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sabato 11 aprile 2026

AVVISO AI DEMOCRATICI: COME FARE SBATTERE IL CAMPO LARGO. ISTRUZIONI PER L'USO


 Dal rifiuto del gemellaggio con la Tel Aviv di Ron Huldai, oppositore di Benjamin Netanyahu, una scelta che finisce per colpire proprio chi contesta il governo israeliano, rivelando più confusione che strategia.



La proposta di gemellaggio arrivava da Ron Huldai, sindaco di Tel Aviv, uomo della sinistra laburista, storico avversario di Benjamin Netanyahu, e per di più forte di un consenso elettorale che supera il sessanta per cento. Non esattamente, dunque, un emissario del governo israeliano, ma semmai uno dei suoi più dichiarati oppositori.
Tel Aviv, città largamente schierata contro l’attuale esecutivo di destra, tentava con quel gesto di costruire un minimo di solidarietà internazionale attorno a chi, in Israele, contesta Netanyahu. Un’iniziativa politica, prima ancora che simbolica.
Ebbene, il Partito Democratico di Milano ha scelto di liquidare la questione con una rapidità che non è sinonimo di chiarezza, ma di superficialità. Così facendo, ha ottenuto un risultato singolare: colpire non il governo che dice di avversare, ma proprio chi quel governo lo combatte davvero.
Non è solo un errore. È un rovesciamento della logica politica: confondere il bersaglio, smarrire il contesto, e infine vantarsene.
Complimenti, davvero, per questa dimostrazione di acume strategico — raro esempio di come si possa, con perfetta coerenza, mancare l’obiettivo. 

giovedì 9 aprile 2026

LA CORAZZATA POTEMKIN E I CAVALLI DEGLI SCACCHI

 

Cronaca di una campagna elettorale già scritta.


Messina va alle urne con quell'aria insieme solenne e farsesca che solo le città siciliane sanno indossare. Federico Basile si congeda dopo otto anni: non senza meriti, va detto. La città non è quella che era. Ma Basile è, prima di tutto, l'uomo di Cateno De Luca, e questa è la chiave di lettura che non si può accantonare. Il patriarca è ancora lui: il regista, la voce fuori campo che talvolta si fa voce in campo. Di fronte a questa armata navale, spicca la figura solitaria di Lillo Valvieri che, armato di megafono e rasoio, sfida la corazzata con la raccolta firme come unica vela. A lui va la nostra ammirazione: non per la probabile vittoria, ma per il gesto. Chi sale in plancia a sfidare i vascelli corsari merita almeno un chapeau!

Il vero spettacolo lo offrono i cavalli degli scacchi — quelle figure che non vanno mai dritte, che scartano di lato a ogni mossa. Marcello Scurria è il campione indiscusso della categoria. Il suo curriculum è un romanzo di formazione: militante del Pds — voce oggi flebile, quasi che la cancel culture, quella che di solito si applica agli altri, abbia lavorato in silenzio anche sulla sua biografia —, già nel cerchio magico della compianta Angela Bottari, poi nell'orbita di Panarello, poi nell'olimpiade dei passaggi: da De Luca a Siracusano con sosta nel salotto FdI di Buzzanca. Non è incoerenza: è atletismo istituzionale. Chapeau!

Ma il catalogo è vario: ci sono i ritornisti, quelli che tornano al padre dopo fughe più o meno tempestose, e ci sono i migranti di rango, come Giovanni Caruso, che guida la diaspora della Dc messinese lasciando il padrino Cuffaro per approdare al padre De Luca. Un transito che ha il sapore della conversione: dalla vecchia Democrazia Cristiana, con tutto il suo campionario di riti e liturgie, alla nuova chiesa cateneniana, dove il carisma sostituisce il catechismo. Questi eterni giocatori finiscono per criticare oggi, con indignazione intatta, ciò che facevano ieri con identico entusiasmo. Un divenire senza fine, comico come Ionesco. E i messinesi?  Pasquino diceva che se sommi il popolaccio romano al cervello del papa, non ce n'è per nessuno. A Messina operazione compiuta: di popolaccio ce n'è a chinchité, e, con Cateno Primo: habemus papam. 

IL MONDO IN MINIATURA

 


Quasi quattro anni al governo, e Giorgia Meloni parla ancora come se il potere fosse degli altri: nel mondo in fiamme, la pontiera non trova di meglio che fare la caposezione.

