Cerca nel blog

martedì 31 marzo 2026

JONNY ADAMS CANTA DOC POMUS: QUANDO LA VOCE SA TUTTO

 


New Orleans in corpo e anima: l'ultimo grande signore del R&B

Laten John Adams Jr. nacque a New Orleans il 5 gennaio 1932, primo di dieci figli, in una città che produceva musicisti come il Mississippi produce alluvioni: abbondantemente, inevitabilmente e con effetti duraturi. Lasciò la scuola a quindici anni, come si conveniva a chi aveva cose più urgenti da fare — cantare, per esempio. Cominciò col Gospel, naturalmente, con i Soul Revivers e i Consolators di Bessie Griffin, perché a New Orleans ogni grande voce profana passa prima dal Signore, che funge da agente artistico involontario. Fu la sua vicina di casa Dorothy LaBostrie — la stessa signora che aveva ripulito Tutti Frutti per Little Richard — a scoprirlo mentre cantava in appartamento e a convincerlo che il mondo secolare aveva bisogno di lui. Aveva ragione. New Orleans gli cucì addosso un soprannome solo, ma perfetto: The Tan Nightingale, l'usignolo nero. Una voce sola; nessun altro appellativo necessario.

Johnny Adams Sings Doc Pomus: The Real Me (Rounder Records, 1991) è un incontro tra due mondi che avrebbero dovuto trovarsi prima. Doc Pomus — Jerome Felder per l'anagrafe, newyorkese, poeta del dolore quotidiano — aveva scritto per Drifters, Elvis, Ray Charles, con la precisione chirurgica di chi sa che le parole devono reggere il peso di qualunque voce. Adams le abita con la naturalezza di chi è tornato a casa. Al pianoforte c'è Dr. John, Mac Rebennack, che di Adams fu produttore fin dai primissimi passi e che qui siede agli ottantotto tasti come un vecchio complice. La chitarra è di Duke Robillard. Il risultato è New Orleans pura: lussuosa, malinconica, irresistibile.
SEGUI IL LINK : 
 

lunedì 30 marzo 2026

LA POST VERITÀ DI PAESE



 Strategia elettorale del candidato 

Sulle bacheche di Facebook e nei gruppi WhatsApp, la narrazione digitale trasforma il vicino di casa in un nemico pubblico o in un messia. 

La tecnica è sottile, si lanciano "esche" fatte di mezze verità o screenshot decontestualizzati.


L'algoritmo dei social aggrega i sostenitori dello stesso candidato, creando una bolla dove la bugia viene validata dal "mi piace" del cugino o dell’amico d’infanzia.


Non si contesta più il programma, ma si attacca la moralità privata. 

Un post anonimo o un profilo fake possono innalzare lo scontro e demonizzare l’avversario e dipingerlo quasi come un delinquente abituale . 


La narrazione digitale ha esasperato l'ipocrisia del consenso

Se in piazza si mantiene una facciata di cortesia (il classico "rispetto" siciliano), online si scatena la guerriglia. 

Questo sdoppiamento crea un clima di paranoia, laddove il candidato non sa più se il "like" ricevuto sia sincero o una strategia di spionaggio del clan avversario.


La vera mistificazione digitale sta nel far passare l'interesse privato per una battaglia di libertà. 

Il post "indignato" per una buca o un lampione spento è quasi sempre il paravento per un favore negato o una pretesa non soddisfatta.


Le promesse non vengono più sussurrate solo all'orecchio, ma viaggiano su vocali di WhatsApp che diventano virali. 

Il piccolo cabotaggio si modernizza. Si promettono attenzioni digitali, visibilità o si alimentano paure collettive create ad arte. 


Il risultato è una democrazia ridotta a uno scontro tra tifoserie digitali, dove lo sviluppo del territorio resta una voce fuori campo, spenta dal rumore di fondo di notifiche e insulti.

Il rischio più grande è l'assuefazione. 


