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venerdì 8 maggio 2026
IL VENTRE SEGRETO DEL MARE
Roberto Antonuccio e il mistero delle budella di stocco
C'è un momento, nella vita di ogni messinese che si rispetti, in cui si trova a dover spiegare a uno straniero — svedese, americano, marziano — cosa sia il pescestocco. Non il merluzzo essiccato in astratto, non la variante ligure, non il baccalà travestito da altro. Il pescestocco di Messina. Quello vero. Quello che profuma già alle sei del mattino nel mercato di Ganzirri e che un nordeuropeo in visita alla città dello Stretto incontra come si incontra un destino: senza averlo cercato, senza poterlo più dimenticare.
A Messina lo stocco non è un ingrediente: è un'identità. Un piatto nato dalla necessità, cresciuto nella memoria, arrivato sulle tavole come un vecchio manoscritto trovato in soffitta e riletto con occhi nuovi.
IL PIATTO
I ventri , il ventre, quella parte del pesce che i nordici butterebbero e i messinesi hanno trasformato in gioiello — vengono puliti con pazienza certosina: via la pellicina scura, via le spine, via tutto ciò che non serve. Rimane la polpa morbida, porosa, capace di assorbire e restituire sapori come una spugna marina d'alto pregio.
Il ripieno è una cosa seria: pangrattato, formaggio pepato (non il parmigiano del nord, quello che sa di latifondo padano — il pepato siciliano, che sa di pascoli arsi e di pecore convinte), parmigiano, prezzemolo, pinoli, olio extravergine che deve essere buono perché tutto il resto dipende da lui.
Si farcisce, si arrotola, si chiude con uno stuzzicadenti — gesto antico, quasi liturgico, come sigillare una lettera importante.
Poi la padella: una rosolatura leggera, appena un cenno di crosta.
E intanto dall'altra parte del fornello, in quello che i filosofi chiamerebbero contrappunto armonico e i cuochi chiamano semplicemente fare le cose per bene, cipolla e piselli si soffriggono lentamente.
I ventri arrotolati entrano nel soffritto, arriva la passata di pomodoro, e il fuoco si abbassa — perché i piatti grandi non si fanno in fretta, si fanno aspettando.
Il risultato è un sughetto che — diciamolo senza pudori letterari — profuma di Messina come nient'altro al mondo.
Una nota finale per i nostri lettori d'oltreoceano: questo piatto non si mangia in fretta, non si fotografa prima di averlo annusato, non si spiega ad alta voce mentre lo si consuma.
Si mangia in silenzio, o al massimo con una conversazione bassa, come si fa con le cose che contano.
È cucina povera nel senso nobile del termine: povera di ingredienti costosi, ricchissima di sapere, di tempo e di affetto depositato in ogni piega dei ricordi
. Lo sapevano le nonne che lo cucinavano. Speriamo, lo sappiate anche voi.
E ora...mangiate con soddisfazione.
giovedì 7 maggio 2026
VENGO ANCH'IO? NO, TU NO
CORSIVO
Trump ha fatto la guerra all'Iran. Il mondo ha fatto i conti.
Terzo shock economico in sei anni. Il primo fu la pandemia, che ci insegnò che le mascherine vengono dalla Cina. Il secondo fu l'Ucraina, che ci insegnò che il gas viene dalla Russia. Il terzo è l'Iran, che ci insegna che tutto il resto viene dallo Stretto di Hormuz. Siamo grandi studiosi di geografia, purché qualcuno spari prima. L'Europa, naturalmente, non è stata consultata. Lo scopre adesso, come se la novità fosse questa. Trump ha minacciato di ritirare i soldati da Germania, Italia e Spagna. Minaccia che in Italia fa meno paura di quanto dovrebbe, perché i soldati americani portano soldi e noi i soldi non li rifiutiamo mai, nemmeno quelli altrui.
I pasdaran resistono. Lo sapevano tutti tranne chi ha deciso di bombardare. Le monarchie del Golfo sono divise. I premi assicurativi marittimi sono quintuplicati. Tutto sommato, un risultato. Resta un principio nuovo, enunciato dai guardiani dello Stretto: il pedaggio sulle petroliere. Il diritto internazionale di navigazione vacilla. Ma in fondo anche il diritto internazionale è una convenzione, e le convenzioni si rispettano finché conviene.
Giorgia Meloni, trumpiana della Garbatella, voleva fare la pontiera tra Washington e Bruxelles. Il ponte lo ha fatto saltare Donald e lei si è attaccata al tram dei volenterosi: Vengo anch'io? No, tu no.
ARS: L'ULTIMA SPIAGGIA DI UNA COALIZIONE CHE AFFOGA IN CASA
Prove generali di dissoluzione della maggioranza di centrodestra in Sicilia.
C'è una scena che si ripete ogni volta che l'Ars prova a legiferare: la maggioranza si siede e si smonta da sola. Non servono le opposizioni — ci pensano Forza Italia, Lega e FdI, bocciandosi a vicenda con la precisione di chi ha fatto del veto incrociato una forma d'arte. Questa settimana: caduti il consigliere supplente, l'assessore aggiuntivo, il terzo mandato per i sindaci. Tutte proposte della coalizione, tutte affondate dalla coalizione. Schifani ha completato il rimpastino — tre assessori giurati con la dovuta solennità — e già dimostra che cambiare le facce non basta.
