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lunedì 11 maggio 2026

GLI INVOLTINI, I PISELLI E L'ARTE UMANA DI COMPLICARSI LA CENA





CRONACA - SEMISERIA - DELLA PREPARAZIONE DI UNA CENA A BASE DI  
INVOLTINI DI LONZA PANATI SU CREMA DI PISELLI



INGREDIENTI X 4 PIATTI

- 12 fette sottili di lonza di maiale
- 12 fettine di caciocavallo
- 12 fettine di prosciutto cotto
- 100 gr di mollica
- 20 gr di pistacchio in granella
- Origano q.b.
- Sale q.b.
- Pepe nero q.b.
- Olio extravergine d’oliva q.b.
- Succo e scorza grattugiata di mezza arancia
- 500 gr di piselli novelli
- Mezzo cipollotto tritato


La preparazione comincia con dodici fettine di lonza, sottili come le promesse fatte a dieta, e la certezza di una cena semplice. È noto che le catastrofi più memorabili inizino così.

Sul tavolo si stende la lonza con la precisione di un geometra catastale. Su ogni fetta si adagiano il caciocavallo e il prosciutto cotto — una combinazione che produce nell'essere umano, anche nel più avvilito, un improvviso senso di fiducia nel futuro. Poi l'origano: va usato con prudenza, perché è un'erba convinta di essere protagonista. Basta una spolverata e prende il controllo aromatico della situazione come uno zio logorroico a Natale.

Si arrotola ogni involtino con la concentrazione di chi sta disinnescando un ordigno. Gli involtini hanno un preciso istinto suicida: si aprono sempre davanti agli ospiti.

Nel frattempo i piselli sobbollono col cipollotto. C'è qualcosa di profondamente rassicurante nei piselli novelli: hanno il colore della speranza e la consistenza della pazienza. Frullati con olio, sale e pepe, diventano una crema quasi aristocratica — benché derivino da piccoli pallini dall'aspetto sospetto.

Il colpo di teatro è la panatura: mollica, pistacchio, scorza d'arancia. Tre ingredienti che sembrano incapaci di convivere nello stesso condominio e che invece creano una fragranza tale da far affacciare i vicini. L'arancia profuma la cucina con tale convinzione da far credere, per qualche minuto, di possedere una casa in costiera.
Gli involtini passano nell'olio, poi nella panatura, poi in forno. Dieci minuti — il tempo esatto in cui un cuoco domestico riesce a sentirsi uno chef stellato e a bruciare almeno uno strofinaccio.
Adagiati sulla crema di piselli, dorati e col cuore filante, rivelano una verità universale: nessuno cucina davvero per fame. Ma per piacere, per sè e per gli ospiti. 

IL PRONOSTICO: 1 - X - 2

 


Il terrore del pareggio, o dell'arte perduta di fare politica.


C'è una parola che fa tremare i polsi alla classe dirigente italiana, una parola che evoca catastrofi, governi che cadono, presidenti della Repubblica costretti a fare le ore piccole: pareggio. Giorgia Meloni, con la determinazione di chi ha già vinto e non vuole più rischiare, ha deciso che quell'infame X va cancellata dalla schedina della democrazia. Solo l'1 o il 2, solo la vittoria o la sconfitta, come al calcio — anzi, meglio dei calci di rigore: almeno lì qualcuno piange e qualcuno esulta, e il pubblico può andare a casa. Sennonché, a guardare i numeri con la dovuta flemma, il pareggio non è poi così dietro l'angolo. Il Rosatellum vigente — che ha il merito almeno di avere un soprannome simpatico — tende ad amplificare i vantaggi, non ad annullarli. Nel 2022, il centrodestra ha trasformato il 44% dei voti in 237 seggi su 400: una moltiplicazione degna di un prodigio evangelico, non di un sistema che favorisce le parit à. Il problema del pareggio è dunque in larga misura un fantasma evocato ad arte, un'ombra proiettata sul muro per giustificare una riforma che di fantasmi ha bisogno per prosperare.

Il vero pareggio che spaventa, quello per cui Bersani nel 2013 si ritrovò a vincere e perdere contemporaneamente, nasce dal bicameralismo perfetto, quella specificità tutta italiana per cui si vota due volte per ottenere due Parlamenti che possono tranquillamente contraddirsi a vicenda. Ebbene: la riforma Meloni non tocca il bicameralismo. Lo lascia intatto, con la sua perfezione barocca e le sue conseguenze imprevedibili. Renzi ci aveva provato a potarlo, nel 2016, e il Paese gli aveva risposto con un sonoro niet. Il "Meloncellum" — così si comincia già a chiamarlo nei corridoi — entrerebbe in gioco in uno scenario preciso: due schieramenti talmente vicini da rendere la vittoria una vittoria di Pirro, tipo quella di Romano Prodi nel 2006, che governò con sette voti di vantaggio al Senato e finì, prevedibilmente, nel modo in cui finiscono i funamboli senza rete. In quel caso, il premio di maggioranza farebbe il suo lavoro: trasformare una maggioranza parlamentare risicata in una comoda, rassicurante, impermeabile alle bizze degli alleati.

