Cerca nel blog

lunedì 30 marzo 2026

IL TRE PER CENTO E IL DESTINO

 


Quando un decimale vale più di un mandato.


C'è un numero che, nella geometria del potere, possiede la strana virtù di diventare ossessione: il tre. Non la Trinità, non i moschettieri, ma il 3% — quella soglia di deficit sul PIL oltre la quale l'Italia scivola fuori dalla grazia europea e dentro le forche caudine del Patto di stabilità. Finché il governo si mantiene al di qua di quella cifra, la prossima legge di bilancio può assumere il tono festoso che la politica gradisce: tagli alle tasse, bonus distribuiti con generosità quasi natalizia. Oltre, non c'è trippa per gatti

Il guaio è che i conti rifatti restituiscono un 3,1%. Un decimale, si dirà. Ma in politica come in medicina, è spesso il decimale a fare la diagnosi. La guerra voluta da Trump e Netanyahu in Iran ha già i suoi effetti: le imprese cominciano a chiudere, le bollette a salire, e il governo scopre di avere meno risorse proprio quando ne servirebbe di più. Si aggiunga che all'amico americano è stata promessa una spesa militare pari al — ecco che ritorna, implacabile — 3% del PIL. Senza rientrare nella soglia, si paga il prezzo del nostro debito pubblico, che la congiuntura sta provvedendo a rendere nuovamente scomodo.

Meloni si trova dunque davanti a una di quelle situazioni che i manuali chiamano "dilemma" e che la vita chiama, più semplicemente, trappola. Può violare il Patto di stabilità che ha firmato. Può sconfessare Trump. Può presentarsi agli elettori con una manovra priva di regali, rischiando la sconfitta. Oppure — soluzione elegante nei modi, cinica nella sostanza — può provocare una crisi e andare a votare prima che i nodi vengano al pettine. È la tattica più antica della politica italiana: quando non sai come pagare il conto, cambia ristorante. 

LO SPETTACOLO DEL POPOLO SOVRANO

 

Conte e Schlein scoprono il popolo sovrano: voi diteci chi siamo e cosa vogliamo, noi provvederemo a crederci.


 Lunedì scorso, mentre gli exit poll distillavano la loro ebbrezza televisiva, Giuseppe Conte ha riscoperto le primarie di coalizione con l'entusiasmo di chi ritrova un ombrello creduto perduto. Anche Elly Schlein, sia detto con la dovuta tenerezza, ha avvertito un certo languorino. Conte, naturalmente, lo sentiva più forte: è l'uomo che alle ultime primarie interne del Movimento — una competizione dove settantasette candidati si sono dissolti nell'aria come zucchero a velo, lasciando infine la scelta tra lui e il vuoto — ha trionfato con l'ottantotto per cento. Ragguardevole, si ammette, anche il dodici raccolto dal niente.

La Schlein è una figura più simpatica, e il suo caso ha qualcosa di vagamente surreale: segretaria di un partito che segretaria non la voleva, imposta dall'esterno agli apparati interni come un mobile d'antiquariato in un ufficio moderno. Lunedì sera, interpellati in diretta su La7, i due si sono rivolti al popolo sovrano con accenti da pastorale laica. Conte, indice teso verso la telecamera, sembrava Guido Angeli di Aiazzone redivivo: verremo da te, e da te, e da te. Diteci le vostre priorità, le vostre urgenze — voi indicate, noi eseguiamo. La Schlein, più candida, ha quasi sussurrato: non abbandonateci, portateci verso l'orizzonte. C'era, nella scena, una certa grandiosità involontaria.

Eccolo dunque, il populismo in stato puro: non demagogia ruspante né peronismo d'accatto, ma la sua forma più raffinata, quella in cui la leadership si conserva rinunciando alla leadership. Le primarie — istituto rubacchiato al modello americano e mai davvero addomesticato — funzionano, storicamente, solo quando sono finte: i plebisciti per Veltroni e Prodi docent. Quando sono vere, diventano guerra civile. Ma il punto è più profondo: una coalizione che chiede agli elettori di sceglierle un capo ammette implicitamente di non averne uno, e una coalizione senza idee né guida non è una proposta politica, è un questionario. La democrazia autentica dice: abbiamo un leader, abbiamo un'idea, convincetevi e votate. Quella che abbiamo visto lunedì sera dice: aiutateci a capire chi siamo. È una domanda legittima. Ma di solito la si pone al proprio analista, non al corpo elettorale. ♓

MESSINA 2026: BESTIARIO ELETTORALE

 



Bérenger contro tutti. Ma con classe.

C'è un personaggio nel teatro di Eugène Ionesco che resiste. Mentre attorno a lui tutti cedono, si imbestialiscono, diventano rinoceronti — lui resta uomo, testardo, goffo, magnificamente solo. Si chiama Bérenger, e la sua grandezza non sta nell'eloquenza né nel programma: sta nel rifiuto viscerale, quasi biologico, di conformarsi. Lillo Valvieri, parrucchiere di via Garibaldi e candidato sindaco con lista omonima, è il Bérenger di questa campagna elettorale — con in più un piano urbanistico degno di un emirato del Golfo. Grattacieli sulla Falce, eliporti, parcheggi multipiano, una zona turistica spinta fino a Gazzi: poco importa che quelle aree non siano di competenza comunale, perché «i sindaci possono sedersi ai tavoli giusti». La vaghezza geografica degli obiettivi non scalfisce la fermezza delle intenzioni. E quando gli chiedono di chi si ispiri, la risposta è un sigillo e un epitaffio insieme: «Non mi ispiro a nessuno, neanche a Gandhi. Io sono Lillo Valvieri».