Crescere in un ambiente dove la mistificazione ha sempre la meglio sulla verità porta i giovani a credere che l'opportunismo sia l'unica forma di intelligenza possibile

Si cristallizza l'idea che per ottenere un diritto si debba passare per un favore, mediato da un post o da un silenzio compiacente sui social.

Invece di essere il motore del cambiamento, la narrazione digitale nei piccoli centri rischia di diventare la gabbia dorata che trattiene i giovani in un eterno presente, dove cambiano le piattaforme (da Facebook a TikTok o Telegram), ma non cambiano i padroni del vapore.


Esiste però un'altra faccia della medaglia. Una parte della gioventù viene arruolata come "fanteria digitale" dai candidati più anziani. 

Questi giovani diventano i gestori delle pagine social, i creatori di meme denigratori o i diffusori di messaggi vocali manipolatori.


Per molti giovani, la narrazione digitale fatta di colpi bassi e ipocrisie produce un effetto di rigetto. 

Vedere la bacheca Facebook del proprio paese trasformata in un ring di bassissimo profilo porta a una conclusione cinica: "La politica è una cosa sporca".


L’astensionismo consapevole non è pigrizia, ma una scelta di igiene mentale. 

Il giovane elettore percepisce che il dibattito non riguarda il suo futuro (lavoro, infrastrutture, innovazione), ma la spartizione di piccoli residui di potere locale.


Chi ha competenze e sogni,  spesso , smette di lottare localmente e cerca di andare altrove.  La psicologia del "piccolo cabotaggio" soffoca il merito, spingendo le menti migliori a cercare contesti dove il programma conti più del cognome.


La contronarrazione deve trasformare la trasparenza in un atto rivoluzionario e la competenza in un elemento di fascino, quasi "pop".


Invece di assoldare "picciotti digitali", bisogna creare una rete di volontari entusiasti. 

Persone che non diffondono fango, ma condividono speranza. 


La forza di un messaggio autentico è che non ha bisogno di essere spinto da profili fake; 

Il messaggio autentico si muove sulla fiducia reale tra le persone.

IL LIBERALISMO EREDITARIO

 CORSIVO 

Forza Italia levita, i Berlusconi manovrano nell'ombra, Meloni governa: e la rivoluzione liberale resta un ordine senza esecutori.


C'è qualcosa di profondamente berlusconiano — e dunque di profondamente italiano — nel fatto che la rivoluzione liberale dipenda ancora dall'umore di una famiglia. Marina Berlusconi si affaccia sul partito del padre e Forza Italia levita come pasta madre: sfiora la doppia cifra, ruba decimali ai Fratelli d'Italia, si comporta da forza viva anziché da comitato funebre permanente. Tre anni fa nessuno avrebbe scommesso su questa resurrezione. La purga di Gasparri, sostituito dalla Craxi con mossa che profuma di regolamento di conti, viene salutata come alba di un nuovo corso.

Per scalzare Meloni, Marina e Pier Silvio dovrebbero scendere in campo e rischiare. Ma hanno aziende, concessioni televisive, partecipazioni bancarie: un patrimonio che non si espone alle ritorsioni del potere. Né Marina accetterebbe il rango di numero due. Ergo: servono prestanome. Tajani non entusiasma — è dire poco. Gli eredi lo considerano un «sottone», termine che evoca docilità ai voleri della premier. Quante volte gli hanno chiesto di sventolare con baldanza le bandiere liberali. Inutilmente: Antonio è la flemma fatta carne, e per giunta ha romanizzato il partito col consuocero Barelli alla guida dei deputati, difeso con minaccia di dimissioni annessa.