Ecco il punto. Non si tratta di scongiurare il pareggio — che, come si è visto, può arrivare comunque, con o senza premi. Si tratta di governare senza fastidi. Senza dover trattare con Calenda, senza inseguire gli umori di Vannacci, senza concavi e convessi, senza promesse da mantenere. Un tempo tutto questo si chiamava politica. Oggi si chiama problema. Il paradosso è istruttivo: la classe politica che chiede pieni poteri è la stessa che ha dimenticato come si esercita il potere parziale. Il compromesso è diventato inciucio, il dialogo tradimento, la mediazione viltà. Così Giorgia ed Elly, Matteo e Giuseppe si troverebbero smarriti davanti a un Parlamento che chiede loro di convincere, persuadere, cedere qualcosa per ottenere qualcosa. Il premio di maggioranza non è una riforma elettorale: è una polizza vita contro il rischio, antico e nobilissimo, di dover fare politica. ♓

sabato 9 maggio 2026

ALÌ TERME, CONTI E SILENZI



 La campagna elettorale promette toni sobri e civili. Il rischio, però, è che fra tante cortesie nessuno trovi il coraggio di spiegare davvero perché il Comune sia finito commissariato e come intenda uscirne.



Ad Alì Terme la campagna elettorale si annuncia elegante, composta, quasi ovattata. In una parola: noiosa. Toni bassi, complimenti reciproci, attestati di stima distribuiti con generosità notarile. Tutto molto rassicurante. Forse troppo. Il paese avrebbe bisogno di qualcosa di meno educato e molto più concreto: risposte. 

Risposte sui conti, innanzitutto. Perché dietro le inaugurazioni delle sedi elettorali e le fotografie di rito si nasconde una realtà meno fotogenica: residui attivi che sembrano reperti archeologici, Tari e Imu dimenticate da troppi contribuenti con ammirevole perseveranza, servizi comunali trasformati in una forma avanzata di beneficenza pubblica. Metà paese che vive sulle spalle dell'altra metà.

E allora i due candidati alla fascia tricolore, gli avvocati Tommaso Micalizzi e Alessandro Triolo, dovrebbero spiegare non soltanto come intendano amministrare, ma soprattutto come pensino di riscuotere.

Entrambi orbitano, con sfumature diverse, nella galassia politica di Cateno De Luca, uomo che della moralità tributaria ha fatto una religione civile: elenchi pubblici dei morosi, crociate contro gli evasori, pedagogia fiscale praticata con l’entusiasmo di un Savonarola del catasto. Benissimo. Allora sarebbe interessante capire se i due aspiranti sindaci intendano davvero applicare quel modello oppure limitarsi a citarlo nei santini elettorali.

Pubblicheranno la situazione tributaria degli eletti? Degli assessori? Dei dirigenti e degli impiegati comunali? Ritengono compatibile amministrare il Comune ed essere contemporaneamente debitori dello stesso ente? La questione non è folkloristica, né moralistica: riguarda la credibilità di chi governa. Perché se si chiedono sacrifici ai cittadini, il minimo sindacale è che chi firma determine e delibere possa guardare senza imbarazzo lo sportello tributi. Esiste una strategia seria di riscossione oppure si continuerà con quella filosofia meridionale del “poi vediamo” che da decenni accompagna le finanze di tanti piccoli comuni? Un paese può sopravvivere a un ciclone, perfino a una crisi politica nata con dinamiche da asilo Mariuccia. Più difficile è sopravvivere alla convinzione collettiva che pagare sia facoltativo.

Sarebbe persino salutare — rivoluzione inaudita — che il prossimo Consiglio comunale inaugurasse ogni anno amministrativo con una relazione pubblica sul reale stato della cassa e chiudesse l’esercizio con un bilancio raccontato ai cittadini in modo comprensibile, verificabile, persino misurabile.  Entrambi i candidati devono spiegare cosa farebbero, concretamente, per ricostruire il paese dopo le ferite del ciclone Harry. Perché le macerie, a differenza dei manifesti elettorali, non spariscono dopo il voto. In questa campagna dai toni anestetizzati manca soprattutto il conflitto delle idee. 

