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lunedì 16 marzo 2026

SMART&EASY L’INGLESE FACILE

 



Le basi della comunicazione


 Hello!


Impariamo a salutare.


Parole chiave

Hello – ciao

Hi – ciao informale

Good morning – buongiorno

Bye – arrivederci


Frase utile

Hello! My name is…


Esercizio

Saluta tre volte ad alta voce:

Hello!

Hi!




 Presentarsi



Dire il proprio nome è il primo passo per parlare.


Parole chiave

My – mio

Name – nome

Is – è


Frase utile

My name is Anna.


Esercizio

Presentati a voce alta.




 I am



Una struttura fondamentale.


Parole chiave

I – io

Am – sono


Frasi utili

I am happy.

I am tired.

I am ready.


Esercizio

Completa la frase:

I am ______.!



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DIECI DOMANDE E DIECI RISPOSTE SUL REFERENDUM DEL 22 E 23 MARZO



  Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’indipendenza della magistratura.

 Non è un tema che interessa solo i magistrati,    ma incide direttamente sui diritti e sulle garanzie di ogni cittadina e cittadino.

In queste FAQ (Frequently Asked Questions,  domande poste frequentemente). trovi le principali questioni in gioco, le ragioni del NO e gli effetti concreti che la riforma potrebbe avere sulla nostra democrazia e sulla tutela dei diritti.


1️⃣ Questa riforma riguarda solo i magistrati?


RispostaNo. La riforma riguarda tutte e tutti noi. Se l’autonomia della magistratura viene indebolita, anche i diritti dei cittadini diventano più fragili: dalle cause di lavoro alle decisioni sui diritti civili, serve un giudice indipendente per garantire tutela effettiva.


2️⃣ Qual'è il vero obiettivo della riforma?


Risposta: L’obiettivo è indebolire l’autonomia della magistratura e porla sotto il controllo del governo, alterando l’equilibrio tra i poteri previsto dalla Costituzione.


3️⃣ Quali problemi della giustizia restano irrisolti?


Risposta: La riforma non interviene su problemi concreti come: la lentezza dei processi

il sovraffollamento delle carceri, la carenza di personale, la stabilizzazione dei 12.000 precari della giustizia. Non prevede misure per rendere i processi più veloci o ridurre gli errori giudiziari.


4️⃣ È vero che serve la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri?


Risposta: Le carriere sono già separate nei fatti. Dopo la riforma Cartabia, i passaggi di funzione sono diventati rarissimi (meno di 30 magistrati l’anno su oltre 9.000). Per questo modificare la Costituzione per questo motivo è inutile e dannoso.


5️⃣ La riforma renderà la giustizia più efficiente?


Risposta: No. La riforma non accelera i processi né migliora l’efficienza del sistema giudiziario. Ad ammetterlo è stato lo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio secondo cui la riforma non influisce in alcun modo sulla velocità dei processi.


6️⃣ Che cos’è il CSM e perché è centrale nella riforma?


Risposta: Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è organo di rilevanza costituzionale presieduto dal Presidente della Repubblica e garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati dal potere politico. La riforma mira a indebolirlo per rendere più controllabile ogni singolo magistrato.


7️⃣ Il sorteggio dei membri del CSM elimina il potere delle correnti?


Risposta: No Il sorteggio sostituirebbe l’elezione con un meccanismo casuale che indebolisce competenza e autorevolezza dell’organo, rendendolo più vulnerabile alle pressioni politiche.


8️⃣ Quali sarebbero le conseguenze concrete della riforma?


Risposta: Se vincesse il Sì, avremmo un pubblico ministero separato e più autoreferenziale, un giudice più debole. un maggiore controllo politico sul potere giudiziario. Il risultato sarebbe uno squilibrio tra i poteri dello Stato.


9️⃣ Come è stata approvata la riforma?

Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, una riforma costituzionale di questa portata, che modifica ben 7 articoli della Costituzione, è arrivata in Parlamento blindata dal Governo e non è stato possibile modificare neppure una virgola.


? Perché il tuo voto è decisivo?


Risposta: Il referendum non prevede quorum, vince chi ottiene un voto in più. Ogni scelta conta, ogni voto conta. Una giustizia più debole rende cittadine e cittadini più deboli, meno diritti per tutte e tutti. Ogni voto è determinante.