Vi sono momenti, nella storia delle democrazie, in cui l'osservatore attento è colto da una vertigine sottile: non quella dell'abisso, bensì quella del restringimento. Come se le pareti del palazzo del potere si fossero messe d'accordo per avvicinarsi, lentamente, con la discrezione propria dei mobili di buona manifattura. Così accade che la presidente del Consiglio della settima potenza mondiale si presenti al Parlamento in fiamme del pianeta per dispensare, con la gravità di chi porta il peso dell'orbe terracqueo sulle spalle, una serie di stoccate all'opposizione di un'eleganza inversamente proporzionale alla situazione. «Vi vedo nervosi», ha ammonito la premier, con quella formula che avrebbe fatto onore a un caposezione impegnato a rimproverare i colleghi per il cattivo uso della macchinetta del caffè. Il mondo bruciava; lei contava i punti. Fuori, i dazi di Trump tartassavano il manifatturiero europeo e le cancellerie si interrogavano sul senso di tutto; dentro Montecitorio, Meloni spiegava che non ha nulla da imparare da chi scarcerava i boss con la scusa del Covid.

C'è in questa postura qualcosa di ostinatamente provinciale che merita attenzione scientifica. Quasi quattro anni al governo, e la premier comunica ancora come se la stanza dei bottoni fosse occupata da altri, i bottoni fossero rotti e lei fosse l'unica, eroica, a denunciarne il malfunzionamento. Nei talk show i suoi chiedono più sicurezza, meno immigrazione, pensioni più alte, fisco più basso — dimentichi, con una disinvoltura che rasenta il genio, di essere precisamente coloro che potrebbero muovere qualche leva in proposito. Il doppio binario funziona: governare come se si fosse all'opposizione possiede una sua perversa efficacia, specie quando le opposizioni si dedicano con tale applicazione a non assomigliare nemmeno lontanamente a un'alternativa.

Venendo alla geopolitica — capitolo nel quale la premier aveva costruito la sua reputazione di «pontiera» — bisogna riconoscere che il ponte si è rivelato di dimensioni inadeguate al mare sottostante. Con Washington non si può rompere, perché Trump resta il faro ideologico della crociata anti-woke; ma qualcosa, nei dazi, bisognava pure borbottarlo, sottovoce, con la discrezione di chi critica il suocero perché abita al piano di sopra. Con Bruxelles si sta, ma fino a un certo punto: il Patto di stabilità non dev'essere un tabù, il Green Deal fa schifo — mentre il fedelissimo Borghi tifa affinché Trump «smantelli l'Unione». La solidità della leadership di Meloni è fuori discussione; è l'orizzonte che si è fatto, col tempo, sospettosamente corto. Un orizzonte che arriva appena fino all'opposizione da insultare, non abbastanza lontano da indicare una strada. Il mare è largo, il ponte è corto, e la pontiera guarda ancora dall'altra parte. ♓


LA RECIPROCITÀ , OVVERO IL FILO INVISIBILE CHE DÀ SENSO ( O SVUOTA) OGNI RELAZIONE UMANA

 


La reciprocità non è un ornamento delle relazioni: è la loro struttura portante. 

Non si tratta di un semplice “dare e avere” contabile, ma di un riconoscimento reciproco dell’esistenza e del valore dell’altro. 

In ogni progetto umano ,che sia professionale, affettivo o sociale , la qualità degli esiti dipende dalla qualità di questo scambio invisibile.


Quando la reciprocità è presente, si crea un campo di fiducia. Le persone si espongono, condividono idee, accettano il rischio dell’errore. Non perché garantite da regole rigide, ma perché sentono che ciò che offrono verrà accolto, trasformato e restituito. 

È in questo movimento che nascono le collaborazioni fertili e le relazioni autentiche: non nell’efficienza sterile, ma nella circolazione viva di attenzione, ascolto e responsabilità condivisa.


Al contrario, quando la reciprocità manca, i rapporti si svuotano rapidamente. 

Rimane la forma ,riunioni, conversazioni, gesti , ma si perde la sostanza. Le persone iniziano a trattenere, a proteggersi, a ridurre il proprio coinvolgimento al minimo indispensabile. 

Ciò che prima era relazione diventa funzione. Ciò che poteva essere costruzione diventa esecuzione. E in questo scivolamento, tutto si appiattisce in una banalità senza spessore.


La banalità non è assenza di attività, ma assenza di scambio significativo. 

È il risultato di interazioni in cui nessuno si sente realmente visto o chiamato in causa. Senza reciprocità, anche il progetto più ambizioso si riduce a una sequenza di azioni scollegate, prive di senso condiviso.