Alì Terme merita qualcosa di più delle strette di mano da cerimonia e delle cortesie istituzionali. Merita una risposta semplice, persino brutale: chi pagherà il conto del futuro del paese? E soprattutto chi avrà finalmente il coraggio di presentarlo. ♓

venerdì 8 maggio 2026

BUTTAFUOCO E L'IPOCRISIA EUROPEA

 

L'Ue ritira due milioni alla Biennale per non finanziare Putin, e intanto compra il suo gas e gli vende le armi attraverso le repubbliche dell'Asia centrale.


Pietrangelo Buttafuoco ha inaugurato la sua Biennale. L'Europa, sdegnata, ha ritirato il finanziamento: due milioni in tre anni, cifra che a Bruxelles non basta per i rinfreschi. Il motivo è nobile: non si deve aggirare le sanzioni alla Russia. Principio condivisibile. Peccato che, mentre si sottraggono i soldi all'arte, si continui ad acquistare gas russo — fino alla fine del 2026 e con ogni scorta possibile — così Putin possa fare scorta, a sua volta, di armi per l'Ucraina.

Ma c'è di meglio. Le esportazioni tedesche verso il Kirghizistan — paese alleato di Mosca, strategicamente lontano dal Lido di Venezia — sono aumentate di dieci volte dall'invasione in poi. L'Italia, che esportava armi in quel paese per un milione, ne esporta ora per cinquanta. La Spagna pacifista è passata da dieci a cinquanta milioni. L'Austria da dieci a ottanta. Anche Armenia, Uzbekistan e Tagikistan registrano incrementi analoghi. Il tutto rigorosamente dopo febbraio 2022.

Vale la pena fermarsi un momento. Non per stupore — lo stupore è un lusso che la politica europea si è da tempo tolta — ma per registrare con esattezza quello che sta accadendo: il continente che ha sanzionato Mosca rifornisce Mosca attraverso interposta repubblica, con denaro guadagnato vendendo il gas di Mosca. Il cerchio è chiuso, la coerenza è perfetta, e la Biennale era l'unica cosa da fermare. ♓


MY BEAUTY -MESSINA


 

IL VENTRE SEGRETO DEL MARE

 



Roberto Antonuccio e il mistero delle budella di stocco


C'è un momento, nella vita di ogni messinese che si rispetti, in cui si trova a dover spiegare a uno straniero — svedese, americano, marziano — cosa sia il pescestocco. Non il merluzzo essiccato in astratto, non la variante ligure, non il baccalà travestito da altro. Il pescestocco di Messina. Quello vero. Quello che profuma già alle sei del mattino nel mercato di Ganzirri e che un nordeuropeo in visita alla città dello Stretto incontra come si incontra un destino: senza averlo cercato, senza poterlo più dimenticare.

A Messina lo stocco non è un ingrediente: è un'identità. Un piatto nato dalla necessità, cresciuto nella memoria, arrivato sulle tavole come un vecchio manoscritto trovato in soffitta e riletto con occhi nuovi.

IL PIATTO


I ventri , il ventre, quella parte del pesce che i nordici butterebbero e i messinesi hanno trasformato in gioiello — vengono puliti con pazienza certosina: via la pellicina scura, via le spine, via tutto ciò che non serve. Rimane la polpa morbida, porosa, capace di assorbire e restituire sapori come una spugna marina d'alto pregio.

Il ripieno è una cosa seria: pangrattato, formaggio pepato (non il parmigiano del nord, quello che sa di latifondo padano — il pepato siciliano, che sa di pascoli arsi e di pecore convinte), parmigiano, prezzemolo, pinoli, olio extravergine che deve essere buono perché tutto il resto dipende da lui.

 Si farcisce, si arrotola, si chiude con uno stuzzicadenti — gesto antico, quasi liturgico, come sigillare una lettera importante.

Poi la padella: una rosolatura leggera, appena un cenno di crosta. 

E intanto dall'altra parte del fornello, in quello che i filosofi chiamerebbero contrappunto armonico e i cuochi chiamano semplicemente fare le cose per bene, cipolla e piselli si soffriggono lentamente. 

I ventri arrotolati entrano nel soffritto, arriva la passata di pomodoro, e il fuoco si abbassa — perché i piatti grandi non si fanno in fretta, si fanno aspettando.

Il risultato è un sughetto che — diciamolo senza pudori letterari — profuma di Messina come nient'altro al mondo.

Una nota finale per i nostri lettori d'oltreoceano: questo piatto non si mangia in fretta, non si fotografa prima di averlo annusato, non si spiega ad alta voce mentre lo si consuma. 

