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sabato 11 aprile 2026

BENVENUTI IN SICILIA , SCONTI FISCALI , ACQUA RAZIONATA , INFRASTRUTTURE MEDIOEVALI , SANITÀ PRIVATA .


 La giunta regionale siciliana ha appena partorito l'ennesimo capolavoro di ingegneria socio-demografica. 

Siete giovani fuggiti per disperazione? Pensionati stranieri in cerca del sole? Trasferitevi in Sicilia! 

Vi rimborsiamo il 50% dell’Irpef, che sale al magico 60% se avete l'ardire di stabilirvi in un borgo fantasma sotto i 5.000 abitanti. Unica condizione: produrre reddito e comprare o ristrutturare una casa. 

Geniale.

Dimenticate un piccolo dettaglio sociologico, per decenni non si è mosso un dito per trattenere chi poi è scappato. 

Perché mai sbattersi per creare un tessuto industriale, garantire posti di lavoro veri o infrastrutture degne del ventunesimo secolo, quando puoi semplicemente usare la leva fiscale per attrarre chi i soldi li fa altrove?

La strategia è cristallina. 

Lo sconto sulle tasse vi servirà per compensare le mancanze di base. Risparmierete sull'Irpef, ma quei soldi vi serviranno per la sanità privata, visto che gli ospedali pubblici sono allo sfascio. 

Potrete sfrecciare verso il pronto soccorso più vicino (a ore di distanza) su una viabilità inesistente, ma lo farete consolandovi con la detrazione fiscale. 

Il presidente Schifani elogia giustamente il nostro impareggiabile "stile di vita". 

Certo, si tratta dello zen assoluto di chi fa smart working sperando che la connessione internet non salti, in una terra dove la produzione industriale di valore sfiora lo zero assoluto . 

E c'è di più! 

Il tetto massimo del rimborso è di 100.000 euro all'anno per tre anni

Una misura, insomma, pensata per chi ha redditi non da “ morto di fame “ . 

L'assessore Dagnino assicura che la misura sarà "a impatto neutro" sui conti pubblici. 

E ci crediamo , perché altrimenti sarebbe stata una iattura per i siciliani . 

L’Isola si candida così a diventare l'ultimo miraggio per nomadi digitali e pensionati: un gigantesco resort a fiscalità agevolata, rigorosamente sprovvisto di treni, opportunità reali e di medici. 

Ma con tramonti bellissimi 

…. E, almeno per ora, esentasse.

IL TELECOMANDO NON MENTE

 

FAVA


Quattro ore a Cologno, udienza concessa: il partito ha un padrone e abita in azienda


Il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani si è recato a Cologno Monzese, nella sede di Mediaset, per riferire ai nuovi padroni.
 Non è un modo di dire: è la cronaca puntuale dell'11 aprile 2026. Quattro ore con Marina e Piersilvio Berlusconi, il sempiterno Gianni Letta a fare da arbitro. Un incontro «in clima di amicizia e cordialità», hanno riferito fonti vicine. L'amicizia, si sa, è quella fra il titolare e il dipendente di lungo corso; la cordialità, quella dell'ufficio del personale quando convoca qualcuno per un colloquio di chiarimento.

Che Forza Italia fosse un asset familiare lo si sapeva da tempo. Ciò che stupisce è la disinvoltura con cui questa verità, tenuta per anni dietro il velo di una finzione istituzionale, è stata finalmente esibita alla luce del sole.
 Non un salotto privato, non una residenza, non il terreno neutro di un albergo milanese: una sede aziendale.
 Quasi un organigramma. Ai tempi di Silvio Berlusconi, le riunioni si svolgevano ad Arcore tra crodini e pizzette: la casa come estensione del comando. 
Gli alleati arrivavano come ospiti, ripartivano come subalterni, ma la scena era quella di una cena tra amici. Ora quella finzione è caduta. Gli eredi hanno preferito la chiarezza del luogo di lavoro. Efficienza teutonica, si direbbe, se non fossero milanesi.

Tajani è uscito con la «rinnovata fiducia» degli eredi, qualche ritocco ai capigruppo e l'assicurazione di andare avanti fino alle elezioni. Quattro ore per questo. La montagna ha partorito un comunicato magro.
 Ma il comunicato magro è, a suo modo, eloquente: Forza Italia non è un partito che decide, è un partito che riceve istruzioni e le esegue con garbo. 
Chi decide davvero siede a Palazzo Chigi. Il cambiamento, se mai verrà, lo provocheranno gli eventi ,  non le persone.
Nel frattempo, il partito ha sede a Cologno Monzese. Non fa più scandalo. È quasi rassicurante.

