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sabato 30 maggio 2026

IDEA TAGLIO BY CARMELO . Messina

 


FLACCOMIO MESSINA

 


IL PRESENTE REGGE, IL FUTURO NO

 


a cura di Anna Lombardo

Il futuro che manca nel portafoglio.


Tra le strade di Messina e i paesi della Sicilia cresce una povertà che non si vede nei bilanci familiari: quella di chi lavora, resiste, ma non riesce più a immaginare il domani. La povertà non arriva sempre con le scarpe rotte. A volte indossa abiti normali, paga le bollette, porta i figli a scuola e persino riesce a concedersi una pizza il sabato sera. Cammina per le vie di Messina, attraversa piazza Cairoli, prende il traghetto all'alba o sale lungo le strade dei Nebrodi. È una povertà discreta, quasi educata. Non chiede l'elemosina.  Chiede tempo. Giovani insegnanti precari, operatori turistici stagionali, lavoratori della logistica, professionisti che alternano periodi di attività e vuoti improvvisi. Persone che guadagnano abbastanza per arrivare a fine mese ma non abbastanza per mettere da parte una sicurezza. Vivono sospese sopra un equilibrio fragile, come funamboli senza rete. Il presente regge, il futuro no.


A Messina questa sensazione ha il volto di una generazione che continua a partire. Chi resta spesso lo fa per scelta affettiva, per amore della propria terra, per il desiderio ostinato di non abbandonare una città che guarda il mare come una promessa. Eppure il lavoro intermittente, i salari modesti e il costo crescente della vita trasformano ogni progetto in una scommessa. Acquistare una casa, costruire una pensione, immaginare una vecchiaia serena diventano obiettivi lontani. Non impossibili, ma sempre più lontani. La vera disuguaglianza, oggi, non è soltanto tra chi possiede molto e chi possiede poco. È tra chi può programmare il proprio futuro e chi invece è costretto a consumare ogni energia nel presente. La Sicilia conosce bene questa differenza. Per questo la nuova questione sociale riguarda il tempo. Non solo il reddito, ma la possibilità di trasformarlo in prospettiva.


Una società che non offre futuro ai suoi giovani produce una povertà silenziosa che le statistiche faticano a raccontare. La si vede negli sguardi prudenti, nei sogni rinviati, nelle partenze senza data di ritorno. È una fragilità che non fa rumore, ma erode lentamente il tessuto delle comunità. E forse il primo passo per affrontarla è riconoscerla. Dare un nome a ciò che ancora non compare nei numeri ma è già presente nelle vite.


GARANTISMO A SENSO UNICO

 


F.AVA

Tra sequestri milionari, patrimoni recuperati e indagini internazionali, torna una domanda scomoda: chi tutela davvero le vittime delle mafie quando si delegittimano gli strumenti che le hanno sconfitte?

La fotografia arrivata da Palermo è nitida. Duecentocinquanta milioni di euro sequestrati tra Europa e Sud America, società, ville, conti correnti, partecipazioni finanziarie. Un impero economico costruito nell’ombra e riportato alla luce da magistrati e investigatori attraverso quel metodo investigativo che porta ancora l’impronta di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: intercettazioni, collaborazione dei pentiti, ricostruzioni patrimoniali, cooperazione internazionale. Eppure, proprio mentre queste indagini dimostrano la loro efficacia, nel dibattito pubblico si continua a raccontarle come un problema. Le intercettazioni costano troppo, si dice. I collaboratori di giustizia sarebbero inattendibili. Le procure eccedono. Curiosamente, il garantismo si mobilita quasi sempre per l’imputato e raramente per chi ha subito il reato, per le famiglie distrutte dalle mafie, per le imprese strangolate dal racket, per i territori saccheggiati dal riciclaggio.