Morale: Tajani è intoccabile come un paracarro, e l'onta è ricaduta sul povero Gasparri, colpevole di non essere abbastanza pugnace — dopo che la Ronzulli era stata rimossa perché lo era troppo. Il liberalismo non si costruisce con minuetti: esige posizioni nette su diritti, economia, politica estera — cose difficili dentro una coalizione dove distinguersi è peccato. Il bipolarismo muscoloso inventato da Silvio non lascia spazio a terze forze liberal-democratiche — chiedere a Calenda, che con Marina si è visto e sentito senza produrre nulla. Aleggia un interrogativo atroce: è possibile fondare una forza liberale perché l'ha ordinato un padrone?


IL TRE PER CENTO E IL DESTINO

 


Quando un decimale vale più di un mandato.


C'è un numero che, nella geometria del potere, possiede la strana virtù di diventare ossessione: il tre. Non la Trinità, non i moschettieri, ma il 3% — quella soglia di deficit sul PIL oltre la quale l'Italia scivola fuori dalla grazia europea e dentro le forche caudine del Patto di stabilità. Finché il governo si mantiene al di qua di quella cifra, la prossima legge di bilancio può assumere il tono festoso che la politica gradisce: tagli alle tasse, bonus distribuiti con generosità quasi natalizia. Oltre, non c'è trippa per gatti

Il guaio è che i conti rifatti restituiscono un 3,1%. Un decimale, si dirà. Ma in politica come in medicina, è spesso il decimale a fare la diagnosi. La guerra voluta da Trump e Netanyahu in Iran ha già i suoi effetti: le imprese cominciano a chiudere, le bollette a salire, e il governo scopre di avere meno risorse proprio quando ne servirebbe di più. Si aggiunga che all'amico americano è stata promessa una spesa militare pari al — ecco che ritorna, implacabile — 3% del PIL. Senza rientrare nella soglia, si paga il prezzo del nostro debito pubblico, che la congiuntura sta provvedendo a rendere nuovamente scomodo.

Meloni si trova dunque davanti a una di quelle situazioni che i manuali chiamano "dilemma" e che la vita chiama, più semplicemente, trappola. Può violare il Patto di stabilità che ha firmato. Può sconfessare Trump. Può presentarsi agli elettori con una manovra priva di regali, rischiando la sconfitta. Oppure — soluzione elegante nei modi, cinica nella sostanza — può provocare una crisi e andare a votare prima che i nodi vengano al pettine. È la tattica più antica della politica italiana: quando non sai come pagare il conto, cambia ristorante. 

LO SPETTACOLO DEL POPOLO SOVRANO

 

Conte e Schlein scoprono il popolo sovrano: voi diteci chi siamo e cosa vogliamo, noi provvederemo a crederci.


 Lunedì scorso, mentre gli exit poll distillavano la loro ebbrezza televisiva, Giuseppe Conte ha riscoperto le primarie di coalizione con l'entusiasmo di chi ritrova un ombrello creduto perduto. Anche Elly Schlein, sia detto con la dovuta tenerezza, ha avvertito un certo languorino. Conte, naturalmente, lo sentiva più forte: è l'uomo che alle ultime primarie interne del Movimento — una competizione dove settantasette candidati si sono dissolti nell'aria come zucchero a velo, lasciando infine la scelta tra lui e il vuoto — ha trionfato con l'ottantotto per cento. Ragguardevole, si ammette, anche il dodici raccolto dal niente.

La Schlein è una figura più simpatica, e il suo caso ha qualcosa di vagamente surreale: segretaria di un partito che segretaria non la voleva, imposta dall'esterno agli apparati interni come un mobile d'antiquariato in un ufficio moderno. Lunedì sera, interpellati in diretta su La7, i due si sono rivolti al popolo sovrano con accenti da pastorale laica. Conte, indice teso verso la telecamera, sembrava Guido Angeli di Aiazzone redivivo: verremo da te, e da te, e da te. Diteci le vostre priorità, le vostre urgenze — voi indicate, noi eseguiamo. La Schlein, più candida, ha quasi sussurrato: non abbandonateci, portateci verso l'orizzonte. C'era, nella scena, una certa grandiosità involontaria.

