New Orleans in corpo e anima: l'ultimo grande signore del R&B
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New Orleans in corpo e anima: l'ultimo grande signore del R&B
Strategia elettorale del candidato
Sulle bacheche di Facebook e nei gruppi WhatsApp, la narrazione digitale trasforma il vicino di casa in un nemico pubblico o in un messia.
La tecnica è sottile, si lanciano "esche" fatte di mezze verità o screenshot decontestualizzati.
L'algoritmo dei social aggrega i sostenitori dello stesso candidato, creando una bolla dove la bugia viene validata dal "mi piace" del cugino o dell’amico d’infanzia.
Non si contesta più il programma, ma si attacca la moralità privata.
Un post anonimo o un profilo fake possono innalzare lo scontro e demonizzare l’avversario e dipingerlo quasi come un delinquente abituale .
La narrazione digitale ha esasperato l'ipocrisia del consenso.
Se in piazza si mantiene una facciata di cortesia (il classico "rispetto" siciliano), online si scatena la guerriglia.
Questo sdoppiamento crea un clima di paranoia, laddove il candidato non sa più se il "like" ricevuto sia sincero o una strategia di spionaggio del clan avversario.
La vera mistificazione digitale sta nel far passare l'interesse privato per una battaglia di libertà.
Il post "indignato" per una buca o un lampione spento è quasi sempre il paravento per un favore negato o una pretesa non soddisfatta.
Le promesse non vengono più sussurrate solo all'orecchio, ma viaggiano su vocali di WhatsApp che diventano virali.
Il piccolo cabotaggio si modernizza. Si promettono attenzioni digitali, visibilità o si alimentano paure collettive create ad arte.
Il risultato è una democrazia ridotta a uno scontro tra tifoserie digitali, dove lo sviluppo del territorio resta una voce fuori campo, spenta dal rumore di fondo di notifiche e insulti.
Il rischio più grande è l'assuefazione.
Crescere in un ambiente dove la mistificazione ha sempre la meglio sulla verità porta i giovani a credere che l'opportunismo sia l'unica forma di intelligenza possibile.
Si cristallizza l'idea che per ottenere un diritto si debba passare per un favore, mediato da un post o da un silenzio compiacente sui social.
Invece di essere il motore del cambiamento, la narrazione digitale nei piccoli centri rischia di diventare la gabbia dorata che trattiene i giovani in un eterno presente, dove cambiano le piattaforme (da Facebook a TikTok o Telegram), ma non cambiano i padroni del vapore.
Esiste però un'altra faccia della medaglia. Una parte della gioventù viene arruolata come "fanteria digitale" dai candidati più anziani.
Questi giovani diventano i gestori delle pagine social, i creatori di meme denigratori o i diffusori di messaggi vocali manipolatori.
Per molti giovani, la narrazione digitale fatta di colpi bassi e ipocrisie produce un effetto di rigetto.
Vedere la bacheca Facebook del proprio paese trasformata in un ring di bassissimo profilo porta a una conclusione cinica: "La politica è una cosa sporca".
L’astensionismo consapevole non è pigrizia, ma una scelta di igiene mentale.
Il giovane elettore percepisce che il dibattito non riguarda il suo futuro (lavoro, infrastrutture, innovazione), ma la spartizione di piccoli residui di potere locale.
Chi ha competenze e sogni, spesso , smette di lottare localmente e cerca di andare altrove. La psicologia del "piccolo cabotaggio" soffoca il merito, spingendo le menti migliori a cercare contesti dove il programma conti più del cognome.
La contronarrazione deve trasformare la trasparenza in un atto rivoluzionario e la competenza in un elemento di fascino, quasi "pop".
Invece di assoldare "picciotti digitali", bisogna creare una rete di volontari entusiasti.
Persone che non diffondono fango, ma condividono speranza.
La forza di un messaggio autentico è che non ha bisogno di essere spinto da profili fake;
Il messaggio autentico si muove sulla fiducia reale tra le persone.
CORSIVO
Quando un decimale vale più di un mandato.
Conte e Schlein scoprono il popolo sovrano: voi diteci chi siamo e cosa vogliamo, noi provvederemo a crederci.
Lunedì scorso, mentre gli exit poll distillavano la loro ebbrezza televisiva, Giuseppe Conte ha riscoperto le primarie di coalizione con l'entusiasmo di chi ritrova un ombrello creduto perduto. Anche Elly Schlein, sia detto con la dovuta tenerezza, ha avvertito un certo languorino. Conte, naturalmente, lo sentiva più forte: è l'uomo che alle ultime primarie interne del Movimento — una competizione dove settantasette candidati si sono dissolti nell'aria come zucchero a velo, lasciando infine la scelta tra lui e il vuoto — ha trionfato con l'ottantotto per cento. Ragguardevole, si ammette, anche il dodici raccolto dal niente.