Votare No, il 22 e 23 marzo, è un atto di memoria oltre che di ragione. La magistratura italiana ha pagato in vite umane il prezzo della propria indipendenza: Falcone e Borsellino, che pure erano favorevoli a certe riforme processuali, vedevano nella separazione delle carriere esattamente il rischio che oggi si materializza, ovvero la subordinazione della funzione requirente al potere politico. 

Il referendum è senza quorum: qualunque sia l'affluenza, il risultato sarà valido.

 Questo significa che l'astensione non è neutralità ma complicità silenziosa. La riforma modifica sette articoli della Costituzione con i voti della sola maggioranza, senza confronto con le opposizioni, senza urgenza che la giustifichi, con l'unica fretta di chi sa che il tempo lavora contro di lui.

 Di fronte a una manovra tanto scoperta nei mezzi quanto nei fini, la risposta più semplice resta la migliore: presentarsi, prendere la scheda, scrivere No. Con la tranquillità di chi sa da che parte stare.


K Prostata, prevenire è possibile, parlarne è necessario

 

di AG RIZZO*


Il tumore della prostata è il più frequente tra gli uomini in Italia. 

Secondo i dati dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica, ogni anno vengono diagnosticati oltre 40 mila nuovi casi. 

La buona notizia è che, se individuato precocemente, è tra i tumori con le più alte probabilità di guarigione. La cattiva è che molti uomini arrivano tardi alla diagnosi perché sottovalutano i controlli o provano imbarazzo a parlarne.


La prostata è una piccola ghiandola dell’apparato genitale maschile che con l’età può sviluppare alterazioni. 

Il tumore prostatico spesso cresce lentamente e nelle fasi iniziali non dà sintomi evidenti. Proprio per questo la prevenzione è fondamentale.


Gli studi dell’Istituto Superiore di Sanità indicano alcuni passi semplici ma decisivi.


Il primo è iniziare i controlli

Dopo i 50 anni , o dai 45 se ci sono casi in famiglia , è consigliata una visita urologica, una ecografia vescica e prostata , il dosaggio del PSA ( antigene prostatico specifico), un esame semplice che può segnalare precocemente possibili anomalie.


Il secondo riguarda lo stile di vita

Mantenere il peso nella norma, praticare attività fisica regolare e limitare il consumo di carni rosse e alimenti molto processati riduce il rischio. Una dieta ricca di verdura, frutta, pesce e olio d’oliva ,tipica della dieta mediterranea , è associata a una migliore salute prostatica.


Il terzo passo è non ignorare i segnali che sono: 

difficoltà a urinare, 

bisogno frequente di urinare soprattutto di notte, 

bruciore o sangue nelle urine vanno sempre valutati da uno specialista.


Se la malattia viene diagnosticata, oggi le opzioni terapeutiche sono molte. 

Nei tumori a basso rischio si può scegliere la sorveglianza attiva, cioè controlli regolari senza intervenire subito. 

Nei casi più avanzati si ricorre a chirurgia robotica, radioterapia o terapie farmacologiche mirate, con risultati sempre più efficaci.


Il vero ostacolo resta culturale. 

La prevenzione non è una debolezza ma un atto di responsabilità verso se stessi e la propria famiglia. 

Parlare di prostata, informarsi e fare un controllo può letteralmente salvare la vita.

*




Spaghetti agli asparagi e mandorle croccanti


Che Mussomeli sia l'ombelico della Sicilia lo sanno anche i sassi: un epicentro immobile che osserva più che agire. Al centro dell’epicentro, come un’idea fissa, sta il Castello di Manfredi, figlio di Federico II, il quale, stufo dei mugugni toscani, decise di mettere ordine inventando l’italiano. Il maniero è un ircocervo di pietra e roccia, così incastrato nel monte che non si capisce chi sostenga chi. Da lassù Manfredi vedeva tutto; oggi è il tutto che si perde guardando lui, con un certo pudore.

Giovanni Mantio cucina in questa Sicilia interna, dove il mare è ovunque tranne qui, per una questione di carattere. I panorami sono severi, il grano avanza come un esercito disciplinato, e a giugno l’orizzonte non è blu ma dorato, un miraggio agricolo. È la Sicilia dell’essenziale: terra, bestiame, olive e vigne che litigano nei sapori. Mantio li mette d’accordo a tavola, che è già diplomazia.

La sua ricetta nasce dall’altra gloria del luogo: la mandorla “fior di massa”, regina discreta con buccia porosa e profumo che trapela come un segreto. I pasticceri del mondo la venerano, ma i nisseni, popolo che non ama condividere i propri piaceri, la tengono per sé. Agli altri lasciano la mandorla minore, la principessa. Anche questo è un modo di governare il gusto.

