles nel 1964 — città notoriamente più adatta ai sogni che al lavoro serio — riuscirono nell'impresa non trascurabile di reinventare la musica popolare americana, e lo fecero con l'aria di chi stava semplicemente accordando la chitarra. La loro prima mossa fu prendere una canzone di Bob Dylan, Mr. Tambourine Man, e restituirla al mondo così migliorata che persino Dylan, si suppone, ne rimase colpito. Il segreto era una chitarra a 12 corde nelle mani di Roger McGuinn, tre voci in perfetta armonia e una certa nonchalance californiana che rendeva tutto facile, persino il genio. Non pienamente soddisfatti di aver inventato il folk rock, si dedicarono poi alla psichedelia, al jazz e infine al country, con la disinvoltura di chi cambia argomento a tavola. Nel 1973 si sciolsero, probabilmente stanchi di superare sé stessi. Il mondo della musica non li dimenticò: nel 1991 arrivò la Rock and Roll Hall of Fame — che è, in fondo, il modo più americano di dire grazie, con molto ritardo.


Mr. TAMBURINE MAN

Il brano scritto da Bob Dylan nel 1964 e pubblicato nell'album Bringing It All Back Home (1965). Il testo è una delle composizioni più commentate, fraintese e romanticamente sopravvalutate della storia del rock — il che, naturalmente, ne costituisce buona parte del fascino.
Il soggetto è un misterioso suonatore di tamburello — figura onirica, guida quasi sciamanica — al quale il poeta chiede di condurlo in un viaggio. Dove? In nessun luogo preciso, il che è esattamente il punto.
Il tono è quello di una stanchezza lucida: "I'm not sleepy and there is no place I'm going to" — non ho sonno e non ho meta. È la voce di chi ha esaurito il mondo ordinario e chiede alla musica, o all'immaginazione, o a qualcosa di indefinibile, di portarlo altrove.
Le immagini — la spiaggia deserta, le onde antiche, i passi danzanti — evocano un paesaggio sospeso tra sogno e alba, tra ebbrezza e risveglio.

Molti vi hanno letto un'allegoria della droga, Dylan ha sempre sorriso senza rispondere — che è la reazione più intelligente possibile davanti a chi vuole ridurre la poesia a un'unica spiegazione. In fondo, Mr. Tambourine Man è semplicemente una delle cose più belle che si possano chiedere alla musica: portami via da qui, non importa dove.


Mr. Tambourine Man — Traduzione italiana


Ehi! Suonatore di tamburello, suona una canzone per me,
non sono assonnato e non ho nessun posto dove andare.
Ehi! Suonatore di tamburello, suona una canzone per me,
nel tintinnio mattutino del tuo tamburello ti seguirò.
Anche se non so dove stai andando,
sono pronto a seguire il tuo passo danzante
verso le incantate rive della sera.
Il mio essere esausto aspetta il mio volere
e i miei pensieri, come foglie, mi fuggono via —
ma lasciami dimenticare per un po'
tutto quello che oggi non riuscirà a essere.
Prendi me per un viaggio sulla tua magica barca turbinante,
la mia stanchezza sfida ogni ora —
le mie mani non possono sentire per afferrare,
i miei piedi sono troppo addormentati per muoversi,
e la mia lingua è inutile per parlare —
aspetta solo un momento,
il suono della tua armonia
mi toccherà ancora.
Lontano dalle piazze fumose della follia,
dai marciapiedi logori di ogni mattina,
dove le ombre dei visi miei già dimenticati
sorridono attraverso porte sbilenche e storte —
portami via, oltre le fredde catene del presente
e la vecchia, folle città a metà via.
Poi prendermi su, in alto, lungo le onde del suono,
sotto le diamantate radici di mare,
e poi in marcia, attraverso nebbie e fronde
passato circoli di risa, e le sue canzoni di balene —
fino a quando le foglie di danza del cielo
si staccheranno liberamente nella brezza
di questo sorriso congelato.
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sabato 7 marzo 2026

Farmaco salvavita introvabile, il silenzio delle farmacie e l’angoscia delle famiglie

 di AG Rizzo *

In Sicilia c’è chi, da settimane, entra in farmacia con la stessa ricetta in mano e ne esce con la stessa risposta: «Non è disponibile». Non si tratta di un farmaco qualunque. 


È il Depakin granulato, terapia indispensabile per molte persone che convivono con l’epilessia o con gravi patologie neurologiche. 

Senza quel farmaco, la malattia può tornare a farsi sentire con crisi improvvise e potenzialmente pericolose.


Secondo l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), alcune formulazioni del medicinale a base di sodio valproato sono attualmente in carenza per problemi produttivi e per l’elevata domanda. 

La disponibilità regolare potrebbe non tornare prima di giugno 2026, con periodi alterni di distribuzione limitata delle scorte.  


Il Depakin granulato è utilizzato soprattutto nei bambini e nei pazienti con difficoltà di deglutizione, perché consente un rilascio prolungato del principio attivo durante la giornata. 

Per molti di loro non esiste un equivalente diretto e cambiare terapia non è semplice né immediato.  


Per le famiglie significa vivere con l’ansia quotidiana di non sapere se la cura sarà disponibile domani. 

C’è chi chiama decine di farmacie, chi percorre centinaia di chilometri, chi prova a ottenere il farmaco dall’estero attraverso procedure straordinarie autorizzate dalle autorità sanitarie.  


È qui che la vicenda smette di essere un problema logistico e diventa qualcosa di più profondo. 

Quando un farmaco salvavita diventa introvabile, non è solo una difficoltà di approvvigionamento: è il segnale di un sistema sanitario pubblico sempre più fragile. Un Servizio sanitario nazionale che negli anni è stato depotenziato e definanziato fatica a garantire anche ciò che dovrebbe essere scontato: la continuità delle cure.


Dietro ogni scatola che manca non c’è un numero, ma una persona. 

Un bambino, un adulto, una famiglia intera che aspetta davanti a un bancone di farmacia sperando di sentirsi dire, finalmente, una parola diversa: «È arrivato».


*


8 Marzo: non fiori, ma voce , perché la parità ha ancora bisogno di essere gridata

 


L’8 marzo non è una ricorrenza da vetrina.   Non è mimose, sconti o post di circostanza.      È memoria e, soprattutto, responsabilità.       Perché la parità di diritti tra donne e uomini   non è ancora una realtà piena: nei salari, nelle opportunità, nella sicurezza, nella libertà di scegliere il proprio futuro.

Amplificare questo messaggio oggi significa rifiutare l’abitudine all’ingiustizia. Significa ricordare che ogni diritto conquistato nasce da una voce che non ha accettato il silenzio.

 Le donne non chiedono privilegi, chiedono ciò che dovrebbe essere normale e cioè rispetto, spazio, dignità.

L’8 marzo serve proprio a questo,  a tenere accesa una luce su ciò che ancora manca. 

Non per dividere, ma per costruire una società più giusta per tutti.

Perché quando i diritti delle donne avanzano, avanza la libertà di un intero Paese.

 E questa non è una battaglia di genere.               È una battaglia di civiltà.


LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...