Rock americano senza compromessi.
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Rock americano senza compromessi.
Tra liste speculari, crepe locali e ambizioni regionali: la falange non è più tale, logorata da ambizioni e personalismi che ne minano la compattezza.
Cosa sta accadendo nel pianeta di Cateno De Luca? E soprattutto: esiste ancora un sole attorno a cui orbitano, ordinati, i suoi satelliti? Le cronache restituiscono un sistema in fibrillazione. A Alì Terme, due liste contrapposte nate dallo stesso ceppo: scissione o moltiplicazione per gemmazione? A Giardini Naxos, frizioni e problemi che non paiono più episodici. E a Roccalumera, un consiglio salvato per un voto, dimissioni a cascata e una maggioranza che assomiglia sempre più a un mosaico crepato.
È fisiologia o è entropia? Il movimento che ha fatto dell’energia personale del leader la propria cifra ora paga il prezzo della sua stessa formula: quando ogni sodale si sente un piccolo De Luca a casa propria, chi tiene la rotta comune? La politica, si sa, non è una costellazione spontanea: richiede gravità, gerarchie, pazienza negoziale. E qui la domanda si fa più scomoda: l’uomo solo al comando può ancora permettersi di esserlo, mentre all’orizzonte incombe la partita delle partite, la presidenza della Regione?
Servono alleanze, non solo adesioni. Servono ponti, non duplicazioni. E servono, soprattutto, regole interne che impediscano al carisma di dissolversi in mille rivoli locali. Perché la velocità, senza direzione, è solo agitazione. E la sensazione è che la spinta propulsiva si stia disperdendo proprio mentre la corsa richiederebbe compattezza. Misure urgenti, dunque: ricomposizione dei livelli territoriali, chiarimento delle leadership intermedie, un perimetro politico che distingua tra fedeltà e autonomia. Altrimenti il pianeta continuerà a muoversi, sì, ma senza più un centro: e nello spazio, si sa, anche le traiettorie più promettenti finiscono per perdersi. ♓
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CORSIVO
In Sicilia l’assurdo diventa prassi: l’Ars si accusa da sola, il presidente resta al suo posto e la giustizia cambia città come un turista prudente.
In Sicilia, si sa, la realtà non imita la fantasia: la umilia. E così accade che un’assemblea di deputati, con la compostezza di una processione e la leggerezza di una sagra paesana, si costituisca parte civile contro se stessa, come uno che si denuncia allo specchio sperando che il riflesso venga arrestato. Pirandello, se fosse ancora tra noi, chiederebbe i diritti d’autore. Il presidente resta lì, immobile sullo scranno più alto, come certe statue che piangono lacrime finte ma incassano offerte vere. E intanto il processo comincia… anzi no: si sposta. Palermo? Catania? Fate voi, basta che il sipario non si apra troppo presto.
La difesa è un capolavoro di geografia creativa: l’auto blu non è colpevole, è nomade. Sessanta viaggi, forse pellegrinaggi, forse gite fuori porta con vista istituzionale. E se il peccato si consuma altrove, anche il giudizio deve traslocare, come un parente scomodo. Intanto l’Ars si costituisce parte civile: una famiglia che si autodenuncia a Natale, tra un cannolo e una assoluzione preventiva. L’autista tace, il presidente pure, ma parlano i chilometri, che in Sicilia hanno sempre ragione. E tra peculato, truffa e missioni fantasma, sembra di assistere a una commedia dove i rimborsi sono più reali dei viaggi.
Poi arriva la politica, che è l’unica capace di trasformare un processo in un piano di fine legislatura. Si blindano governi mentre traballano le sedie, si smentiscono rimpasti come si smentiscono i pettegolezzi di paese: con più fervore che convinzione. E Gaetano Galvagno resta lì, uomo di Fratelli d’Italia: garantisti per necessità. Intanto Giorgia Meloni si dice figlia di Paolo Borsellino. Silenzio, che è meglio.
Norme elastiche, indignazioni selettive e sorprendenti conversioni sulla via dei tribunali.
A Messina la legge elettorale è diventata, più che un codice, un elegante esercizio di ginnastica interpretativa. Il sindaco Federico Basile si muove con una certa disinvoltura tra le pieghe della norma, come chi conosce bene il regolamento e sa dove può essere stirato senza strapparsi. Non è necessariamente un reato: è, se vogliamo, un’arte tutta politica. Ma proprio per questo stupisce lo scandalo improvviso, quasi teatrale, che si leva da chi oggi scopre con candore che le regole, in Italia, non sono mai monoliti ma materia duttile.
