Quando un decimale vale più di un mandato.
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Quando un decimale vale più di un mandato.
Conte e Schlein scoprono il popolo sovrano: voi diteci chi siamo e cosa vogliamo, noi provvederemo a crederci.
Lunedì scorso, mentre gli exit poll distillavano la loro ebbrezza televisiva, Giuseppe Conte ha riscoperto le primarie di coalizione con l'entusiasmo di chi ritrova un ombrello creduto perduto. Anche Elly Schlein, sia detto con la dovuta tenerezza, ha avvertito un certo languorino. Conte, naturalmente, lo sentiva più forte: è l'uomo che alle ultime primarie interne del Movimento — una competizione dove settantasette candidati si sono dissolti nell'aria come zucchero a velo, lasciando infine la scelta tra lui e il vuoto — ha trionfato con l'ottantotto per cento. Ragguardevole, si ammette, anche il dodici raccolto dal niente.
La Schlein è una figura più simpatica, e il suo caso ha qualcosa di vagamente surreale: segretaria di un partito che segretaria non la voleva, imposta dall'esterno agli apparati interni come un mobile d'antiquariato in un ufficio moderno. Lunedì sera, interpellati in diretta su La7, i due si sono rivolti al popolo sovrano con accenti da pastorale laica. Conte, indice teso verso la telecamera, sembrava Guido Angeli di Aiazzone redivivo: verremo da te, e da te, e da te. Diteci le vostre priorità, le vostre urgenze — voi indicate, noi eseguiamo. La Schlein, più candida, ha quasi sussurrato: non abbandonateci, portateci verso l'orizzonte. C'era, nella scena, una certa grandiosità involontaria.
Eccolo dunque, il populismo in stato puro: non demagogia ruspante né peronismo d'accatto, ma la sua forma più raffinata, quella in cui la leadership si conserva rinunciando alla leadership. Le primarie — istituto rubacchiato al modello americano e mai davvero addomesticato — funzionano, storicamente, solo quando sono finte: i plebisciti per Veltroni e Prodi docent. Quando sono vere, diventano guerra civile. Ma il punto è più profondo: una coalizione che chiede agli elettori di sceglierle un capo ammette implicitamente di non averne uno, e una coalizione senza idee né guida non è una proposta politica, è un questionario. La democrazia autentica dice: abbiamo un leader, abbiamo un'idea, convincetevi e votate. Quella che abbiamo visto lunedì sera dice: aiutateci a capire chi siamo. È una domanda legittima. Ma di solito la si pone al proprio analista, non al corpo elettorale. ♓
Ormai da parecchio tempo si assiste ad una costante pressione culturale trasversale, che tende di fatto a sovvertire il concetto di valori, ove si intende una armonica ed intramontabile somma di elementi educativi, comportamentali, culturali, antropologici ed anche in parte religiosi e/o legati al credo, che oggi sono affievoliti ed in parte smarriti in nome di una presunta evoluzione della società, del politicamente corretto, della tolleranza, dell'uguaglianza e dell’accoglienza, ove tutto ciò, di fatto, si confonde e si tramuta con la totale perdita di elementi portanti di un assetto sociale, quale quello che ci contraddistingue, costruito in secoli di storia.
Questo pericoloso fenomeno contrappone in modo viscerale tutti gli strati sociali e le espressioni culturali più variegate, costituendo un forte elemento divisivo e di contrapposizione degli schieramenti politici.
Nel condividere i principi anzidetti, una democrazia, un popolo, non può compiere il fatale errore di rimuovere le proprie origini fondative, ma queste necessitano, senza dismetterle, semplicemente una nuova e più evoluta coniugazione in funzione dell’evoluzione di una società ormai globalizzata, ove devono trovano asilo anche nuove e diverse espressioni culturali.
di AGR
PERCHÈ IMPEGNARSI È UN DOVERE
Siamo stanchi. Lo capisco. Antropologicamente parlando, il nostro cervello è programmato per risparmiare energia. Di fronte a una crisi perenne , crollo dei valori, incertezze globali, rumore assordante di guerre senza fine , la reazione evolutiva più naturale è il ritiro, chiudersi nel proprio guscio e delegare ad altri la gestione della Cosa Pubblica .
Ma c'è una verità cruda che dobbiamo guardare in faccia: la democrazia non è uno stato di natura.
È una fragile anomalia cognitiva e sociale che richiede una manutenzione feroce.
Oggi, stiamo appaltando questa manutenzione. A chi? Agli algoritmi.
Viviamo nell'illusione che la tecnologia possa organizzare la complessità al posto nostro. Stiamo scivolando in una pigrizia civica dove la nostra indignazione è pre confezionata da feed guidati dall'Intelligenza artificiale , programmati per polarizzarci e tenerci incollati agli schermi, non per farci pensare.
Ci illudiamo di partecipare semplicemente cliccando "condividi", mentre i luoghi decisionali reali si svuotano.
Ecco perché difendere la democrazia oggi, a qualsiasi età, non è più un semplice rito civico o una retorica vuota.