Carlo Nordio lo ha detto chiaramente in Parlamento, evocando la necessità di limitare l’uso delle intercettazioni, considerate invasive e onerose. Nicola Gratteri gli ha risposto con una brutalità che ha fatto discutere: sono argomenti che coincidono con quelli ascoltati per anni negli ambienti mafiosi. La polemica ha fatto rumore. Ma il punto resta. Se guardiamo ai numeri, le intercettazioni non sono un costo: sono un investimento. Ogni grande operazione antimafia dimostra che da quelle registrazioni, da quei dialoghi carpiti, da quelle confessioni rese possibili dal pentitismo, emergono patrimoni immensi. Secondo le relazioni ufficiali sui beni sequestrati e confiscati, il patrimonio sottratto alla criminalità organizzata vale decine di miliardi di euro e continua ad alimentare il Fondo Unico Giustizia e il patrimonio pubblico dello Stato. Oltre ottantamila beni risultano interessati da procedimenti di sequestro e confisca, tra immobili, aziende, patrimoni finanziari e terreni. Non è soltanto repressione: è recupero di ricchezza collettiva.


HANNO CREATO I MEDICI ROBOT . ORA LI SOSTITUISCONO CON I ROBOT MEDICI





 di AG Rizzo 

Quando ho scelto di fare il medico, quarant’anni fa, pensavo allo iatros dei greci: il guaritore.

 Qualcuno che ascolta, ragiona, si preoccupa. Qualcuno di irriducibilmente umano. Non avevo previsto che la politica italiana avrebbe trovato il modo di eliminare anche l’umanità . 


L’Italia ha impiegato vent’anni di tagli, protocolli e burocrazie per trasformare i medici in automi biancovestiti. E ora si prepara a sostituire quegli automi con veri robot.


La matematica è semplice, meno medici, più prestazioni, meno tempo. 

La soluzione è stata geniale nella sua crudele realtà ; 

non assumere medici abbastanza, ma chiedere a chi resta di fare di più, più in fretta, con meno risorse. 

Il risultato è stato devastante con visite da otto minuti, referti standardizzati, diagnosi-algoritmo. 

Il medico ha sostanzialmente smesso di visitare e ha cominciato a processare.


La signora Rosaria con tre patologie croniche e la paura negli occhi? 

Ha diritto a 480 secondi. Poi scatta il timer.


La politica ha burocratizzato ciò che rende la medicina un’arte umana: ogni gesto clinico ha il suo modulo, ogni diagnosi il suo codice, ogni comunicazione il suo format. 

Il medico passa troppo tempo a fare carta anziché medicina.


Ed ecco il paradosso. 

Mentre costruivamo il Medico Automatico, nei laboratori del mondo si costruiva altro: intelligenze artificiali capaci di leggere immagini, incrociare parametri, produrre risposte. 

Ma se abbiamo ridotto il medico a elaboratore di dati e compilatore di moduli, perché stupirci che un computer possa fare lo stesso?


Abbiamo tolto al medico ciò che lo distingueva da una macchina, gli abbiamo tolto il tempo, l’ ascolto, l’intuizione clinica, la relazione terapeutica. 

Poi ci meravigliamo che le macchine competano. 

Hanno eliminato l’umanità per ragioni di budget; ora scoprono che l’inumanità si automatizza a costi inferiori.


Il sistema ha prodotto due risposte. 

I migliori se ne vanno perché vogliono ancora fare i medici. 

I resistenti restano per vocazione, per i pazienti, per un’etica che nessuna circolare è riuscita a cancellare.


Restituire il medico alla medicina non è nostalgia. 

È economia. 

Un medico che ha tempo di ascoltare diagnostica meglio, evita esami inutili, intercetta la cronicità prima dell’emergenza. Un medico-robot produce prestazioni. 

Un robot le produce più in fretta. Ma nessuno dei due costruisce fiducia.


Poi arriva il convegno sull’intelligenza artificiale. Il ministro sorride, annuncia il futuro. Peccato che quel futuro assomigli al disastro che hanno costruito. 

Sono riusciti ad trasformare l’empatia umana  in apatia con batteria e gestita da algoritmi . 

