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martedì 5 maggio 2026

GYSPY SULL'ASFALTO ROVENTE

 


Rock americano senza compromessi.



C'è una regola non scritta nel rock americano: il chitarrista non parla. Suona, sorride, fa un passo indietro. Mike Campbell l'ha rispettata per quarant'anni. Nato a Jacksonville, Florida, nel 1950 — terra di palme, umidità e chitarre elettriche — a sedici anni imbraccia lo strumento e non lo posa più. Nel 1976 entra nei Tom Petty & The Heartbreakers: da quel momento la sua biografia coincide con quella del leader. Damn the Torpedoes, Full Moon Fever, Into the Great Wide Open, disco dopo disco. È lui il riff di Boys of Summer di Don Henley. È lui, spesso, la melodia che resta in testa per giorni. Quando Petty muore nell'ottobre del 2017, Campbell si ritrova solo davanti a uno specchio per la prima volta in quattro decenni.

Electric Gypsy nasce per caso, come spesso accadono le cose vere. Campbell la scrive di getto pochi minuti prima di una session e la incidono quel giorno stesso in un unico take — assolo compreso. Nessun ripensamento. Il brano chiude External Combustion, undicesima e ultima traccia: riff blues pesante, ritmo largo, chitarra che sale lenta e brucia senza fretta. Il testo parla di solitudine e strada — il cielo come compagno, l'oceano come amico — ma non c'è malinconia, c'è qualcosa di più antico e più fiero. È il canto del musicista che ha scelto il movimento come condizione permanente, che conosce i retropalco meglio dei salotti. Per Campbell, tre passi dietro a Petty per quarant'anni, è anche una resa dei conti silenziosa: la prima volta che la voce è davvero sua. Il pezzo e l'uomo si somigliano: essenziali, ruvidi, sinceri fino all'osso.


IL CENTRO DI GRAVITÀ PERMANENTE DI DE LUCA FATICA A FUNZIONARE



 Tra liste speculari, crepe locali e ambizioni regionali: la falange non è più tale, logorata da ambizioni e personalismi che ne minano la compattezza.


Cosa sta accadendo nel pianeta di Cateno De Luca? E soprattutto: esiste ancora un sole attorno a cui orbitano, ordinati, i suoi satelliti? Le cronache restituiscono un sistema in fibrillazione. A Alì Terme, due liste contrapposte nate dallo stesso ceppo: scissione o moltiplicazione per gemmazione? A Giardini Naxos, frizioni e problemi che non paiono più episodici. E a Roccalumera, un consiglio salvato per un voto, dimissioni a cascata e una maggioranza che assomiglia sempre più a un mosaico crepato.

È fisiologia o è entropia? Il movimento che ha fatto dell’energia personale del leader la propria cifra ora paga il prezzo della sua stessa formula: quando ogni sodale si sente un piccolo De Luca a casa propria, chi tiene la rotta comune? La politica, si sa, non è una costellazione spontanea: richiede gravità, gerarchie, pazienza negoziale. E qui la domanda si fa più scomoda: l’uomo solo al comando può ancora permettersi di esserlo, mentre all’orizzonte incombe la partita delle partite, la presidenza della Regione?

Servono alleanze, non solo adesioni. Servono ponti, non duplicazioni. E servono, soprattutto, regole interne che impediscano al carisma di dissolversi in mille rivoli locali. Perché la velocità, senza direzione, è solo agitazione. E la sensazione è che la spinta propulsiva si stia disperdendo proprio mentre la corsa richiederebbe compattezza. Misure urgenti, dunque: ricomposizione dei livelli territoriali, chiarimento delle leadership intermedie, un perimetro politico che distingua tra fedeltà e autonomia. Altrimenti il pianeta continuerà a muoversi, sì, ma senza più un centro: e nello spazio, si sa, anche le traiettorie più promettenti finiscono per perdersi. ♓


CICLONE HARRY. RISTORI SIMEST, COME FARE LA DOMANDA

 


Guida semplice per le imprese colpite dal ciclone: requisiti, documenti e tempi per ottenere il contributo.


Le imprese colpite dal ciclone Harry possono accedere al fondo da 130 milioni gestito da Simest, destinato a sostenere la ripresa delle attività, in particolare quelle legate all’export o alle filiere esportatrici. Il contributo è a fondo perduto e può arrivare fino a 5 milioni di euro per impresa. Le domande vanno presentate direttamente a Simest, attraverso la piattaforma online, entro i termini previsti dal bando e comunque fino a esaurimento delle risorse.


