Dal rifiuto del gemellaggio con la Tel Aviv di Ron Huldai, oppositore di Benjamin Netanyahu, una scelta che finisce per colpire proprio chi contesta il governo israeliano, rivelando più confusione che strategia.
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sabato 11 aprile 2026
AVVISO AI DEMOCRATICI: COME FARE SBATTERE IL CAMPO LARGO. ISTRUZIONI PER L'USO
Dal rifiuto del gemellaggio con la Tel Aviv di Ron Huldai, oppositore di Benjamin Netanyahu, una scelta che finisce per colpire proprio chi contesta il governo israeliano, rivelando più confusione che strategia.
giovedì 9 aprile 2026
LA CORAZZATA POTEMKIN E I CAVALLI DEGLI SCACCHI
IL MONDO IN MINIATURA
Quasi quattro anni al governo, e Giorgia Meloni parla ancora come se il potere fosse degli altri: nel mondo in fiamme, la pontiera non trova di meglio che fare la caposezione.
Vi sono momenti, nella storia delle democrazie, in cui l'osservatore attento è colto da una vertigine sottile: non quella dell'abisso, bensì quella del restringimento. Come se le pareti del palazzo del potere si fossero messe d'accordo per avvicinarsi, lentamente, con la discrezione propria dei mobili di buona manifattura. Così accade che la presidente del Consiglio della settima potenza mondiale si presenti al Parlamento in fiamme del pianeta per dispensare, con la gravità di chi porta il peso dell'orbe terracqueo sulle spalle, una serie di stoccate all'opposizione di un'eleganza inversamente proporzionale alla situazione. «Vi vedo nervosi», ha ammonito la premier, con quella formula che avrebbe fatto onore a un caposezione impegnato a rimproverare i colleghi per il cattivo uso della macchinetta del caffè. Il mondo bruciava; lei contava i punti. Fuori, i dazi di Trump tartassavano il manifatturiero europeo e le cancellerie si interrogavano sul senso di tutto; dentro Montecitorio, Meloni spiegava che non ha nulla da imparare da chi scarcerava i boss con la scusa del Covid.
C'è in questa postura qualcosa di ostinatamente provinciale che merita attenzione scientifica. Quasi quattro anni al governo, e la premier comunica ancora come se la stanza dei bottoni fosse occupata da altri, i bottoni fossero rotti e lei fosse l'unica, eroica, a denunciarne il malfunzionamento. Nei talk show i suoi chiedono più sicurezza, meno immigrazione, pensioni più alte, fisco più basso — dimentichi, con una disinvoltura che rasenta il genio, di essere precisamente coloro che potrebbero muovere qualche leva in proposito. Il doppio binario funziona: governare come se si fosse all'opposizione possiede una sua perversa efficacia, specie quando le opposizioni si dedicano con tale applicazione a non assomigliare nemmeno lontanamente a un'alternativa.
Venendo alla geopolitica — capitolo nel quale la premier aveva costruito la sua reputazione di «pontiera» — bisogna riconoscere che il ponte si è rivelato di dimensioni inadeguate al mare sottostante. Con Washington non si può rompere, perché Trump resta il faro ideologico della crociata anti-woke; ma qualcosa, nei dazi, bisognava pure borbottarlo, sottovoce, con la discrezione di chi critica il suocero perché abita al piano di sopra. Con Bruxelles si sta, ma fino a un certo punto: il Patto di stabilità non dev'essere un tabù, il Green Deal fa schifo — mentre il fedelissimo Borghi tifa affinché Trump «smantelli l'Unione». La solidità della leadership di Meloni è fuori discussione; è l'orizzonte che si è fatto, col tempo, sospettosamente corto. Un orizzonte che arriva appena fino all'opposizione da insultare, non abbastanza lontano da indicare una strada. Il mare è largo, il ponte è corto, e la pontiera guarda ancora dall'altra parte. ♓
LA RECIPROCITÀ , OVVERO IL FILO INVISIBILE CHE DÀ SENSO ( O SVUOTA) OGNI RELAZIONE UMANA
La reciprocità non è un ornamento delle relazioni: è la loro struttura portante.
Non si tratta di un semplice “dare e avere” contabile, ma di un riconoscimento reciproco dell’esistenza e del valore dell’altro.
In ogni progetto umano ,che sia professionale, affettivo o sociale , la qualità degli esiti dipende dalla qualità di questo scambio invisibile.
Quando la reciprocità è presente, si crea un campo di fiducia. Le persone si espongono, condividono idee, accettano il rischio dell’errore. Non perché garantite da regole rigide, ma perché sentono che ciò che offrono verrà accolto, trasformato e restituito.
È in questo movimento che nascono le collaborazioni fertili e le relazioni autentiche: non nell’efficienza sterile, ma nella circolazione viva di attenzione, ascolto e responsabilità condivisa.
Al contrario, quando la reciprocità manca, i rapporti si svuotano rapidamente.
Rimane la forma ,riunioni, conversazioni, gesti , ma si perde la sostanza. Le persone iniziano a trattenere, a proteggersi, a ridurre il proprio coinvolgimento al minimo indispensabile.
