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martedì 21 aprile 2026

L'AMBASCIATORE CHIAMATO PER UN GUITTO DA TALK SHOW

 CORSIVO 


Tra insulti da propaganda e reazioni istituzionali sproporzionate, la politica italiana inciampa nel teatro della tv urlata.

Il copione è quello noto: Vladimir Solovyov, trombettiere televisivo del Cremlino, trasforma l’insulto in format e scende nel triviale contro Giorgia Meloni. Nulla di nuovo sotto i riflettori di Mosca, dove l’invettiva è linguaggio di sistema e non scivolone. Più interessante è il rimbalzo domestico: lo stesso Solovyov, volto familiare anche nei salotti più rumorosi di Mediaset, trova spazio nei talk di Rete 4, arene costruite sul conflitto permanente. Non è ispirazione: è importazione diretta di un tono, di un metodo, di un’idea di dibattito come ring.

Qui però la satira si ferma e comincia il problema. Perché quando la politica si nutre di queste piazze televisive, finisce per parlarne la lingua: semplificata, gridata, binaria. Un pubblico ampio e fedele — anziano, poco incline all’approfondimento, più spettatore che lettore — diventa il terreno perfetto per una narrazione senza sfumature. E così l’insulto estero non resta folklore: trova eco, si moltiplica, si legittima per riflesso. Il paradosso è che ci si indigna per il messaggero, ma si coltiva da anni il palcoscenico che lo rende efficace.

Poi arriva la risposta istituzionale, e qui il corto circuito si fa completo. Il ministro Antonio Tajani convoca l’ambasciatore: atto solenne, quasi da crisi diplomatica, per le parole di un conduttore. Il Quirinale, con Sergio Mattarella, esprime solidarietà. Tutto legittimo, ma sproporzionato. Non è Vladimir Putin a parlare, né un membro del governo russo: è un uomo di televisione. In uno Stato liberale esistono altri strumenti: querela, tribunali, diritto. Il rischio, altrimenti, è capovolgere la scena: lo Stato che insegue il talk show, la diplomazia che rincorre la propaganda. E alla fine resta l’immagine più amara: mentre si invocano interessi nazionali e sovranità, si finisce per prendere lezioni — rovesciate e involontarie — proprio da chi di quelle parole fa un mestiere.



lunedì 20 aprile 2026

ROSPI SENZA PRINCIPESSE

CORSIVO


 Il populismo non muore: cambia solo nome.

Ogni volta che un populista perde un'elezione, qualcuno scrive il necrologio del populismo. Lo celebriamo con la stessa puntualità con cui i mercati festeggiano la fine delle crisi — subito prima della prossima. La caduta di Orbán ha prodotto, come da copione, l'euforia consueta: il populismo è finito, la democrazia respira. Peccato che il successore ungherese sia cresciuto nell'humus orbaniano come un fungo cresce sul legno marcio — con la differenza che il fungo non fa discorsi in parlamento. Come ha osservato Munchau, se al posto di Orbán ci fosse stato un centrista qualunque, Magyar sarebbe già archiviato sotto «populista». Ma poiché è il nemico del nemico, diventa amico. La logica è quella dei bambini e dei geopolitici.

Quanto alle frizioni tra Trump e Meloni — descritte con toni da crisi di governo — si tratta di screzi da cortile. Il Psycho-President insulta tutti, poi li abbraccia. Scommetterei un vinile raro dei King Crimson che presto faranno pace. Il vero punto è strutturale. Finché esiste un mercato elettorale del risentimento — e le condizioni che lo alimentano non solo persistono ma peggiorano — emergeranno sempre nuovi imprenditori politici pronti a vendergli sogni d'ordine e frontiere chiuse. Trump, Le Pen, Farage, Meloni sono prodotti intercambiabili. Se spariscono loro, arrivano altri. Probabilmente peggiori.