Per essere ammessi è necessario che l’impresa sia localizzata nei territori colpiti, che svolga attività di esportazione (diretta o indiretta) e che i beni danneggiati siano di proprietà dell’azienda. Sono ammissibili sia immobili strumentali sia beni mobili come macchinari, arredi e attrezzature. Fondamentale è dimostrare che il danno sia conseguenza diretta dell’evento calamitoso.

Documenti da presentare:

- Domanda compilata sulla piattaforma Simest.

- Dati anagrafici e visura camerale aggiornata.

- Bilanci degli ultimi esercizi o dichiarazioni fiscali.

- Documento di identità del legale rappresentante.

- Titolo di proprietà degli immobili o dei beni danneggiati.

- Perizia tecnica asseverata che certifichi i danni subiti (redatta da professionista abilitato).

- Documentazione fotografica dei danni.

- Eventuale polizza assicurativa catastrofale e relativa attestazione.

- Relazione descrittiva dell’attività e dell’impatto del danno.

Una volta presentata la domanda, Simest valuta la pratica e, in caso di esito positivo, eroga il contributo. Il ristoro copre una parte rilevante dei danni accertati e, trattandosi di fondo perduto, non deve essere restituito. Per questo è importante preparare con attenzione tutta la documentazione: una pratica completa accelera i tempi e aumenta le possibilità di ottenere il finanziamento. ♓

GAETANO GALVAGNO, L'IMPUTATO IMMOBILE

 CORSIVO 




In Sicilia l’assurdo diventa prassi: l’Ars si accusa da sola, il presidente resta al suo posto e la giustizia cambia città come un turista prudente.


In Sicilia, si sa, la realtà non imita la fantasia: la umilia. E così accade che un’assemblea di deputati, con la compostezza di una processione e la leggerezza di una sagra paesana, si costituisca parte civile contro se stessa, come uno che si denuncia allo specchio sperando che il riflesso venga arrestato. Pirandello, se fosse ancora tra noi, chiederebbe i diritti d’autore. Il presidente resta lì, immobile sullo scranno più alto, come certe statue che piangono lacrime finte ma incassano offerte vere. E intanto il processo comincia… anzi no: si sposta. Palermo? Catania? Fate voi, basta che il sipario non si apra troppo presto.

La difesa è un capolavoro di geografia creativa: l’auto blu non è colpevole, è nomade. Sessanta viaggi, forse pellegrinaggi, forse gite fuori porta con vista istituzionale. E se il peccato si consuma altrove, anche il giudizio deve traslocare, come un parente scomodo. Intanto l’Ars si costituisce parte civile: una famiglia che si autodenuncia a Natale, tra un cannolo e una assoluzione preventiva. L’autista tace, il presidente pure, ma parlano i chilometri, che in Sicilia hanno sempre ragione. E tra peculato, truffa e missioni fantasma, sembra di assistere a una commedia dove i rimborsi sono più reali dei viaggi.

Poi arriva la politica, che è l’unica capace di trasformare un processo in un piano di fine legislatura. Si blindano governi mentre traballano le sedie, si smentiscono rimpasti come si smentiscono i pettegolezzi di paese: con più fervore che convinzione. E Gaetano Galvagno resta lì, uomo di Fratelli d’Italia: garantisti per necessità. Intanto Giorgia Meloni si dice figlia di Paolo Borsellino. Silenzio, che è meglio.  


domenica 3 maggio 2026

GIUSTIZIA, LISTE E CONVERSIONI IMPROVVISE

 


Norme elastiche, indignazioni selettive e sorprendenti conversioni sulla via dei tribunali.

A Messina la legge elettorale è diventata, più che un codice, un elegante esercizio di ginnastica interpretativa. Il sindaco Federico Basile si muove con una certa disinvoltura tra le pieghe della norma, come chi conosce bene il regolamento e sa dove può essere stirato senza strapparsi. Non è necessariamente un reato: è, se vogliamo, un’arte tutta politica. Ma proprio per questo stupisce lo scandalo improvviso, quasi teatrale, che si leva da chi oggi scopre con candore che le regole, in Italia, non sono mai monoliti ma materia duttile.