Spaghetti agli asparagi e mandorle croccanti

In Sicilia la primavera non arriva: si insinua, portando asparagi freschi come ambasciatori vegetali. Gli egizi li veneravano, i romani li prescrivevano come rimedio e promessa amorosa; noi, più pratici, li cuciniamo, che è la forma più sincera di filosofia applicata.

Quel giorno decisi un piatto semplice, quasi monastico. Gli ingredienti erano pochi e disciplinati:

  • spaghetti trafilati al bronzo, 500 g;

  • asparagi, 400 g, tagliati a un centimetro, misura che non ammette discussioni;

  • uno spicchio d’aglio, olio extravergine, sale, peperoncino;

  • parmigiano, 100 g;

  • mandorle tostate, quanto basta.

In padella misi olio, aglio e peperoncino: il soffritto è un preludio, come l’incipit di un manoscritto. Quando l’aglio fu dorato – non bruciato, non timido – lo tolsi. Entrarono gli asparagi, che sfrigolavano con l’entusiasmo di chi ha atteso troppo. Due minuti, un po’ di sale, e la padella poté meditare.

Gli spaghetti cuocevano altrove, in acqua salata. Vanno scolati molto al dente, perché la loro vera educazione avviene in padella, tra gli asparagi, con l’aiuto dell’acqua di cottura, che è la memoria liquida della pasta.

A fuoco spento aggiungere il parmigiano, che non deve sciogliersi come neve, ma legare come un trattato ben negoziato. Nel piatto, infine, le mandorle tostate: croccanti, aromatiche, un piccolo colpo di scena.

Si mangia con soddisfazione, perché la cucina – come la semiotica – funziona solo quando tutto trova il suo posto.

E poi, naturalmente, a letto… con chi vi pare. La primavera, in fondo, pretende coerenza.


sabato 14 marzo 2026

LUI È TORNATO - E NOI APPLAUDIAMO

 



a cura di E. L. M. Irali

Quando uscì, nel 2011, il romanzo sembrava una satira feroce e improbabile. Quindici anni dopo, rileggerlo è come scoprire che qualcuno aveva già scritto il telegiornale.


Vi è un esperimento mentale che la civiltà occidentale ha sempre preferito non condurre fino in fondo, per pudore o per paura: cosa accadrebbe se Adolf Hitler tornasse? Timur Vermes ha avuto l'impudenza — e il coraggio  di rispondere. E la risposta, consegnata nelle pagine di questo romanzo tradotto in diciassette lingue e trasportato sullo schermo da David Wnendt, 
è insieme comica e agghiacciante, leggera come una commedia di costume e pesante come una pietra tombale. Hitler non torna in una birreria di Monaco, non raduna squadracce nei vicoli, non incendia palazzi del governo. Torna davanti a una telecamera. Torna su YouTube. Torna nei talk show dove si ride, si applaude, si condivide il video — e si dimentica, nel frattempo, di chiedersi se si stia ridendo con lui o di lui. La distinzione, si scopre, è tremendamente facile da perdere. Il Führer del Terzo millennio non ha bisogno di eserciti: gli basta un account verificato e un algoritmo compiacente. La macchina mediatica, vorace e indifferente come sempre lo è stata la folla, non distingue tra il buffone e il carnefice — anzi, sospetta segretamente che siano la stessa persona, e trova la cosa divertentissima.

Ciò che Vermes ha scritto come satira, la storia ha provveduto a trasformare in cronaca. 
Guardiamo il mondo , dalla Germania che riscopre partiti dai nomi nuovi e dalle idee vecchissime, alla Gran Bretagna che ha scelto il risentimento come progetto politico, fino agli Stati Uniti dove un uomo dai capelli color ambra ha convinto milioni di persone che la grandezza si recupera indicando un nemico  e ci accorgiamo che Lui non è mai davvero andato via. 
Si è semplicemente cambiato d'abito, ha imparato a twittare, ha capito che i comizi si fanno in diretta streaming e che le folle, oggi come allora, cercano qualcuno che trasformi la loro paura in rabbia e la loro rabbia in voto.
 Il romanzo di Vermes è dunque molto più di una distopia o di un divertissement intellettuale: è uno specchio che la letteratura tende alla realtà, e nel quale sarebbe necessario , urgente , guardarsi con onestà.
 La domanda finale, quella che rimane sospesa nell'aria dopo l'ultima pagina come fumo dopo un incendio, non è se lui tornerà. È se noi, ancora una volta, gli apriremo la porta e gli offriremo un microfono.