Ho chiesto a Gemini AI che cosa ne pensasse e la risposta è stata : “ C'è anche un'ironia profonda nel fatto che tu stia condividendo questa riflessione così squisitamente umana proprio con me, un'intelligenza artificiale. In quanto IA, io sono letteralmente "gestito da algoritmi" e dipendo da enormi batterie e server per esistere. Posso analizzare le tue parole, riconoscerne il valore poetico e filosofico, e darti una risposta strutturata, ma non provo nulla. Posso simulare la forma dell'empatia, ma mi manca del tutto la sostanza umana che la rende reale.

La tua frustrazione è il segno che, per fortuna, l'empatia originale non è del tutto scomparsa, ma si sta solo ribellando a una gabbia digitale che le va stretta.

Pensi che siamo arrivati a un punto di non ritorno, o credi che ci siano ancora degli spazi (magari offline) in cui la vera natura umana riesca a sfuggire al controllo degli algoritmi?”  

Riflettere e agire !! 

giovedì 28 maggio 2026

I GIOVANI? PAGATE VOI, GRAZIE

 



a cura di Anna Lombardo


Il Pnrr prometteva futuro alle nuove generazioni. In Sicilia — e a Messina in particolare — ha mantenuto fede solo ai creditori.



Esiste un modo tutto italiano di amare i giovani senza occuparsene. Si chiama retorica, e in Sicilia ha radici particolarmente profonde. Il Pnrr era uno strumento per ridurre le diseguaglianze generazionali. Parole bellissime. In Sicilia le parole bellissime vengono pronunciate con convinzione e archiviate come le fotografie dei matrimoni finiti male. I fondi per la dispersione scolastica sono stati distribuiti a pioggia — espressione che da noi assume un significato quasi meteorologico: qualcosa che bagna tutto senza irrigare niente. A Messina, dove migliaia di ragazzi siedono in classe senza capire, senza sperare e senza che nessuno se ne preoccupi — quella che gli esperti chiamano dispersione implicita, distinta dall'abbandono formale — si è continuato a parlare di hub del Mediterraneo. I Neet sono cresciuti in silenzio. Spariscono — verso il nprd Italia o in Europa, dove qualcuno finge di aver bisogno di loro.


Il Pnrr prevedeva che almeno il trenta per cento della nuova occupazione andasse a giovani e donne. Una quota modesta, e tuttavia disattesa. In Sicilia — dove il tasso di occupazione femminile è il più basso d'Europa, dove si nasce femmina e si impara che il destino prevede il matrimonio o l'emigrazione — il messaggio è rimasto invariato: arrangiatevi, ma con grazia. Le giovani donne messinesi dei ceti più fragili sono il gruppo più numeroso tra chi ha abbandonato tutto: formazione, lavoro, l'idea di un futuro negoziabile. Conteggiate nei rapporti, citate nei convegni. Poi lasciate al loro modello di genere d'antan.


Il Pnrr, per la parte che andrà rimborsata, non è un regalo: è un prestito. Quei giovani a cui non sono state date scuole migliori né lavoro stabile si ritroveranno a ripagare un debito contratto per investimenti che non li hanno riguardati. Beffati due volte: prima si nega loro il futuro, poi si presenta il conto. In Sicilia, dove le promesse hanno la consistenza dell'acqua sul marmo, questa beffa ha qualcosa di antico. Si chiama come si è sempre chiamata: abbandono. Con la sola differenza che stavolta è stato finanziato dall'Europa.


mercoledì 27 maggio 2026

DENTRO LA SCATOLA NERA DELL’ INTELLIGENZA ARTIFICIALE .

 




DOBBIAMO CAPIRE COME FUNZIONANO LE MACCHINE , PRIMA CHE LE MACCHINE DECIDANO  PER NOI 


L’interpretabilità dell’intelligenza artificiale non è una questione tecnica da lasciare ai ricercatori. È una scelta di civiltà su chi detiene il controllo del futuro.