A colmare il vuoto ci pensano le opposizioni. Cracolici e il Pd hanno fatto approvare il blocco delle assunzioni negli enti regionali fino a fine 2027, misura anti-clientele che ha trovato voti trasversali del centrodestra, quasi un atto freudiano. Di Paola ha ottenuto l'incompatibilità tra cariche politiche e direzioni sanitarie nelle Asp. Le norme più significative portano la firma di chi siede all'opposizione. La Regione è governata dal centrodestra, ma le leggi le scrive il centrosinistra. Alla maggioranza restano le briciole: contributi gonfiati, indennità varie, qualche extra distribuito a pioggia.
Il nodo vero si chiama giustizia. Gaetano Galvagno, presidente dell'Ars, è a processo per peculato, truffa e corruzione; il 18 giugno la difesa chiederà di spostare il procedimento a Catania, mossa che nulla toglie alle accuse. Il 10 giugno il Gup deciderà su altri quattro imputati. E c'è Elvira Amata, assessore al Turismo di FdI, che attende il processo. La figura che emerge dai fascicoli — finanziamenti in cambio di incarichi, fondazioni usate come casse di compensazione — è quella di un ceto politico che ha perso il senso del confine tra pubblico e privato. Una coalizione logorata dai processi e costretta a subire le leggi dell'opposizione ha già imboccato quella strada che non porta al largo: porta all'ultima spiaggia. ♓
LINGUE STRANIERE E DENTI ANCORA BUONI
martedì 5 maggio 2026
GABBIE SENZA FINE PENA
Violenza, abbandono e muri scrostati: le carceri italiane specchio di uno Stato che rinuncia a sé stesso.
Sabato scorso, a Gazzi, una sovrintendente si è frapposta tra un detenuto in furia e un collega accerchiato. Calci, spinte, sputi. Qualche giorno prima, ad Agrigento, otto detenuti devastavano un reparto con brande usate come arieti. Due cronache, si dirà. Eppure in quei verbali c'è qualcosa di più grave: lo Stato che tratta i propri istituti come pattumiere. A Gazzi mancano quaranta agenti su duecentocinquantacinque previsti. Non è emergenza: è normalità.
Eppure Gazzi è considerato, con qualche ironia, un carcere modello. Basta il reparto femminile a sfatare il mito. Una ventina di donne, analfabete che imparano a leggere in cella, lontane da casa.
La Garante Lucia Risicato le ha descritte in due parole: disagio e solitudine. Il ginecologo entra una volta a settimana; per ogni altra visita si attendono mesi. Una tac da trentamila euro giace inutilizzata perché nessuno finanzia la ristrutturazione della sala. Le richieste al Provveditorato restano senza risposta.
Il quadro diventa grottesco allargando lo sguardo alle carceri minorili. Per decenni il sistema italiano era fiore all'occhiello d'Europa. Poi il decreto Caivano e la grande regressione. Per la prima volta nella storia repubblicana gli istituti penali per minorenni sono sovraffollati: seicento ragazzi dove non dovrebbero stare, Treviso al doppio della capienza, Beccaria al centocinquanta per cento.
La risposta? Nuove carceri. Nel frattempo quarantadue ragazzi su seicento sono iscritti a corsi di formazione. Il resto passa in cella, sedato con psicofarmaci. La civiltà si misura dalla vivibilità delle carceri. Settantanove suicidi nel 2025, aggressioni in crescita, sessantatremila detenuti per quarantaseimila posti. Le soluzioni esistono: misure alternative con recidiva al due per cento, comunità educative, organici adeguati. Quello che manca non è la fantasia. È la volontà politica. Costruire gabbie è più semplice. Sul lungo periodo è rovinoso. Ma il lungo periodo, in Italia, è sempre colpa di qualcun altro.
GYSPY SULL'ASFALTO ROVENTE
Rock americano senza compromessi.
IL CENTRO DI GRAVITÀ PERMANENTE DI DE LUCA FATICA A FUNZIONARE
Tra liste speculari, crepe locali e ambizioni regionali: la falange non è più tale, logorata da ambizioni e personalismi che ne minano la compattezza.
Cosa sta accadendo nel pianeta di Cateno De Luca? E soprattutto: esiste ancora un sole attorno a cui orbitano, ordinati, i suoi satelliti? Le cronache restituiscono un sistema in fibrillazione. A Alì Terme, due liste contrapposte nate dallo stesso ceppo: scissione o moltiplicazione per gemmazione? A Giardini Naxos, frizioni e problemi che non paiono più episodici. E a Roccalumera, un consiglio salvato per un voto, dimissioni a cascata e una maggioranza che assomiglia sempre più a un mosaico crepato.
È fisiologia o è entropia? Il movimento che ha fatto dell’energia personale del leader la propria cifra ora paga il prezzo della sua stessa formula: quando ogni sodale si sente un piccolo De Luca a casa propria, chi tiene la rotta comune? La politica, si sa, non è una costellazione spontanea: richiede gravità, gerarchie, pazienza negoziale. E qui la domanda si fa più scomoda: l’uomo solo al comando può ancora permettersi di esserlo, mentre all’orizzonte incombe la partita delle partite, la presidenza della Regione?
Servono alleanze, non solo adesioni. Servono ponti, non duplicazioni. E servono, soprattutto, regole interne che impediscano al carisma di dissolversi in mille rivoli locali. Perché la velocità, senza direzione, è solo agitazione. E la sensazione è che la spinta propulsiva si stia disperdendo proprio mentre la corsa richiederebbe compattezza. Misure urgenti, dunque: ricomposizione dei livelli territoriali, chiarimento delle leadership intermedie, un perimetro politico che distingua tra fedeltà e autonomia. Altrimenti il pianeta continuerà a muoversi, sì, ma senza più un centro: e nello spazio, si sa, anche le traiettorie più promettenti finiscono per perdersi. ♓
LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)
Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...
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