DANNY GATTON: IL PIÙ GRANDE CHITARRISTA CHE NON AVETE MAI ASCOLTATO

 

Virtuoso totale e invisibile al grande pubblico, Danny Gatton resta una leggenda per pochi: troppo avanti per il mercato, troppo vero per diventare mainstream.


Danny Gatton (1945–1994) è stato uno di quei chitarristi venerati dai musicisti e quasi invisibili al grande pubblico. Un paradosso vivente: tecnica fuori scala, riconoscimento minimo. Con la sua Telecaster attraversava country, rock, jazz e blues senza chiedere il permesso a nessuno. Velocità, precisione e una certa ironia nel fraseggio: tutto sembrava facile, anche quando non lo era affatto.

La carriera non ha mai davvero decollato commercialmente. Nel 1994 si è tolto la vita, a 49 anni, interrompendo bruscamente un percorso che molti stavano iniziando a capire solo allora.

Oggi resta una leggenda laterale: poco citata, ma decisiva per chiunque si avvicini seriamente alla chitarra.
🎧 Ascolti essenziali
“Redneck Jazz” (1978)
88 Elmira St.” (1991)
“Cruisin’ Deuces” (1993)

 

youtube

AVVISO AI DEMOCRATICI: COME FARE SBATTERE IL CAMPO LARGO. ISTRUZIONI PER L'USO


 Dal rifiuto del gemellaggio con la Tel Aviv di Ron Huldai, oppositore di Benjamin Netanyahu, una scelta che finisce per colpire proprio chi contesta il governo israeliano, rivelando più confusione che strategia.



La proposta di gemellaggio arrivava da Ron Huldai, sindaco di Tel Aviv, uomo della sinistra laburista, storico avversario di Benjamin Netanyahu, e per di più forte di un consenso elettorale che supera il sessanta per cento. Non esattamente, dunque, un emissario del governo israeliano, ma semmai uno dei suoi più dichiarati oppositori.
Tel Aviv, città largamente schierata contro l’attuale esecutivo di destra, tentava con quel gesto di costruire un minimo di solidarietà internazionale attorno a chi, in Israele, contesta Netanyahu. Un’iniziativa politica, prima ancora che simbolica.
Ebbene, il Partito Democratico di Milano ha scelto di liquidare la questione con una rapidità che non è sinonimo di chiarezza, ma di superficialità. Così facendo, ha ottenuto un risultato singolare: colpire non il governo che dice di avversare, ma proprio chi quel governo lo combatte davvero.
Non è solo un errore. È un rovesciamento della logica politica: confondere il bersaglio, smarrire il contesto, e infine vantarsene.
Complimenti, davvero, per questa dimostrazione di acume strategico — raro esempio di come si possa, con perfetta coerenza, mancare l’obiettivo. 

giovedì 9 aprile 2026

LA CORAZZATA POTEMKIN E I CAVALLI DEGLI SCACCHI

 

Cronaca di una campagna elettorale già scritta.


Messina va alle urne con quell'aria insieme solenne e farsesca che solo le città siciliane sanno indossare. Federico Basile si congeda dopo otto anni: non senza meriti, va detto. La città non è quella che era. Ma Basile è, prima di tutto, l'uomo di Cateno De Luca, e questa è la chiave di lettura che non si può accantonare. Il patriarca è ancora lui: il regista, la voce fuori campo che talvolta si fa voce in campo. Di fronte a questa armata navale, spicca la figura solitaria di Lillo Valvieri che, armato di megafono e rasoio, sfida la corazzata con la raccolta firme come unica vela. A lui va la nostra ammirazione: non per la probabile vittoria, ma per il gesto. Chi sale in plancia a sfidare i vascelli corsari merita almeno un chapeau!

Il vero spettacolo lo offrono i cavalli degli scacchi — quelle figure che non vanno mai dritte, che scartano di lato a ogni mossa. Marcello Scurria è il campione indiscusso della categoria. Il suo curriculum è un romanzo di formazione: militante del Pds — voce oggi flebile, quasi che la cancel culture, quella che di solito si applica agli altri, abbia lavorato in silenzio anche sulla sua biografia —, già nel cerchio magico della compianta Angela Bottari, poi nell'orbita di Panarello, poi nell'olimpiade dei passaggi: da De Luca a Siracusano con sosta nel salotto FdI di Buzzanca. Non è incoerenza: è atletismo istituzionale. Chapeau!