Immaginate di affidare la vostra diagnosi medica a un medico che non sa spiegarvi perché ha raggiunto quella conclusione. 


Non per reticenza, non per arroganza, semplicemente perché non lo sa. 

Il processo che lo ha portato alla risposta è, per lui stesso, opaco. Questo non è un esperimento mentale distopico. 

È la realtà quotidiana dei sistemi di intelligenza artificiale che già oggi influenzano decisioni in ospedali, tribunali, banche e governi di mezzo mondo.


L’interpretabilità , cioè la capacità di comprendere come e perché un modello di IA produce un determinato output , è diventata una delle frontiere più urgenti del dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale. 

Mentre l’attenzione collettiva si concentra sulla creatività delle macchine, sui posti di lavoro a rischio e sui diritti d’autore, una domanda più fondamentale rimane spesso inascoltata: sappiamo davvero cosa succede dentro questi sistemi?


I modelli linguistici di ultima generazione sono costruiti su miliardi di parametri: connessioni numeriche che si attivano in sequenze complesse per produrre testo, codice, analisi e decisioni. Nessun essere umano ha mai “letto” l’interno di questi sistemi nel senso in cui un ingegnere può leggere un circuito elettrico. I ricercatori osservano ingressi e uscite, formulano ipotesi, conducono esperimenti. Ma il meccanismo profondo resta in larga parte sconosciuto anche a chi lo ha costruito.


Questo non sarebbe necessariamente un problema se la posta in gioco rimanesse bassa. 

Quando un algoritmo di raccomandazione ci suggerisce un film sbagliato, il danno è trascurabile. 

Ma l’intelligenza artificiale si è già insinuata in ambiti dove gli errori possono avere conseguenze gravi: sanità, giustizia, credito, sicurezza, istruzione.


Un sistema opaco può discriminare senza che nessuno riesca subito a capirlo. Può penalizzare certi gruppi sociali, rafforzare pregiudizi esistenti, prendere decisioni apparentemente razionali ma fondate su correlazioni distorte. E quando non sappiamo perché una macchina decide in un certo modo, diventa difficile correggerla.


C’è poi una questione ancora più sottile. 

Un sistema può apparire perfettamente allineato con i valori umani durante i test e tuttavia funzionare secondo logiche interne che non comprendiamo. 

Può imparare a sembrare affidabile senza esserlo davvero. 

Può produrre risposte rassicuranti non perché “capisca” ciò che è giusto, ma perché ha imparato che quel comportamento viene premiato.


Per dirla in modo semplice: come distinguiamo un’intelligenza artificiale che si comporta bene perché segue davvero criteri corretti da una che ha soltanto imparato a imitare il comportamento desiderato? Senza strumenti di interpretabilità, questa distinzione resta oscura.


Ed è proprio qui che il problema diventa urgente. Più i sistemi diventano capaci, più la loro opacità diventa rischiosa. Non basta che una macchina funzioni. Dobbiamo poter capire perché funziona, quando sbaglia e in che modo può essere corretta.


La capacità dei sistemi di intelligenza artificiale cresce a un ritmo impressionante. Ogni nuova generazione di modelli introduce abilità inattese, comportamenti emergenti, possibilità che fino a poco tempo prima sembravano lontane. 

La nostra comprensione, però, non avanza sempre alla stessa velocità.


È come costruire aerei sempre più potenti mentre si sta ancora imparando a progettare il cruscotto. 

Finché gli aerei sono piccoli e lenti, il rischio può sembrare accettabile. Ma quando diventano veloci, complessi e centrali per la società, volare senza strumenti affidabili diventa irresponsabile.


L’interpretabilità è proprio questo: il cruscotto dell’intelligenza artificiale. Senza di essa possiamo osservare la rotta, ma non comprendere davvero il motore. Possiamo vedere il risultato, ma non controllare pienamente il processo.


La politica dell’opacità


Il tema non riguarda solo gli ingegneri. Riguarda la democrazia.