Il modello Orbán è fallito anche per ragioni economiche elementari: blindi le frontiere, ottieni purezza etnica e miseria crescente. Paradosso dei nazionalisti: amano la nazione fino a renderla inabitabile. Il modello Meloni non è diverso: tre anni e mezzo hanno prodotto il nulla, condito da decreti sicurezza. I rospi non diventano principesse. E se diventassero principesse, perderebbero il loro elettorato. Il terreno continua a franare. I populisti continueranno ad abitarlo. 

Con nostra grande sorpresa ,  ogni volta.

QUEL CHE RIMANE NELLA CULLA

 


a cura di Anna Lombardo


 Bambini abbandonati, famiglie dimenticate: la Sicilia sommersa che nessun programma elettorale vuole vedere.


Nel silenzio che segue ogni nascita — quel silenzio denso, sospeso tra il primo respiro e il mondo — una donna ha posato un foglio accanto a suo figlio. Ti amo tanto. Un tempo presente che continua oltre la culla, oltre i passi che si allontanano. Non un abbandono. O forse sì — di quella specie rara che contiene tutto l'amore che non ha trovato altra forma. La coscienza, costretta a scegliere tra due dolori, sceglie quello che può sopportare.


Eppure scorre parallela, più silenziosa, un'altra storia — senza culle attrezzate e senza biglietti. È la storia siciliana, messinese: bambini lasciati non in strutture pensate per accoglierli, ma in famiglie sfilacciate, in quartieri senza servizi, in un welfare che esiste sulla carta e svapora alla prima necessità. L'isola dimentica i propri figli con i silenzi dei bilanci, con l'assenza ostinata di politiche per la genitorialità fragile. In Sicilia la povertà minorile è tra le più alte d'Europa. A Messina, dove il piano di riequilibrio assorbe ogni discussione pubblica, nessuno ha trovato spazio per le madri sole, per i neonati che non finiscono in culle protette perché quelle culle non esistono.


I programmi elettorali per sindaco sono documenti curiosi: solenni nell'evocare la famiglia, generosi di retorica. Eppure non c'è una riga per la maternità vulnerabile, non un centesimo per la prevenzione dell'abbandono minorile. La famiglia da tutelare è sempre quella che non ha bisogno di tutela. Le altre — quelle che partoriscono in solitudine, senza sapere cosa viene dopo — restano fuori dal bilancio e fuori dalla retorica. L'ipocrisia politica non è mai così nuda come quando proclama valori che non finanzia. Rimane la domanda: quante madri siciliane non hanno trovato nemmeno quella culla? Il rispetto, senza risorse, è solo un'altra parola vuota in un paese che preferisce commuoversi a governare.



L'AVVOCATO CHE PIACE AL POTERE



 Garantisti a parole, illiberali e manettari nei fatti.

C'è una parola che questa maggioranza ama pronunciare con particolare solennità: garanzie. La ripete nei convegni, la incide nei comunicati, la agita come un'ostia laica davanti al ceto forense. Ha promesso di mettere l'avvocato in Costituzione — nientemeno. Ha vantato, come una primogenitura, la nomina di un avvocato a capo dell'ufficio legislativo del ministero della Giustizia. Ha abbracciato con fervore da convertiti la separazione delle carriere dei magistrati, totem caro all'ordine degli avvocati da decenni.

Poi ha tolto il gratuito patrocinio agli stranieri irregolari. Dettaglio, direbbero. Folklore da campagna elettorale. Ma i dettagli, se li si mette in fila con pazienza, formano un ritratto. E il ritratto che emerge è questo: l'avvocato va benissimo, purché remi nella direzione giusta. Purché non disturbi il manovratore. Purché si accomodi nella funzione di cinghia di trasmissione — oliata, silenziosa, non grippante — tra il cittadino e gli obiettivi dell'esecutivo.
È la stessa geometria già applicata ai magistrati dalla dottrina Meloni-Mantovano: neutrali non significa indipendenti, significa utili. Il garantismo, in questa versione, non è un principio. È un'estetica. Funziona finché abbellisce; quando disturba, si toglie. Come una toga appesa all'attaccapanni. ♓

domenica 19 aprile 2026

SE DELLE NOTIZIE LEGGI SOLO IL TITOLO SEI MANIPOLABILE E SARAI CONVINTO CHE LA TERRA SIA PIATTA

 


Nel mondo dell’informazione contemporanea , la verità viene coperta da notizie false utilizzate ad arte . 