Ma il catalogo è vario: ci sono i ritornisti, quelli che tornano al padre dopo fughe più o meno tempestose, e ci sono i migranti di rango, come Giovanni Caruso, che guida la diaspora della Dc messinese lasciando il padrino Cuffaro per approdare al padre De Luca. Un transito che ha il sapore della conversione: dalla vecchia Democrazia Cristiana, con tutto il suo campionario di riti e liturgie, alla nuova chiesa cateneniana, dove il carisma sostituisce il catechismo. Questi eterni giocatori finiscono per criticare oggi, con indignazione intatta, ciò che facevano ieri con identico entusiasmo. Un divenire senza fine, comico come Ionesco. E i messinesi?  Pasquino diceva che se sommi il popolaccio romano al cervello del papa, non ce n'è per nessuno. A Messina operazione compiuta: di popolaccio ce n'è a chinchité, e, con Cateno Primo: habemus papam. 

IL MONDO IN MINIATURA

 


Quasi quattro anni al governo, e Giorgia Meloni parla ancora come se il potere fosse degli altri: nel mondo in fiamme, la pontiera non trova di meglio che fare la caposezione.

Vi sono momenti, nella storia delle democrazie, in cui l'osservatore attento è colto da una vertigine sottile: non quella dell'abisso, bensì quella del restringimento. Come se le pareti del palazzo del potere si fossero messe d'accordo per avvicinarsi, lentamente, con la discrezione propria dei mobili di buona manifattura. Così accade che la presidente del Consiglio della settima potenza mondiale si presenti al Parlamento in fiamme del pianeta per dispensare, con la gravità di chi porta il peso dell'orbe terracqueo sulle spalle, una serie di stoccate all'opposizione di un'eleganza inversamente proporzionale alla situazione. «Vi vedo nervosi», ha ammonito la premier, con quella formula che avrebbe fatto onore a un caposezione impegnato a rimproverare i colleghi per il cattivo uso della macchinetta del caffè. Il mondo bruciava; lei contava i punti. Fuori, i dazi di Trump tartassavano il manifatturiero europeo e le cancellerie si interrogavano sul senso di tutto; dentro Montecitorio, Meloni spiegava che non ha nulla da imparare da chi scarcerava i boss con la scusa del Covid.

C'è in questa postura qualcosa di ostinatamente provinciale che merita attenzione scientifica. Quasi quattro anni al governo, e la premier comunica ancora come se la stanza dei bottoni fosse occupata da altri, i bottoni fossero rotti e lei fosse l'unica, eroica, a denunciarne il malfunzionamento. Nei talk show i suoi chiedono più sicurezza, meno immigrazione, pensioni più alte, fisco più basso — dimentichi, con una disinvoltura che rasenta il genio, di essere precisamente coloro che potrebbero muovere qualche leva in proposito. Il doppio binario funziona: governare come se si fosse all'opposizione possiede una sua perversa efficacia, specie quando le opposizioni si dedicano con tale applicazione a non assomigliare nemmeno lontanamente a un'alternativa.

Venendo alla geopolitica — capitolo nel quale la premier aveva costruito la sua reputazione di «pontiera» — bisogna riconoscere che il ponte si è rivelato di dimensioni inadeguate al mare sottostante. Con Washington non si può rompere, perché Trump resta il faro ideologico della crociata anti-woke; ma qualcosa, nei dazi, bisognava pure borbottarlo, sottovoce, con la discrezione di chi critica il suocero perché abita al piano di sopra. Con Bruxelles si sta, ma fino a un certo punto: il Patto di stabilità non dev'essere un tabù, il Green Deal fa schifo — mentre il fedelissimo Borghi tifa affinché Trump «smantelli l'Unione». La solidità della leadership di Meloni è fuori discussione; è l'orizzonte che si è fatto, col tempo, sospettosamente corto. Un orizzonte che arriva appena fino all'opposizione da insultare, non abbastanza lontano da indicare una strada. Il mare è largo, il ponte è corto, e la pontiera guarda ancora dall'altra parte. ♓


LA RECIPROCITÀ , OVVERO IL FILO INVISIBILE CHE DÀ SENSO ( O SVUOTA) OGNI RELAZIONE UMANA

 


La reciprocità non è un ornamento delle relazioni: è la loro struttura portante. 