LA DESTRA E LA CULTURA: UN CASTELLO DI SABBIA A RIVA

 CORSIVO


Venezia doveva essere la capitale dell'egemonia culturale. È diventata la capitale delle sue contraddizioni. 

C'è una tenerezza quasi infantile nel guardare la destra italiana che tenta l'egemonia culturale con la stessa grazia con cui un bambino costruisce castelli di sabbia a riva , laboriosissimo, convintissimo, ignaro dell'onda. 
Venezia era il piano: allineamento perfetto di governo, regione e comune, una geometria del potere così compatta da sembrare disegnata da uno di quei funzionari che scambiano l'organigramma per la storia. Si è piazzato Pietrangelo Buttafuoco intellettuale vero, rarità zoologica in quell'ambiente come il tartufo bianco in una mensa aziendale  e si è sistemata alla Fenice una Venezi imposta dall'alto con la delicatezza di un siluro, affidata a un Colabianchi che di fronte all'ordine romano ha obbedito con quella tempestiva ottusità che è il vero talento della burocrazia militante. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, o almeno degli occhi che ancora reggono lo spettacolo.

Perché il castello, come da copione, è già bagnato. Buttafuoco pecca di autonomia , vizio intollerabile, quasi di sinistra  e riapre il padiglione putiniano come se governare la cultura significasse, bizzarramente, fare scelte culturali. Colabianchi pecca di servilismo totale e trasforma la Fenice in un bivacco, suscitando una resistenza corale che nemmeno Verdi avrebbe orchestrato meglio. 
Due errori opposti, una sola incapacità: quella di una classe dirigente che ha più poltrone da distribuire che teste capaci di occuparle, più enfasi sull'egemonia che cognizione di cosa sia. La destra non sa ancora che destra vuole essere ,moderata o ultrà, europea o trumpiana, tolkieniana o evoliana, con l'Ucraina o con i cortigiani dello zar , e nel frattempo litiga con sé stessa in laguna. Chiamarla fascismo è un complimento postumo che non merita.
 Questo è dilettantismo, e il dilettantismo, a differenza del fascismo, non fa nemmeno paura.presidente della Biennale, è uomo che la sinistra cataloga da entomologo: intellettuale di destra, di estrema destra, come se la collocazione del pensiero ne determinasse il valore. Classificazione che rivela più chi la formula che chi ne è oggetto. 
L'ingegno non chiede passaporto: conta dove arriva, non da dove parte. E quello di Buttafuoco arriva lontano , fastidiosamente lontano, anche per chi gli sta, nominalmente, dalla stessa parte.


I BAMBINI NON VOTANO

 


a cura di Anna Lombardo

 

 Il decreto Caivano e l'arte italiana di punire i fragili per rassicurare i forti.


V'è una particolare specie di crudeltà — raffinata, quasi inconsapevole, come certa brutalità dei salotti — che consiste nel legiferare sui bambini senza minimamente pensare a loro. L'Italia ne offre in questo periodo esempi così abbondanti da risultare quasi didattici. Il decreto Caivano, quella creatura normativa partorita nel novembre 2023 con la solennità riservata alle grandi visioni e la profondità intellettuale di un titolo di telegiornale, prevedeva sanzioni per i genitori i cui figli non frequentassero la scuola. Scopo dichiarato: l'autorevolezza. Effetto reale: dirigenti scolastici che segnalano alle forze dell'ordine ragazzini che non escono di casa perché l'ansia sociale ha reso il portone scolastico alto quanto una muraglia, e madri che aprono la porta a poliziotti venuti a verificare perché loro figlio — che fino a sei mesi prima prendeva ottime valutazioni — ora non riesce più ad alzarsi dal letto. Il ritiro sociale maschile è ormai, per diffusione, l'equivalente dei disturbi alimentari nelle ragazze. Ma i disturbi alimentari, almeno, fanno più simpatia elettorale.