Coltivare la reciprocità richiede presenza, non perfezione. Significa restituire attenzione quando si riceve attenzione, responsabilità quando si riceve fiducia, profondità quando si incontra apertura. 

È un esercizio continuo, fragile e potente insieme. Ma è anche l’unica condizione in cui le relazioni smettono di essere semplici contatti e diventano, davvero, esperienza umana.

LA GRAMMATICA DELLA GUERRA

 

Quando la guerra finisce le parole restano  e , spiegano tutto ciò che il diritto non dice più.

Quattro settimane di bombe sull'Iran hanno prodotto morti, macerie e diplomazie in affanno. Ma hanno prodotto anche qualcosa di più subdolo: un lessico che non nomina la realtà, la addomestica. Il collasso del linguaggio avanza senza immagini. È lì che si fabbrica il consenso,  quando le parole smettono di descrivere e cominciano a coprire, spostare, assolvere. 

Il primo slittamento è del giugno 2025: il conflitto veniva presentato come inevitabile mentre i canali diplomatici erano aperti. La guerra non arrivava dopo l'esaurimento della diplomazia , arrivava mentre esisteva, già svuotata. Da quel momento «negoziato» non indica l'alternativa alla guerra, indica la sua anticamera. Trump sentenziò che l'Europa non poteva essere d'aiuto: mediazione a rumore di fondo, diplomazia umiliata. La Nato, «tigre di carta», tra minacce di uscita e accuse di codardia.

Il 28 febbraio 2026 questa grammatica è tornata più spoglia. Israele ha chiamato l'attacco «preventivo»: parola elastica da ospitare una guerra di scelta. Trump ha promesso di «ricacciare l'Iran all'età della pietra». Netanyahu ha scelto il registro amministrativo, neutralizzare, eliminare, impedire ,stesso effetto: se la minaccia comprende tutto, la guerra non finisce. Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che mesi fa ostentavano l'amicizia con Trump e Netanyahu come un trofeo, oggi la occultano. 

I nomi sono evaporati. Netanyahu è riapparso solo quando le forze italiane dell'Unifil si sono ritrovate sotto il fuoco israeliano in Libano , per cronaca, non per coscienza. Ci sarebbe una cosa da fare: dire a questi supposti amici che oltre un certo limite non si è alleati ma complici. Scegliere. 

Ma scegliere richiede un'idea di dove si sta, e noi quell'idea la sostituiamo con la postura. 

Così restiamo fermi, con il nome in tasca e il silenzio in bocca. L'imbarazzo, in Italia, lo abbiamo sempre avuto. La scelta, mai. ♓


martedì 7 aprile 2026

IMPIANTO DI MILI. L'ECOLOGIA DELLA CONVENIENZA

 


L'impianto di Mili ha autorizzazioni, fondi PNRR e appalto aggiudicato. Scurria lo scopre a sei settimane dal voto.


 Marcello Scurria, avvocato amministrativista, candidato sindaco del centrodestra messinese, si presenta a Mili Marina, guarda l'area destinata all'impianto di trattamento dei rifiuti organici, incontra i residenti preoccupati e sentenzia: «Una bomba ecologica». Poi annuncia che chiederà un incontro all'assessora regionale Savarino per bloccare tutto. Fin qui, la scena. Ora, il contesto.

L'impianto esiste nell'agenda pubblica da anni. Il Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale fu rilasciato nel luglio 2023 dal governo Schifani — centrodestra, come la coalizione che oggi sostiene Scurria. Gli ulteriori cinque milioni di cofinanziamento regionale furono promossi all'ARS da Cateno De Luca e dal gruppo Sud chiama Nord — il movimento che sostiene il sindaco uscente Basile, avversario di Scurria. Il TAR, interpellato da un comitato di cittadini, ha dichiarato irricevibile il ricorso a gennaio scorso. L'appalto, per oltre 28 milioni di fondi PNRR, è stato aggiudicato nel luglio 2025.
In sintesi: l'iter è blindato, finanziato, aggiudicato. E Scurria lo scopre ad aprile, a sei settimane dal voto.

Si potrebbe obiettare che la politica ha i suoi tempi, diversi da quelli dell'amministrazione. È vero. Ma colpisce che lo stesso Scurria, già esperto del sindaco Buzzanca e poi presidente di Arisme sotto De Luca, conosca i meccanismi della macchina comunale meglio di chiunque altro. È difficile credere che l'impianto di Mili gli fosse sfuggito. È più facile credere che, fino a ieri, non fosse ancora campagna elettorale. 