La Schlein è una figura più simpatica, e il suo caso ha qualcosa di vagamente surreale: segretaria di un partito che segretaria non la voleva, imposta dall'esterno agli apparati interni come un mobile d'antiquariato in un ufficio moderno. Lunedì sera, interpellati in diretta su La7, i due si sono rivolti al popolo sovrano con accenti da pastorale laica. Conte, indice teso verso la telecamera, sembrava Guido Angeli di Aiazzone redivivo: verremo da te, e da te, e da te. Diteci le vostre priorità, le vostre urgenze — voi indicate, noi eseguiamo. La Schlein, più candida, ha quasi sussurrato: non abbandonateci, portateci verso l'orizzonte. C'era, nella scena, una certa grandiosità involontaria.
Eccolo dunque, il populismo in stato puro: non demagogia ruspante né peronismo d'accatto, ma la sua forma più raffinata, quella in cui la leadership si conserva rinunciando alla leadership. Le primarie — istituto rubacchiato al modello americano e mai davvero addomesticato — funzionano, storicamente, solo quando sono finte: i plebisciti per Veltroni e Prodi docent. Quando sono vere, diventano guerra civile. Ma il punto è più profondo: una coalizione che chiede agli elettori di sceglierle un capo ammette implicitamente di non averne uno, e una coalizione senza idee né guida non è una proposta politica, è un questionario. La democrazia autentica dice: abbiamo un leader, abbiamo un'idea, convincetevi e votate. Quella che abbiamo visto lunedì sera dice: aiutateci a capire chi siamo. È una domanda legittima. Ma di solito la si pone al proprio analista, non al corpo elettorale. ♓
Ormai da parecchio tempo si assiste ad una costante pressione culturale trasversale, che tende di fatto a sovvertire il concetto di valori, ove si intende una armonica ed intramontabile somma di elementi educativi, comportamentali, culturali, antropologici ed anche in parte religiosi e/o legati al credo, che oggi sono affievoliti ed in parte smarriti in nome di una presunta evoluzione della società, del politicamente corretto, della tolleranza, dell'uguaglianza e dell’accoglienza, ove tutto ciò, di fatto, si confonde e si tramuta con la totale perdita di elementi portanti di un assetto sociale, quale quello che ci contraddistingue, costruito in secoli di storia.
Questo pericoloso fenomeno contrappone in modo viscerale tutti gli strati sociali e le espressioni culturali più variegate, costituendo un forte elemento divisivo e di contrapposizione degli schieramenti politici.
Nel condividere i principi anzidetti, una democrazia, un popolo, non può compiere il fatale errore di rimuovere le proprie origini fondative, ma queste necessitano, senza dismetterle, semplicemente una nuova e più evoluta coniugazione in funzione dell’evoluzione di una società ormai globalizzata, ove devono trovano asilo anche nuove e diverse espressioni culturali.
di AGR
PERCHÈ IMPEGNARSI È UN DOVERE
Siamo stanchi. Lo capisco. Antropologicamente parlando, il nostro cervello è programmato per risparmiare energia. Di fronte a una crisi perenne , crollo dei valori, incertezze globali, rumore assordante di guerre senza fine , la reazione evolutiva più naturale è il ritiro, chiudersi nel proprio guscio e delegare ad altri la gestione della Cosa Pubblica .
Ma c'è una verità cruda che dobbiamo guardare in faccia: la democrazia non è uno stato di natura.
È una fragile anomalia cognitiva e sociale che richiede una manutenzione feroce.
Oggi, stiamo appaltando questa manutenzione. A chi? Agli algoritmi.
Viviamo nell'illusione che la tecnologia possa organizzare la complessità al posto nostro. Stiamo scivolando in una pigrizia civica dove la nostra indignazione è pre confezionata da feed guidati dall'Intelligenza artificiale , programmati per polarizzarci e tenerci incollati agli schermi, non per farci pensare.
Ci illudiamo di partecipare semplicemente cliccando "condividi", mentre i luoghi decisionali reali si svuotano.
Ecco perché difendere la democrazia oggi, a qualsiasi età, non è più un semplice rito civico o una retorica vuota.
È un obbligo morale e di sopravvivenza.
L'Intelligenza Artificiale è uno strumento straordinario: elabora dati a velocità inaudite, ma non comprende l'etica.
Ottimizza processi, ma non prova empatia. Se smettiamo di partecipare fisicamente alle istituzioni, dai consigli comunali di quartiere fino ai parlamenti, lasciamo un vuoto.
E la storia ci insegna che il vuoto viene sempre riempito dai più prepotenti, oggi armati di bot e deepfake capaci di manipolare il consenso.
Non importa se hai 18 o 80 anni. I giovani devono portare l'urgenza di un futuro da riscrivere, i più anziani la memoria di quanto sangue costa perdere la libertà.
Impegnarsi oggi significa rivendicare il nostro ruolo di esseri umani coscienti.
Significa usare l'IA come alleato per decifrare problemi complessi, ma tenendo saldamente in mano il timone della bussola morale.
Non possiamo delegare l'anima della nostra società a una rete neurale artificiale .
La democrazia è attrito, compromesso, ascolto empatico e presenza fisica.
Usciamo dalla bolla digitale e riprendiamoci i nostri spazi istituzionali.
Altrimenti, smetteremo di essere cittadini, per ridurci a semplici "utenti" gestiti da un codice.
Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...