È questa la forma più sofisticata di inganno del nostro tempo. 


Le fake news non nascono solo per mentire, ma per orientare, dividere, manipolare percezioni e identità. Eppure, se guardiamo indietro, la dinamica non è nuova.


Già Niccolò Machiavelli, nel suo Il Principe, aveva colto un nodo essenziale della natura umana: “Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei.” Una frase che oggi risuona come una diagnosi perfetta dell’ecosistema digitale. 


Sui social, nelle notizie virali, nella comunicazione politica, domina l’apparenza. L’immagine costruita prevale sulla sostanza. Non importa cosa sia vero, ma cosa sembri credibile.


La manipolazione moderna sfrutta proprio questa fragilità , perché tutto si ferma alla superficie. 

Scorriamo titoli senza leggere, condividiamo senza verificare, reagiamo prima ancora di comprendere. 

È un meccanismo emotivo, quasi automatico, che rende ciascuno di noi potenziale veicolo di disinformazione.


Ma la lezione di Machiavelli non è cinica, è lucida. 

Ci invita a sviluppare uno sguardo più profondo, a distinguere tra ciò che appare e ciò che è. In un mondo dove tutto è rappresentazione, l’atto più rivoluzionario è dubitare. 

Fermarsi. 

Chiedersi: chi trae vantaggio da questa narrazione?


Andare oltre le apparenze oggi significa educarsi alla complessità. 

Significa accettare che la verità richiede tempo, fatica, discernimento. Non è virale, non è immediata, non è comoda.


E forse, proprio qui sta la sfida più grande: tornare a “sentire” ciò che è, invece di limitarci a vedere ciò che appare. 

Perché solo così smettiamo di essere spettatori e torniamo a essere cittadini consapevoli.

venerdì 17 aprile 2026

MESSINA IL BUS NON È IN RITARDO: È FUORI SERVIZIO



 a cura di Roberto Barbera*

Tra corse fantasma, evasione tollerata e autisti lasciati soli, il trasporto pubblico cittadino chiede meno annunci e più gestione: uomini, orari e regole.


A Messina il trasporto pubblico non è un mistero, è un sistema che funziona a metà. L’ATM Messina sa dove intervenire, ma interviene poco e tardi. Le criticità sono puntuali: linee periferiche scoperte (villaggi collinari, fascia sud), corse serali insufficienti, interscambi deboli con tram e stazioni ferroviarie, informazioni non aggiornate. Non è un problema di diagnosi, ma di esecuzione. Anche dentro l’azienda il difetto è chiaro: organici ridotti, turni costruiti sull’emergenza, controllo operativo debole. Il risultato è un servizio incerto che scarica sul cittadino il costo dell’inefficienza.

Il piano va scritto e attuato da chi ha responsabilità: direzione generale e area esercizio di ATM Messina, su indirizzo del Comune. Primo: dove aumentare il servizio—rafforzamento direttrici nord-sud, copertura stabile dei villaggi, corse serali dopo le 20 e nei festivi, navette di collegamento con stazioni e poli ospedalieri. Secondo: personale—un piano triennale con fabbisogni chiari, assunzioni mirate di autisti e verificatori, revisione dei turni affidata a una funzione dedicata di pianificazione (non lasciata al pronto intervento quotidiano). Terzo: risorse—contratto di servizio aggiornato con il Comune, uso mirato di fondi regionali e PNRR per flotta e digitalizzazione, recupero di ricavi dall’evasione. Quarto: controllo—centrale operativa che monitori in tempo reale e corregga le deviazioni.