Si mangia in silenzio, o al massimo con una conversazione bassa, come si fa con le cose che contano.

 È cucina povera nel senso nobile del termine: povera di ingredienti costosi, ricchissima di sapere, di tempo e di affetto depositato in ogni piega dei ricordi

. Lo sapevano le nonne che lo cucinavano. Speriamo, lo sappiate anche voi. 

E ora...mangiate con soddisfazione.



giovedì 7 maggio 2026

VENGO ANCH'IO? NO, TU NO

 CORSIVO

Trump ha fatto la guerra all'Iran. Il mondo ha fatto i conti.


Terzo shock economico in sei anni. Il primo fu la pandemia, che ci insegnò che le mascherine vengono dalla Cina. Il secondo fu l'Ucraina, che ci insegnò che il gas viene dalla Russia. Il terzo è l'Iran, che ci insegna che tutto il resto viene dallo Stretto di Hormuz. Siamo grandi studiosi di geografia, purché qualcuno spari prima. L'Europa, naturalmente, non è stata consultata. Lo scopre adesso, come se la novità fosse questa. Trump ha minacciato di ritirare i soldati da Germania, Italia e Spagna. Minaccia che in Italia fa meno paura di quanto dovrebbe, perché i soldati americani portano soldi e noi i soldi non li rifiutiamo mai, nemmeno quelli altrui.

I pasdaran resistono. Lo sapevano tutti tranne chi ha deciso di bombardare. Le monarchie del Golfo sono divise. I premi assicurativi marittimi sono quintuplicati. Tutto sommato, un risultato. Resta un principio nuovo, enunciato dai guardiani dello Stretto: il pedaggio sulle petroliere. Il diritto internazionale di navigazione vacilla. Ma in fondo anche il diritto internazionale è una convenzione, e le convenzioni si rispettano finché conviene.

Giorgia Meloni, trumpiana della Garbatella, voleva fare la pontiera tra Washington e Bruxelles. Il ponte lo ha fatto saltare Donald e lei si è attaccata al tram dei volenterosi: Vengo anch'io? No, tu no.


ARS: L'ULTIMA SPIAGGIA DI UNA COALIZIONE CHE AFFOGA IN CASA

 


Prove generali di dissoluzione della maggioranza di centrodestra in Sicilia.

C'è una scena che si ripete ogni volta che l'Ars prova a legiferare: la maggioranza si siede e si smonta da sola. Non servono le opposizioni — ci pensano Forza Italia, Lega e FdI, bocciandosi a vicenda con la precisione di chi ha fatto del veto incrociato una forma d'arte. Questa settimana: caduti il consigliere supplente, l'assessore aggiuntivo, il terzo mandato per i sindaci. Tutte proposte della coalizione, tutte affondate dalla coalizione. Schifani ha completato il rimpastino — tre assessori giurati con la dovuta solennità — e già dimostra che cambiare le facce non basta.

A colmare il vuoto ci pensano le opposizioni. Cracolici e il Pd hanno fatto approvare il blocco delle assunzioni negli enti regionali fino a fine 2027, misura anti-clientele che ha trovato voti trasversali del centrodestra, quasi un atto freudiano. Di Paola ha ottenuto l'incompatibilità tra cariche politiche e direzioni sanitarie nelle Asp. Le norme più significative portano la firma di chi siede all'opposizione. La Regione è governata dal centrodestra, ma le leggi le scrive il centrosinistra. Alla maggioranza restano le briciole: contributi gonfiati, indennità varie, qualche extra distribuito a pioggia.

Il nodo vero si chiama giustizia. Gaetano Galvagno, presidente dell'Ars, è a processo per peculato, truffa e corruzione; il 18 giugno la difesa chiederà di spostare il procedimento a Catania, mossa che nulla toglie alle accuse. Il 10 giugno il Gup deciderà su altri quattro imputati. E c'è Elvira Amata, assessore al Turismo di FdI, che attende il processo. La figura che emerge dai fascicoli — finanziamenti in cambio di incarichi, fondazioni usate come casse di compensazione — è quella di un ceto politico che ha perso il senso del confine tra pubblico e privato. Una coalizione logorata dai processi e costretta a subire le leggi dell'opposizione ha già imboccato quella strada che non porta al largo: porta all'ultima spiaggia. ♓


Alì Terme in festa per Maria Ausiliatrice: una comunità unita tra fede, devozione e tradizione

 di Carmelo Tringali  Si sono conclusi sabato scorso ad  Alì Terme  i solenni festeggiamenti in onore di  Maria Ausiliatrice , un appuntamen...