ATM IL BUS DEI VELENI



 a cura di Roberto Barbera*

Trasferimenti, incontri notturni, un sindacalista in lista con Basile che ora minaccia di ritirarsi. In Atm è guerra, e la città vota.

Fuori, i bus corrono. Dentro, corrono i veleni. È la doppia vita di Atm Messina, azienda modello di giorno e campo di battaglia di notte. Una condizione cronica che nessuna presidenza ha mai davvero sanato, e che la campagna elettorale ha il dono di rendere ancora più vivace. L'ultimo episodio merita attenzione. Il direttore generale Pietro Picciolo — tesoriere del partito di De Luca, oltre che uomo di fiducia — firma ordini di trasferimento verso posizioni migliorative per cinque iscritti UGL. Le altre sigle insorgono. Si convoca un incontro notturno nella sede di Sud chiama Nord, con Basile prima e De Luca poi. La mattina dopo i trasferimenti sono revocati.

Ma non è finita. Emerge un dettaglio che la cronaca aveva trascurato: Sebastiano Bonafede, segretario regionale di UGL Autoferro, figurava in sordina nella lista «La Politica del Fare», a sostegno di Basile. Un pezzo da novanta, vicino all'ex presidente Campagna, candidato senza gli onori della cronaca. La revoca dei trasferimenti ai suoi iscritti suona come una pugnalata. Bonafede risponde con una nota durissima, chiede chi comanda in azienda, minaccia lo sciopero — e, sussurrano i corridoi di via La Farina, medita di ritirare la candidatura. Picciolo invia a tutti i dipendenti una missiva che li invita alla pace. Altro che pace. In Atm è in corso una guerra che può solo nuocere al movimento deluchiano, proprio mentre la città vota. Il cerchio magico, evidentemente, non ha ancora imparato a girare senza fare danni. I cittadini salgono sul bus. E preferiscono non sapere.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

LA TIFOSERIA SENZA RETE

 


Il centrodestra governa, sbaglia e vince comunque il dibattito: un talento oscuro che sfida ogni logica democratica.


Da quel tweet del 2020 a favore di Trump alla realtà dei dazi e delle bombe: il lungo percorso di una patriota che scopre, con qualche anno di ritardo, di aver tirato per la squadra sbagliata.


C'è un genere letterario minore, ma di crescente fortuna, che potremmo chiamare archeologia del torto: l'arte di riesumare le profezie altrui per contemplarne la decomposizione. Il tweet con cui Giorgia Meloni, la mattina del 4 novembre 2020, affidava ai social il proprio tifo trumpiano in nome dell'«interesse nazionale italiano» appartiene di diritto a questa categoria. Cinque anni dopo, il reperto è lì, immobile nella sua ambra digitale, a offrirsi alla meditazione del filologo e dello sconsolato cittadino. La tesi era semplice, quasi cristallina nella sua baldanza: la «dottrina Obama-Clinton» aveva prodotto conseguenze disastrose per l'Italia, dunque la vittoria di Trump era cosa da auspicarsi con fervore patriottico. Peccato che Trump perdesse, Biden vincesse, e che Meloni — giunta a Palazzo Chigi un paio d'anni dopo — intrattenesse con il presidente democratico, erede in linea diretta di quella medesima dottrina così vituperata, un rapporto di stima solida e fruttuosa collaborazione. 

Nessuna rovina nazionale fu registrata. Anzi: diversi osservatori cominciarono a chiedersi se, tutto sommato, la conferma di Biden non avrebbe garantito alla presidente del Consiglio acque più navigabili di quelle agitate dall'imprevedibile ritorno del Repubblicano.
Il problema, come sempre in politica, è il tifoso. Indossare la sciarpa e agitare la bandiera ha il suo fascino, ma quando la curva in cui ci si accomoda appartiene a uno stadio internazionale, i rischi si moltiplicano con geometrica eleganza. Meloni ha trattato Trump più come un'icona da sostenere che come un interlocutore da valutare: errore comprensibile in un'opposizione, assai meno perdonabile in chi è chiamata a governare. Il secondo mandato trumpiano, con i suoi dazi, le sue bombe sull'Iran e il conseguente delirio dei mercati energetici, ha provveduto a ricordarlo con la consueta brutalità dei fatti. Resta, bisogna riconoscerlo, un lampo di lungimiranza involontaria nel tweet del 2020: la politica estera americana può effettivamente avere conseguenze disastrose per i nostri interessi. Meloni aveva ragione, dunque. Aveva soltanto torto sull'autore del disastro. 

LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...