Ciò che prima era relazione diventa funzione. Ciò che poteva essere costruzione diventa esecuzione. E in questo scivolamento, tutto si appiattisce in una banalità senza spessore.
La banalità non è assenza di attività, ma assenza di scambio significativo.
È il risultato di interazioni in cui nessuno si sente realmente visto o chiamato in causa. Senza reciprocità, anche il progetto più ambizioso si riduce a una sequenza di azioni scollegate, prive di senso condiviso.
Coltivare la reciprocità richiede presenza, non perfezione. Significa restituire attenzione quando si riceve attenzione, responsabilità quando si riceve fiducia, profondità quando si incontra apertura.
È un esercizio continuo, fragile e potente insieme. Ma è anche l’unica condizione in cui le relazioni smettono di essere semplici contatti e diventano, davvero, esperienza umana.
LA GRAMMATICA DELLA GUERRA
Quando la guerra finisce le parole restano e , spiegano tutto ciò che il diritto non dice più.
Quattro settimane di bombe sull'Iran hanno prodotto morti, macerie e diplomazie in affanno. Ma hanno prodotto anche qualcosa di più subdolo: un lessico che non nomina la realtà, la addomestica. Il collasso del linguaggio avanza senza immagini. È lì che si fabbrica il consenso, quando le parole smettono di descrivere e cominciano a coprire, spostare, assolvere.
Il primo slittamento è del giugno 2025: il conflitto veniva presentato come inevitabile mentre i canali diplomatici erano aperti. La guerra non arrivava dopo l'esaurimento della diplomazia , arrivava mentre esisteva, già svuotata. Da quel momento «negoziato» non indica l'alternativa alla guerra, indica la sua anticamera. Trump sentenziò che l'Europa non poteva essere d'aiuto: mediazione a rumore di fondo, diplomazia umiliata. La Nato, «tigre di carta», tra minacce di uscita e accuse di codardia.
Il 28 febbraio 2026 questa grammatica è tornata più spoglia. Israele ha chiamato l'attacco «preventivo»: parola elastica da ospitare una guerra di scelta. Trump ha promesso di «ricacciare l'Iran all'età della pietra». Netanyahu ha scelto il registro amministrativo, neutralizzare, eliminare, impedire ,stesso effetto: se la minaccia comprende tutto, la guerra non finisce. Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che mesi fa ostentavano l'amicizia con Trump e Netanyahu come un trofeo, oggi la occultano.
I nomi sono evaporati. Netanyahu è riapparso solo quando le forze italiane dell'Unifil si sono ritrovate sotto il fuoco israeliano in Libano , per cronaca, non per coscienza. Ci sarebbe una cosa da fare: dire a questi supposti amici che oltre un certo limite non si è alleati ma complici. Scegliere.
Ma scegliere richiede un'idea di dove si sta, e noi quell'idea la sostituiamo con la postura.
Così restiamo fermi, con il nome in tasca e il silenzio in bocca. L'imbarazzo, in Italia, lo abbiamo sempre avuto. La scelta, mai. ♓
martedì 7 aprile 2026
IMPIANTO DI MILI. L'ECOLOGIA DELLA CONVENIENZA
ATM IL BUS DEI VELENI
a cura di Roberto Barbera*
Trasferimenti, incontri notturni, un sindacalista in lista con Basile che ora minaccia di ritirarsi. In Atm è guerra, e la città vota.
Fuori, i bus corrono. Dentro, corrono i veleni. È la doppia vita di Atm Messina, azienda modello di giorno e campo di battaglia di notte. Una condizione cronica che nessuna presidenza ha mai davvero sanato, e che la campagna elettorale ha il dono di rendere ancora più vivace. L'ultimo episodio merita attenzione. Il direttore generale Pietro Picciolo — tesoriere del partito di De Luca, oltre che uomo di fiducia — firma ordini di trasferimento verso posizioni migliorative per cinque iscritti UGL. Le altre sigle insorgono. Si convoca un incontro notturno nella sede di Sud chiama Nord, con Basile prima e De Luca poi. La mattina dopo i trasferimenti sono revocati.
Ma non è finita. Emerge un dettaglio che la cronaca aveva trascurato: Sebastiano Bonafede, segretario regionale di UGL Autoferro, figurava in sordina nella lista «La Politica del Fare», a sostegno di Basile. Un pezzo da novanta, vicino all'ex presidente Campagna, candidato senza gli onori della cronaca. La revoca dei trasferimenti ai suoi iscritti suona come una pugnalata. Bonafede risponde con una nota durissima, chiede chi comanda in azienda, minaccia lo sciopero — e, sussurrano i corridoi di via La Farina, medita di ritirare la candidatura. Picciolo invia a tutti i dipendenti una missiva che li invita alla pace. Altro che pace. In Atm è in corso una guerra che può solo nuocere al movimento deluchiano, proprio mentre la città vota. Il cerchio magico, evidentemente, non ha ancora imparato a girare senza fare danni. I cittadini salgono sul bus. E preferiscono non sapere.
*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico
LA TIFOSERIA SENZA RETE
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