Il Partito Democratico, dal canto suo, riscopre una vocazione giustizialista che sembrava sopita: ricorsi, denunce, appelli alle autorità. Non potendo battere l’avversario nelle urne, lo si rincorre nelle aule. Strategia legittima, certo, ma che tradisce una certa nostalgia per quella stagione in cui la politica delegava alla magistratura il compito di riequilibrare i rapporti di forza. Più che una battaglia di principio, sembra una scorciatoia elegante, con tanto di lessico indignato a fare da cornice morale.
E poi c’è il dettaglio più gustoso, quasi letterario: la convergenza con Marcello Scurria, oggi in Forza Italia, partito che per decenni ha costruito la propria identità denunciando l’invasione giudiziaria nella politica, con Silvio Berlusconi a farne scuola e simbolo. E invece eccoli lì, sullo stesso fronte, a invocare verifiche e interventi. Corsi e ricorsi, direbbe qualcuno con memoria storica: ieri garantisti, oggi improvvisamente sensibili al fascino del timbro e della toga. In fondo, più che una crisi della democrazia, sembra una commedia degli equivoci, dove le parti si scambiano senza preavviso e ciascuno recita, con ammirevole serietà, il ruolo dell’altro. ♓
Residui per centinaia di milioni, promesse impeccabili e una città che aspetta da sempre: i programmi dicono tutto, tranne l'unica cosa che conta.
Destra e sinistra si fronteggiano da trent'anni come due eserciti senza causa: stessa trincea, nemici diversi, identica confusione.
C'è in Italia una religione laica senza dogmi scritti, senza teologi di grido, senza un concilio che la definisca: il bipolarismo. Una fede che resiste al ridicolo, sopravvive alle legislature cartone animato, si perpetua nonostante le evidenze si accumulino con la puntualità di un treno svizzero. Mario Segni la predicò, il referendum la battezzò, Berlusconi la vinse subito. Era il 1994. La sinistra non capì nulla, andò divisa, perse. Trent'anni dopo, divide il tempo tra litigi interni e urla al sacrilegio ogni volta che qualcuno osa pronunciare la parola: convergenza. Il modello anglosassone funziona dove esistono due partiti. Basta. Non sedici, come nel governo Prodi II del 2006, dove comparivano Turigliatto e Pallaro, uomini di saldi princìpi purché negoziabili. Sedici che si reggevano come ubriachi al bancone: bastava che uno mollasse e cadevano tutti. E caddero.
Oggi, a destra, la stessa alleanza del '94 con gli eredi del Msi al posto di Berlusconi, morto nel frattempo. A sinistra, il Pd coi Cinque stelle — che sulla politica estera la pensano come la Lega — e con Fratoianni e Bonelli, pubblici accusatori dell'Occidente. Schlein li tiene insieme con la tecnica con cui si trasporta l'acqua nel cestino: energia infinita, risultato zero. Eppure basterebbe guardarsi negli occhi senza il paraocchi bipolarista per accorgersi di una verità scomoda: Pd e Forza Italia hanno più cose in comune tra loro che con i rispettivi alleati. Entrambi europeisti, atlantisti, garantisti. Su questi tre assi — che non sono dettagli, sono l'ossatura di una visione del mondo — Tajani e Schlein si troverebbero d'accordo in venti minuti. Provino invece a mettere d'accordo Forza Italia con la Lega sull'Europa, o il Pd coi Cinque stelle sull'Ucraina. Le coalizioni italiane sono costruite non sulle affinità ma sulle convenienze elettorali, il che è umano, ma almeno non lo si chiami destino.
Nella Prima Repubblica i grandi statisti sapevano nominare l'innominabile con eleganza. Moro coniò gli "equilibri più avanzati" per prefigurare l'apertura al Pci senza mai pronunciarne il nome. De Martino, leader storico del Psi, usò la stessa formula per evocare un centrosinistra allargato. Formule audaci che trasformavano la necessità in visione. Oggi non si sente un solo statista capace di battezzare con altrettanta dignità la fine di questo bipolarismo logorato.
In Italia si fa politica per fede. E come tutte le fedi, non ammette domande. ♓
di Roberto Barbera*
*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico.
Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...