Poi le funzioni di servizio che fanno la differenza. Informazione affidata a un sistema unico: app leggera, paline aggiornate, comunicazioni immediate. Bigliettazione semplice: contactless a bordo, acquisto via telefono in pochi secondi. Verifica costante: squadre dedicate, presenti sulle linee critiche. Sicurezza: cabine protette, telecamere attive, collegamento diretto con la centrale e supporto nelle tratte più esposte. Manutenzione programmata, non straordinaria. Sono scelte operative, non teoriche. Se ciascuno fa il suo—Comune indirizza e finanzia, azienda organizza e controlla—il servizio smette di chiedere pazienza e comincia a offrire puntualità.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

giovedì 16 aprile 2026

IL RITO DELLE MANCETTE E IL SILENZIO DEI SICILIANI

 


Il presidente Schifani replica il solito schema. E funziona, perché i siciliani lo lasciano fare.


C'è un copione che Renato Schifani replica con la puntualità di chi sa di poterselo permettere. Un vertice di due ore, una stretta di mano con i capigruppo, la promessa degli emendamenti territoriali — quelle che un tempo si chiamavano mancette senza troppi pudori — e la maggioranza rientra nei ranghi. Le spade rinfoderate. Fino alla prossima volta.
La domanda che vale la pena porsi non è perché Schifani usi questo metodo. La domanda è perché funzioni sempre. E la risposta, per quanto scomoda, è che funziona perché i siciliani — non tutti, ma abbastanza — lo apprezzano. O almeno lo tollerano. Lo scempio delle risorse pubbliche distribuito a pioggia sul territorio non scandalizza: seduce. Ogni deputato torna a casa con il suo stanziamento, ogni collegio ottiene il suo intervento, e il consenso si rinnova nel rito antico del favore elargito e ricevuto.

Quello che si chiama indignazione, in Sicilia, raramente è indignazione vera. È più spesso frustrazione da esclusione. Si combatte non il privilegio in sé, ma la propria estromissione dal privilegio. Chi è fuori dalla fila protesta. Chi entra, tace.
Schifani lo sa. E finché lo sa, il copione non cambierà. Cambieranno gli assessori, forse. Cambieranno i nomi sugli emendamenti. Ma il metodo resterà intatto, solido come una rendita. ♓


QUANDO LA CLEMENZA VINCE SULLA FORZA

 


Trump, Meloni e Schlein: quando la storia chiede un cambio di copione.


C'è un momento in cui le circostanze costringono a fare i conti con se stessi. Donald Trump, con la sua follia progressiva e inesorabile, ha offerto a Giorgia Meloni un'opportunità che nessun avversario interno avrebbe mai potuto regalarle: scoprire che i falsi amici sono più insidiosi dei veri nemici. Shakespeare lo sapeva. Nel suo Enrico V — il re che sconfisse i francesi ad Azincourt contro ogni pronostico — c'è una lezione che la politica italiana farebbe bene a rileggere. Enrico non era soltanto un combattente. Era meditabondo, capace di teorizzare che il nemico va rispettato, non insultato. Che «quando la clemenza e la crudeltà si disputano un regno, è il giocatore più mite che vince più presto». Parole che suonano strane in un Parlamento abituato all'avversione come strumento del confronto.

Eppure qualcosa si è mosso. Schlein, prendendo le difese del governo sotto il tallone trumpiano, ha compiuto un gesto di cui è difficile ignorare la portata. C'è tutta l'astuzia della politica, certo. Ma anche il riconoscimento che sui grandi dossier planetari un minimo di fair play non è un lusso: è una necessità. Resta da vedere se Meloni saprà coglierlo. Archiviare i toni bellicosi di questi anni e indossare panni più istituzionali. È difficile che accada. Ma sarebbe bello se accadesse. Perché il governo, annotava Shakespeare, «si mantiene in un unico concerto, convergendo in un'armonia generale e naturale». Quella era la politica secondo Shakespeare. Non sembra proprio la nostra.

LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...