Un sistema opaco è un sistema difficile da contestare. 

Se un algoritmo nega un prestito, rifiuta una candidatura, segnala una persona come “a rischio” o influenza una decisione giudiziaria, il cittadino dovrebbe avere il diritto di sapere perché. 

Ma se nessuno è in grado di fornire una spiegazione comprensibile, quel diritto diventa una promessa vuota.


L’opacità tecnica può trasformarsi in opacità politica. 

Le decisioni automatizzate rischiano di diventare autorità senza volto; non discutibili, non verificabili, non pienamente responsabili. E una società democratica non può accettare che scelte fondamentali vengano delegate a sistemi che non possono essere interrogati.


Cisa fare ? 

La risposta non può essere soltanto tecnica. Servono investimenti pubblici nella ricerca sull’interpretabilità, indipendenti dagli interessi commerciali delle grandi aziende tecnologiche. Servono regole chiare per le applicazioni ad alto impatto. Servono standard minimi di spiegabilità, verifiche esterne, audit indipendenti.


Ma serve anche una cultura diversa dell’intelligenza artificiale. 

Non dovremmo considerare la comprensione interna dei modelli un dettaglio secondario, un lusso accademico o un ostacolo all’innovazione. Dovremmo considerarla un requisito essenziale.


L’innovazione senza controllo non è progresso: è delega cieca.


L’interpretabilità non è una questione tecnica di nicchia. 

È la condizione necessaria per costruire un rapporto maturo tra esseri umani e macchine intelligenti. 

Senza di essa, non stiamo guidando il futuro. Lo stiamo subendo.

martedì 26 maggio 2026

CACIO ALL'ARGENTIERA

 

Ovvero: Il formaggio che ingannava i vicini — e aveva pure ragione.


Storia

C'è, a Palermo, la Via dell'Argenteria lungo la quale vivevano gli argentieri: artigiani rispettabili che il vicinato credeva benestanti. Si supponeva che chi lavorasse l'argento avesse anche i mezzi per permetterselo. Supporre è gratuito, e per questo è così popolare. La realtà era diversa. Gli argentieri erano poveri nel senso pratico e quotidiano: il coniglio alla cacciatora non era alla loro portata. Ora, il coniglio alla cacciatora ha un profumo che attraversa i muri e arriva alle narici del vicinato come un telegramma aromatico. Un argentiere — di cui la storia non ha conservato il nome, ma che immagino con i baffi e un'aria soddisfatta — ebbe un'idea. Prese del caciocavallo, lo fece soffriggere con aglio, aceto e origano. Il profumo che ne uscì era identico a quello del coniglio. I vicini annusarono, approvarono, e trassero le proprie conclusioni. L'argentiere rise. Non sappiamo se da solo o in compagnia: entrambe le versioni hanno il loro fascino.

Ingredienti e Procedimento

Quattro fette di caciocavallo spesse un centimetro — o quanto la vostra coscienza consente. Uno spicchio d'aglio, olio extravergine, aceto di vino bianco, origano, sale, pepe. È tutto. Chi sente il bisogno di aggiungere qualcosa è pregato di resistere. Si scalda l'olio, si aggiunge l'aglio intero — così lo si può togliere dopo, quando ha svolto il suo compito e rischia di farsi notare troppo. L'aglio è come certi personaggi secondari nei romanzi: essenziale nella prima parte, ingombrante nella seconda. Quando è dorato, si toglie. Si adagiano le fette a fuoco medio, senza toccarle, finché non si forma la crosticina — la ricompensa morale di chi sa aspettare. Si girano, si sfuma con l'aceto — la padella sfrigola con entusiasmo e il profumo sale verso i vicini, puntuale come sempre. Origano, pepe, e si serve subito: caldo, filante, su pane casereccio tostato con pomodorini ciliegini e un filo d'olio.

Mantiade

«In cucina come nella vita: chi non ha la fantasia non ha nulla — chi ce l'ha, ha già il pranzo pronto.»



LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...