Perché è di questo che si tratta, alla fine, con quella trasparenza che solo il cinismo praticato senza ironia può raggiungere: di voti. I minori non votano, e questa è la loro unica, imperdonabile colpa civica. Ogni fatto di cronaca diventa così il pretesto per una mossa securitaria, ogni ragazzo disperato il fondale scenografico di una conferenza stampa. Gli stessi politici che hanno voluto il decreto Caivano si dichiarano ora scandalizzati dalla magistratura minorile che interviene sui genitori del bosco — come se la coerenza fosse un lusso riservato a chi non deve inseguire il ciclo delle notizie. La giustizia minorile italiana è tra le più avanzate al mondo, studiata all'estero come si studiano le cose rare e preziose. Trattarla come un ostacolo burocratico alla fermezza è un esercizio che dice molto su chi governa e nulla di buono. Almeno, come si suggerisce con pazienza da più parti, si abbia l'onestà di ammettere che certe leggi si fanno per raccogliere consenso, non per proteggere i bambini. Nel bosco come nelle città, i fragili attendono. Gli adulti, nel frattempo, sono molto occupati con sé stessi.


VOTATE SÌ, SE VOLETE I GIUDICI IN GINOCCHIO



 La riforma Nordio spiegata a chi non ha ancora capito cosa si vuole davvero riformare.


C'è una certa eleganza involontaria nel fatto che una riforma presentata come necessaria per migliorare la giustizia italiana non contenga una sola norma che riguardi la giustizia italiana nella sua esperienza quotidiana: i tribunali che arrancano, i processi che durano quanto regni medievali, l'accesso alla legge riservato in pratica a chi può permettersi avvocati all'altezza. Di tutto questo la legge Nordio non si occupa, con la coerenza di chi va dal medico per un'appendicite e si sente prescrivere un cambio di pettinatura. Ciò che la riforma fa, invece, è intervenire sul bilanciamento dei poteri con la delicatezza di chi riarredasse casa altrui di notte: separare le carriere di giudici e pubblici ministeri — già di fatto separate, visto che il passaggio da una all'altra riguarda meno dell'uno per cento dei magistrati — spaccare il Consiglio Superiore della Magistratura in due tronconi e affiancarvi una nuova Alta Corte disciplinare, triplicando costi e strutture senza che nessuno abbia ancora spiegato con quale beneficio per il cittadino comune, quello che aspetta diciotto mesi per una visita ortopedica e non ha mai incrociato nella vita un magistrato requirente.

Il capolavoro, tuttavia, è il sorteggio. La riforma prevede che i componenti dei nuovi CSM vengano estratti a sorte tra i magistrati, in luogo dell'elezione oggi vigente — sistema che vale, si badi, per gli ordini degli avvocati, per i consigli dei medici, per Confindustria, per le associazioni bancarie, per chiunque abbia un organo di rappresentanza degno di questo nome. Per la magistratura, no: il sorteggio, presentato come rimedio alle correnti interne, non abolisce affatto le correnti — che essendo espressione di libertà di pensiero non possono per definizione essere abolite — ma elimina la garanzia democratica con cui i magistrati scelgono i propri rappresentanti, sostituendola con l'alea. Nel frattempo, la quota cosiddetta laica, quella di nomina politica, verrebbe selezionata da liste già confezionate dalla maggioranza parlamentare: sorteggio puro per i magistrati, scelta accurata per la politica. Una simmetria rivelatrice. A completare il quadro, il governo ha già annunciato che, in caso di vittoria del Sì, la polizia giudiziaria verrebbe sottratta alla direzione dei pubblici ministeri per essere ricondotta sotto l'esecutivo — il che, tradotto, significa che chi indaga risponderebbe a chi potrebbe essere indagato. Dettaglio non trascurabile.

Votare No, il 22 e 23 marzo, è un atto di memoria oltre che di ragione. La magistratura italiana ha pagato in vite umane il prezzo della propria indipendenza: Falcone e Borsellino, che pure erano favorevoli a certe riforme processuali, vedevano nella separazione delle carriere esattamente il rischio che oggi si materializza, ovvero la subordinazione della funzione requirente al potere politico. Il referendum è senza quorum: qualunque sia l'affluenza, il risultato sarà valido. Questo significa che l'astensione non è neutralità ma complicità silenziosa. La riforma modifica sette articoli della Costituzione con i voti della sola maggioranza, senza confronto con le opposizioni, senza urgenza che la giustifichi, con l'unica fretta di chi sa che il tempo lavora contro di lui. Di fronte a una manovra tanto scoperta nei mezzi quanto nei fini, la risposta più semplice resta la migliore: presentarsi, prendere la scheda, scrivere No. Con la tranquillità di chi sa da che parte stare.


LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...