Il Partito Democratico, dal canto suo, riscopre una vocazione giustizialista che sembrava sopita: ricorsi, denunce, appelli alle autorità. Non potendo battere l’avversario nelle urne, lo si rincorre nelle aule. Strategia legittima, certo, ma che tradisce una certa nostalgia per quella stagione in cui la politica delegava alla magistratura il compito di riequilibrare i rapporti di forza. Più che una battaglia di principio, sembra una scorciatoia elegante, con tanto di lessico indignato a fare da cornice morale.

E poi c’è il dettaglio più gustoso, quasi letterario: la convergenza con Marcello Scurria, oggi in Forza Italia, partito che per decenni ha costruito la propria identità denunciando l’invasione giudiziaria nella politica, con Silvio Berlusconi a farne scuola e simbolo. E invece eccoli lì, sullo stesso fronte, a invocare verifiche e interventi. Corsi e ricorsi, direbbe qualcuno con memoria storica: ieri garantisti, oggi improvvisamente sensibili al fascino del timbro e della toga. In fondo, più che una crisi della democrazia, sembra una commedia degli equivoci, dove le parti si scambiano senza preavviso e ciascuno recita, con ammirevole serietà, il ruolo dell’altro. ♓

MESSINA, CONTI VERI O ILLUSIONI



 Residui per centinaia di milioni, promesse impeccabili e una città che aspetta da sempre: i programmi dicono tutto, tranne l'unica cosa che conta.


Messina ha il dono raro delle città che sembrano sempre sul punto di cominciare. I suoi candidati sindaco condividono questo talento: ciascuno promette sviluppo, servizi, Stretto, con la solennità di chi annuncia per la prima volta ciò che viene annunciato da decenni. Ma sotto questa liturgia elettorale, silenziosa e implacabile come un creditore paziente, pesa una sola parola che i programmi evitano con cura chirurgica: residui attivi. Centinaia di milioni iscritti a bilancio, crediti vantati con fiducia istituzionale ma riscossi con la frequenza di un treno notturno su un binario dimenticato. È il tema principale: sono le risorse finanziarie che servono per cantare la messa. 

Federico Basile preferisce la prudenza del notaio: pulizia graduale, riscossione migliorata, realismo senza eccessi. Marcello Scurria propone il gesto drammatico: cancellare i residui inesigibili, dire la verità. Nobile proposito, se non fosse che la verità presenta sempre il conto — e il conto si traduce in una domanda che nessuno osa formulare: dove si taglia? Valvieri invoca tagli "in alto", formula di grande effetto e confini volutamente incerti. Antonella Russo propone la riforma strutturale della riscossione: strumenti digitali, banche dati incrociate, ufficio entrate finalmente degno del nome. Tutto ragionevole, tutto in attesa di leggi quadro nazionali che non ci sono e di risorse ministeriali che non arrivano. Aria fritta.

Rimane il paesaggio: auto in doppia fila come installazioni permanenti, dehors che colonizzano il marciapiede con la disinvoltura dei conquistatori, periferie che inseguono un'emergenza dopo l'altra senza mai raggiungere la normalità. Tutti i candidati vedono il problema; tutti promettono di risolverlo; la città, con l'eleganza di chi ha già sentito tutto, aspetta. Il voto non decide il cosa — quello è scritto da anni — ma l'unica domanda che un'elezione dovrebbe porre: chi governerà Messina per quella che è, o per quella che si preferisce credere che sia? Tra la contabilità delle illusioni e quella della realtà, la scelta prima o poi arriva. Di solito tardi. ♓

BIPOLARISMO, FEDE CIECA

 


Destra e sinistra si fronteggiano da trent'anni come due eserciti senza causa: stessa trincea, nemici diversi, identica confusione.


C'è in Italia una religione laica senza dogmi scritti, senza teologi di grido, senza un concilio che la definisca: il bipolarismo. Una fede che resiste al ridicolo, sopravvive alle legislature cartone animato, si perpetua nonostante le evidenze si accumulino con la puntualità di un treno svizzero. Mario Segni la predicò, il referendum la battezzò, Berlusconi la vinse subito. Era il 1994. La sinistra non capì nulla, andò divisa, perse. Trent'anni dopo, divide il tempo tra litigi interni e urla al sacrilegio ogni volta che qualcuno osa pronunciare la parola: convergenza. Il modello anglosassone funziona dove esistono due partiti. Basta. Non sedici, come nel governo Prodi II del 2006, dove comparivano Turigliatto e Pallaro, uomini di saldi princìpi purché negoziabili. Sedici che si reggevano come ubriachi al bancone: bastava che uno mollasse e cadevano tutti. E caddero.