Eccolo dunque, il populismo in stato puro: non demagogia ruspante né peronismo d'accatto, ma la sua forma più raffinata, quella in cui la leadership si conserva rinunciando alla leadership. Le primarie — istituto rubacchiato al modello americano e mai davvero addomesticato — funzionano, storicamente, solo quando sono finte: i plebisciti per Veltroni e Prodi docent. Quando sono vere, diventano guerra civile. Ma il punto è più profondo: una coalizione che chiede agli elettori di sceglierle un capo ammette implicitamente di non averne uno, e una coalizione senza idee né guida non è una proposta politica, è un questionario. La democrazia autentica dice: abbiamo un leader, abbiamo un'idea, convincetevi e votate. Quella che abbiamo visto lunedì sera dice: aiutateci a capire chi siamo. È una domanda legittima. Ma di solito la si pone al proprio analista, non al corpo elettorale. ♓

MESSINA 2026: BESTIARIO ELETTORALE

 



Bérenger contro tutti. Ma con classe.

C'è un personaggio nel teatro di Eugène Ionesco che resiste. Mentre attorno a lui tutti cedono, si imbestialiscono, diventano rinoceronti — lui resta uomo, testardo, goffo, magnificamente solo. Si chiama Bérenger, e la sua grandezza non sta nell'eloquenza né nel programma: sta nel rifiuto viscerale, quasi biologico, di conformarsi. Lillo Valvieri, parrucchiere di via Garibaldi e candidato sindaco con lista omonima, è il Bérenger di questa campagna elettorale — con in più un piano urbanistico degno di un emirato del Golfo. Grattacieli sulla Falce, eliporti, parcheggi multipiano, una zona turistica spinta fino a Gazzi: poco importa che quelle aree non siano di competenza comunale, perché «i sindaci possono sedersi ai tavoli giusti». La vaghezza geografica degli obiettivi non scalfisce la fermezza delle intenzioni. E quando gli chiedono di chi si ispiri, la risposta è un sigillo e un epitaffio insieme: «Non mi ispiro a nessuno, neanche a Gandhi. Io sono Lillo Valvieri».

Attorno a lui, il palcoscenico è affollato di figure letterarie che non sanno di esserlo. Federico Basile è il Gervais di Maupassant — il funzionario capace ed educato che ha sublimato la ruvidezza del maestro in forma socialmente presentabile. La tecnica senza il fuoco originario, il laboratorio senza la fiamma. Marcello  Scurria è Julien Sorel de Il rosso e il nero — ma senza il romanticismo giovanile. Stendhal sapeva che l'ideologia è spesso un vestito che si cambia secondo la stagione del potere: Julien sceglie il rosso o il nero a seconda di dove sta il sole, e Scurria conosce bene i punti cardinali. Antonella Russo è Donna Elvira del Don Giovanni di Mozart e Da Ponte — la nobildonna che avanza con un solo voto di scarto alle spalle, sapendo benissimo che metà del coro preferisce stare a guardare. Fedele a una causa che altri tradiscono allegramente, canta la sua aria con la dignità di chi sa la verità e la proclama lo stesso.

Bérenger, alla fine del dramma ioneschiano, rimane solo sul palco e grida che non si arrenderà. Valvieri congeda il pubblico televisivo con la stessa incrollabile certezza, mentre nel suo salone di via Garibaldi le firme si raccolgono e i clienti — annota soddisfatto — sono persino aumentati da quando si è candidato. I rinoceronti hanno i loro palazzi, le loro coalizioni, i loro tavoli giusti. Lui ha le forbici, il popolo e nessun bisogno di pubblicità. Ionesco aveva capito una cosa che i potenti dimenticano sempre: alla fine, l'ultimo uomo in piedi è sempre quello che sembrava il più improbabile.

domenica 29 marzo 2026

IL BIVIO DELLA SOCIETÀ MODERNA , CUSTODIRE LE RADICI O REINVENTARE I VALORI?