Non si tratta di un semplice “dare e avere” contabile, ma di un riconoscimento reciproco dell’esistenza e del valore dell’altro. 

In ogni progetto umano ,che sia professionale, affettivo o sociale , la qualità degli esiti dipende dalla qualità di questo scambio invisibile.


Quando la reciprocità è presente, si crea un campo di fiducia. Le persone si espongono, condividono idee, accettano il rischio dell’errore. Non perché garantite da regole rigide, ma perché sentono che ciò che offrono verrà accolto, trasformato e restituito. 

È in questo movimento che nascono le collaborazioni fertili e le relazioni autentiche: non nell’efficienza sterile, ma nella circolazione viva di attenzione, ascolto e responsabilità condivisa.


Al contrario, quando la reciprocità manca, i rapporti si svuotano rapidamente. 

Rimane la forma ,riunioni, conversazioni, gesti , ma si perde la sostanza. Le persone iniziano a trattenere, a proteggersi, a ridurre il proprio coinvolgimento al minimo indispensabile. 

Ciò che prima era relazione diventa funzione. Ciò che poteva essere costruzione diventa esecuzione. E in questo scivolamento, tutto si appiattisce in una banalità senza spessore.


La banalità non è assenza di attività, ma assenza di scambio significativo. 

È il risultato di interazioni in cui nessuno si sente realmente visto o chiamato in causa. Senza reciprocità, anche il progetto più ambizioso si riduce a una sequenza di azioni scollegate, prive di senso condiviso.


Coltivare la reciprocità richiede presenza, non perfezione. Significa restituire attenzione quando si riceve attenzione, responsabilità quando si riceve fiducia, profondità quando si incontra apertura. 

È un esercizio continuo, fragile e potente insieme. Ma è anche l’unica condizione in cui le relazioni smettono di essere semplici contatti e diventano, davvero, esperienza umana.

LA GRAMMATICA DELLA GUERRA

 

Quando la guerra finisce le parole restano  e , spiegano tutto ciò che il diritto non dice più.

Quattro settimane di bombe sull'Iran hanno prodotto morti, macerie e diplomazie in affanno. Ma hanno prodotto anche qualcosa di più subdolo: un lessico che non nomina la realtà, la addomestica. Il collasso del linguaggio avanza senza immagini. È lì che si fabbrica il consenso,  quando le parole smettono di descrivere e cominciano a coprire, spostare, assolvere. 

Il primo slittamento è del giugno 2025: il conflitto veniva presentato come inevitabile mentre i canali diplomatici erano aperti. La guerra non arrivava dopo l'esaurimento della diplomazia , arrivava mentre esisteva, già svuotata. Da quel momento «negoziato» non indica l'alternativa alla guerra, indica la sua anticamera. Trump sentenziò che l'Europa non poteva essere d'aiuto: mediazione a rumore di fondo, diplomazia umiliata. La Nato, «tigre di carta», tra minacce di uscita e accuse di codardia.

Il 28 febbraio 2026 questa grammatica è tornata più spoglia. Israele ha chiamato l'attacco «preventivo»: parola elastica da ospitare una guerra di scelta. Trump ha promesso di «ricacciare l'Iran all'età della pietra». Netanyahu ha scelto il registro amministrativo, neutralizzare, eliminare, impedire ,stesso effetto: se la minaccia comprende tutto, la guerra non finisce. Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che mesi fa ostentavano l'amicizia con Trump e Netanyahu come un trofeo, oggi la occultano. 

I nomi sono evaporati. Netanyahu è riapparso solo quando le forze italiane dell'Unifil si sono ritrovate sotto il fuoco israeliano in Libano , per cronaca, non per coscienza. Ci sarebbe una cosa da fare: dire a questi supposti amici che oltre un certo limite non si è alleati ma complici. Scegliere. 

Ma scegliere richiede un'idea di dove si sta, e noi quell'idea la sostituiamo con la postura. 

Così restiamo fermi, con il nome in tasca e il silenzio in bocca. L'imbarazzo, in Italia, lo abbiamo sempre avuto. La scelta, mai. ♓


LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...