Oggi, a destra, la stessa alleanza del '94 con gli eredi del Msi al posto di Berlusconi, morto nel frattempo. A sinistra, il Pd coi Cinque stelle — che sulla politica estera la pensano come la Lega — e con Fratoianni e Bonelli, pubblici accusatori dell'Occidente. Schlein li tiene insieme con la tecnica con cui si trasporta l'acqua nel cestino: energia infinita, risultato zero. Eppure basterebbe guardarsi negli occhi senza il paraocchi bipolarista per accorgersi di una verità scomoda: Pd e Forza Italia hanno più cose in comune tra loro che con i rispettivi alleati. Entrambi europeisti, atlantisti, garantisti. Su questi tre assi — che non sono dettagli, sono l'ossatura di una visione del mondo — Tajani e Schlein si troverebbero d'accordo in venti minuti. Provino invece a mettere d'accordo Forza Italia con la Lega sull'Europa, o il Pd coi Cinque stelle sull'Ucraina. Le coalizioni italiane sono costruite non sulle affinità ma sulle convenienze elettorali, il che è umano, ma almeno non lo si chiami destino.

Nella Prima Repubblica i grandi statisti sapevano nominare l'innominabile con eleganza. Moro coniò gli "equilibri più avanzati" per prefigurare l'apertura al Pci senza mai pronunciarne il nome. De Martino, leader storico del Psi, usò la stessa formula per evocare un centrosinistra allargato. Formule audaci che trasformavano la necessità in visione. Oggi non si sente un solo statista capace di battezzare con altrettanta dignità la fine di questo bipolarismo logorato.

In Italia si fa politica per fede. E come tutte le fedi, non ammette domande. ♓


QUATTRO ORE, MILLE DISAGI

 


di Roberto Barbera*

Sciopera l’Atm, ma la vertenza non riguarda solo turni e ferie: nella città che corre senza sapere dove, la mobilità è ormai un affare pubblico e i cittadini rischiano di restare a piedi e senza voce.


C’è sempre un momento, nelle città moderne, in cui il tram si ferma e la verità sale a bordo. Martedì accadrà per quattro ore: non abbastanza per cambiare il mondo, ma sufficienti per ricordare che senza lavoratori il progresso resta un cartellone pubblicitario. I sindacati — quelli che secondo certa narrativa disturbano il traffico più dei cantieri — dicono una cosa semplice: non è accettabile che chi guida la città venga trattato come un optional. Straordinari imposti, ferie come miraggi, trasferimenti punitivi: una mobilità che pretende efficienza ma pratica improvvisazione. E no, non è propaganda elettorale: è la vecchia, ostinata questione della dignità che torna a battere cassa.
Il punto, però, è che mentre azienda e lavoratori si scambiano accuse come biglietti non timbrati, fuori dai depositi c’è una città che nel frattempo è cambiata. 

La nuova mobilità urbana — quella dei monopattini abbandonati come idee, delle piste ciclabili intermittenti e dei bus pieni di buone intenzioni — ha prodotto un curioso paradosso: tutti si muovono, nessuno arriva. In questi anni, raccontati nell’“Osservatorio sulla mobilità” di dissonanzesud.com, abbiamo visto nascere una città che sperimenta senza governare, che innova senza includere. E così il cittadino diventa spettatore: subisce ritardi, rincorre coincidenze, paga biglietti e silenzi. Un passeggero senza diritto di parola, che nella vertenza non ha nemmeno una sedia.
Eppure, se davvero questa è una trattativa seria, quel tavolo andrebbe allargato. Non per folklore partecipativo, ma per necessità. I cittadini hanno richieste precise, persino ragionevoli: continuità del servizio, trasparenza sugli orari, integrazione tra mezzi, sicurezza reale e non dichiarata. Chiedono una mobilità che non sia una scommessa quotidiana ma un diritto esercitabile. E forse è qui la provocazione: se i sindacati difendono il lavoro, perché non difendere anche chi quel lavoro lo rende necessario? Far sedere simbolicamente i cittadini al tavolo significherebbe trasformare uno sciopero in qualcosa di più di un disagio: un’occasione per ricordare che la città non è un’azienda e nemmeno un sindacato, ma una comunità che, quando si ferma, dovrebbe almeno capire perché. 

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico.

LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...