 




Ormai da parecchio tempo si assiste ad una costante pressione culturale trasversale, che tende di fatto a sovvertire il concetto di valori, ove si intende una armonica ed intramontabile somma di elementi educativi, comportamentali, culturali, antropologici ed anche in parte religiosi e/o legati al credo, che oggi sono affievoliti ed in parte smarriti in nome di una presunta evoluzione della società, del politicamente corretto, della tolleranza, dell'uguaglianza e dell’accoglienza, ove tutto ciò, di fatto, si confonde e si tramuta con la totale perdita di elementi portanti di un assetto sociale, quale quello che ci contraddistingue, costruito in secoli di storia.

Questo pericoloso fenomeno contrappone in modo viscerale tutti gli strati sociali e le espressioni culturali più variegate, costituendo un forte elemento divisivo e di contrapposizione degli schieramenti politici.

Nel condividere i principi anzidetti, una democrazia, un popolo, non può compiere il fatale errore di rimuovere le proprie origini fondative, ma queste necessitano, senza dismetterle, semplicemente una nuova e più evoluta coniugazione in funzione dell’evoluzione di una società ormai globalizzata, ove devono trovano asilo anche nuove e diverse espressioni culturali.


GESTITI DAGLI ALGORITMI CHE SOTTOMETTONO LE COSCIENZE E DISTRUGGONO LA DEMOCRAZIA

 

di AGR 

PERCHÈ IMPEGNARSI È UN DOVERE 

Siamo stanchi. Lo capisco. Antropologicamente parlando, il nostro cervello è programmato per risparmiare energia. Di fronte a una crisi perenne , crollo dei valori, incertezze globali, rumore assordante di guerre senza fine , la reazione evolutiva più naturale è il ritiro, chiudersi nel proprio guscio e delegare ad altri la gestione della Cosa Pubblica . 

Ma c'è una verità cruda che dobbiamo guardare in faccia: la democrazia non è uno stato di natura

È una fragile anomalia cognitiva e sociale che richiede una manutenzione feroce.

Oggi, stiamo appaltando questa manutenzione. A chi? Agli algoritmi.


Viviamo nell'illusione che la tecnologia possa organizzare la complessità al posto nostro. Stiamo scivolando in una pigrizia civica dove la nostra indignazione è pre confezionata da feed guidati dall'Intelligenza artificiale , programmati per polarizzarci e tenerci incollati agli schermi, non per farci pensare. 


Ci illudiamo di partecipare semplicemente cliccando "condividi", mentre i luoghi decisionali reali si svuotano.

Ecco perché difendere la democrazia oggi, a qualsiasi età, non è più un semplice rito civico o una retorica vuota. 

È un obbligo morale e di sopravvivenza.


L'Intelligenza Artificiale è uno strumento straordinario: elabora dati a velocità inaudite, ma non comprende l'etica. 

Ottimizza processi, ma non prova empatia. Se smettiamo di partecipare fisicamente alle istituzioni, dai consigli comunali di quartiere fino ai parlamenti, lasciamo un vuoto. 


E la storia ci insegna che il vuoto viene sempre riempito dai più prepotenti, oggi armati di bot e deepfake capaci di manipolare il consenso.


Non importa se hai 18 o 80 anni. I giovani devono portare l'urgenza di un futuro da riscrivere, i più anziani la memoria di quanto sangue costa perdere la libertà. 

Impegnarsi oggi significa rivendicare il nostro ruolo di esseri umani coscienti. 

Significa usare l'IA come alleato per decifrare problemi complessi, ma tenendo saldamente in mano il timone della bussola morale.


Non possiamo delegare l'anima della nostra società a una rete neurale artificiale . 


La democrazia è attrito, compromesso, ascolto empatico e presenza fisica. 

Usciamo dalla bolla digitale e riprendiamoci i nostri spazi istituzionali. 

Altrimenti, smetteremo di essere cittadini, per ridurci a semplici "utenti" gestiti da un codice.



LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...