È un obbligo morale e di sopravvivenza.
L'Intelligenza Artificiale è uno strumento straordinario: elabora dati a velocità inaudite, ma non comprende l'etica.
Ottimizza processi, ma non prova empatia. Se smettiamo di partecipare fisicamente alle istituzioni, dai consigli comunali di quartiere fino ai parlamenti, lasciamo un vuoto.
E la storia ci insegna che il vuoto viene sempre riempito dai più prepotenti, oggi armati di bot e deepfake capaci di manipolare il consenso.
Non importa se hai 18 o 80 anni. I giovani devono portare l'urgenza di un futuro da riscrivere, i più anziani la memoria di quanto sangue costa perdere la libertà.
Impegnarsi oggi significa rivendicare il nostro ruolo di esseri umani coscienti.
Significa usare l'IA come alleato per decifrare problemi complessi, ma tenendo saldamente in mano il timone della bussola morale.
Non possiamo delegare l'anima della nostra società a una rete neurale artificiale .
La democrazia è attrito, compromesso, ascolto empatico e presenza fisica.
Usciamo dalla bolla digitale e riprendiamoci i nostri spazi istituzionali.
Altrimenti, smetteremo di essere cittadini, per ridurci a semplici "utenti" gestiti da un codice.
“Questa è Radio Caroline sul 199,
la vostra stazione musicale
24 ore su 24”
a mezzogiorno del 28 marzo 1964,
Chris Moore e Simon Dee,
annunciano l’inizio delle trasmissioni
dalla MV Caroline, da una nave al largo delle coste dell’Essex, a sudest dell’Inghilterra. La prima canzone che venne mandata in onda fu
“Not Fade Away” dei Rolling Stones,
Erano cominciate le trasmissioni di quella che sarebbe diventata una delle prime “radio pirata” del mondo, la più famosa, la cui storia ha ispirato il celebre film
“I Love Radio Rock”.
#RadioCaroline #pillolerock
a cura di Roberto Barbera*
Il trasporto pubblico non si autofinanzia mai. La differenza è tutta in come si assorbono le perdite: a Bologna si programmano, a Messina si subiscono.
*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico
Le piccole vere dinamiche delle elezioni di paese
Le amministrative, nei piccoli centri, non sono mai state un’epica battaglia per il futuro.
Più spesso somigliano a un mercatino rionale: niente proclami solenni, ma sguardi d’intesa, pacche sulle spalle, conti aperti da saldare.
Il voto non si conquista, si coltiva. Come un orto.
E come ogni orto, ha i suoi padroni.
“Per il bene del paese”, dicono tutti, con la stessa intonazione di chi ordina un cornetto al bar.
È una formula di cortesia, un intercalare. Il resto è sottotraccia: famiglie più o meno numerose che fanno blocco, amicizie che pesano più dei programmi, piccoli favori promessi in cambio di fedeltà.
Un lavoro stagionale di relazioni, più che di idee.
Qui il candidato non è un leader, è un mediatore e , spesso , nasconde ambizioni legittime dietro presunti dictat di piccoli gruppi di improbabili sostenitori.
Tiene insieme equilibri fragili, distribuisce rassicurazioni come caramelle.
Non guida, accompagna.
Spesso nemmeno sceglie, viene scelto. Spinto in avanti da un titolo, “ Signor Sindaco”, che suona meglio
degli oneri che comporta.
E quando parla, lo fa per riempire il silenzio, non per cambiarlo.
I programmi? Una scenografia da libro dei sogni .
Pagine piene di verbi al futuro che nessuno leggerà davvero.
Il teatro elettorale ha le sue battute fisse, i suoi tempi, le sue strette di mano infinite.
Si promette tutto, sapendo che quasi nulla verrà chiesto con precisione .
Eppure, sotto questa superficie translucida e dimessa, si muove una realtà più nitida determinata dai piccoli interessi che si intrecciano e si proteggono, che si riconoscono al volo.
Non c’è cattiveria, spesso.
Solo un realismo antico, quasi domestico. Ognuno tira il filo che conosce, e il bene collettivo resta una parola buona per i manifesti.
Alla fine, resta l’impressione di una politica senza pathos e senza slancio, ma profondamente umana.
Imperfetta, contrattata, subdola, intrisa di furbizia, a volte sfacciata.
Spesso la manifestazione di un disagio interiore che non consente di collocare la realtà collettiva ad un livello molto più importante del minuscolo interesse personale.
L’egoismo soggettivo travolge l’altruismo del bene comune .
Ma alla fine , a sbagliare sono sempre “ gli altri “!
Noi no , noi siamo sempre nel giusto; noi non sbagliamo mai , noi siamo sempre esemplarmente onesti , senza imperfezioni , sempre corretti , perché , noi, siamo assolutamente convinti di essere , sempre , dalla parte giusta della Storia .
di G. IACONO • La normativa introdotta dal Decreto Sicurezza 2025, ha creato una procedura accelerata per gli sgomberi. L'intervento i...