Attorno a lui, il palcoscenico è affollato di figure letterarie che non sanno di esserlo. Federico Basile è il Gervais di Maupassant — il funzionario capace ed educato che ha sublimato la ruvidezza del maestro in forma socialmente presentabile. La tecnica senza il fuoco originario, il laboratorio senza la fiamma. Marcello  Scurria è Julien Sorel de Il rosso e il nero — ma senza il romanticismo giovanile. Stendhal sapeva che l'ideologia è spesso un vestito che si cambia secondo la stagione del potere: Julien sceglie il rosso o il nero a seconda di dove sta il sole, e Scurria conosce bene i punti cardinali. Antonella Russo è Donna Elvira del Don Giovanni di Mozart e Da Ponte — la nobildonna che avanza con un solo voto di scarto alle spalle, sapendo benissimo che metà del coro preferisce stare a guardare. Fedele a una causa che altri tradiscono allegramente, canta la sua aria con la dignità di chi sa la verità e la proclama lo stesso.

Bérenger, alla fine del dramma ioneschiano, rimane solo sul palco e grida che non si arrenderà. Valvieri congeda il pubblico televisivo con la stessa incrollabile certezza, mentre nel suo salone di via Garibaldi le firme si raccolgono e i clienti — annota soddisfatto — sono persino aumentati da quando si è candidato. I rinoceronti hanno i loro palazzi, le loro coalizioni, i loro tavoli giusti. Lui ha le forbici, il popolo e nessun bisogno di pubblicità. Ionesco aveva capito una cosa che i potenti dimenticano sempre: alla fine, l'ultimo uomo in piedi è sempre quello che sembrava il più improbabile.

domenica 29 marzo 2026

IL BIVIO DELLA SOCIETÀ MODERNA , CUSTODIRE LE RADICI O REINVENTARE I VALORI?

 




Ormai da parecchio tempo si assiste ad una costante pressione culturale trasversale, che tende di fatto a sovvertire il concetto di valori, ove si intende una armonica ed intramontabile somma di elementi educativi, comportamentali, culturali, antropologici ed anche in parte religiosi e/o legati al credo, che oggi sono affievoliti ed in parte smarriti in nome di una presunta evoluzione della società, del politicamente corretto, della tolleranza, dell'uguaglianza e dell’accoglienza, ove tutto ciò, di fatto, si confonde e si tramuta con la totale perdita di elementi portanti di un assetto sociale, quale quello che ci contraddistingue, costruito in secoli di storia.

Questo pericoloso fenomeno contrappone in modo viscerale tutti gli strati sociali e le espressioni culturali più variegate, costituendo un forte elemento divisivo e di contrapposizione degli schieramenti politici.

Nel condividere i principi anzidetti, una democrazia, un popolo, non può compiere il fatale errore di rimuovere le proprie origini fondative, ma queste necessitano, senza dismetterle, semplicemente una nuova e più evoluta coniugazione in funzione dell’evoluzione di una società ormai globalizzata, ove devono trovano asilo anche nuove e diverse espressioni culturali.


GESTITI DAGLI ALGORITMI CHE SOTTOMETTONO LE COSCIENZE E DISTRUGGONO LA DEMOCRAZIA

 

di AGR 

PERCHÈ IMPEGNARSI È UN DOVERE 

Siamo stanchi. Lo capisco. Antropologicamente parlando, il nostro cervello è programmato per risparmiare energia. Di fronte a una crisi perenne , crollo dei valori, incertezze globali, rumore assordante di guerre senza fine , la reazione evolutiva più naturale è il ritiro, chiudersi nel proprio guscio e delegare ad altri la gestione della Cosa Pubblica . 

Ma c'è una verità cruda che dobbiamo guardare in faccia: la democrazia non è uno stato di natura

È una fragile anomalia cognitiva e sociale che richiede una manutenzione feroce.

Oggi, stiamo appaltando questa manutenzione. A chi? Agli algoritmi.


Viviamo nell'illusione che la tecnologia possa organizzare la complessità al posto nostro. Stiamo scivolando in una pigrizia civica dove la nostra indignazione è pre confezionata da feed guidati dall'Intelligenza artificiale , programmati per polarizzarci e tenerci incollati agli schermi, non per farci pensare. 


Ci illudiamo di partecipare semplicemente cliccando "condividi", mentre i luoghi decisionali reali si svuotano.

Ecco perché difendere la democrazia oggi, a qualsiasi età, non è più un semplice rito civico o una retorica vuota. 

È un obbligo morale e di sopravvivenza.


L'Intelligenza Artificiale è uno strumento straordinario: elabora dati a velocità inaudite, ma non comprende l'etica. 

Ottimizza processi, ma non prova empatia. Se smettiamo di partecipare fisicamente alle istituzioni, dai consigli comunali di quartiere fino ai parlamenti, lasciamo un vuoto. 


E la storia ci insegna che il vuoto viene sempre riempito dai più prepotenti, oggi armati di bot e deepfake capaci di manipolare il consenso.


Non importa se hai 18 o 80 anni. I giovani devono portare l'urgenza di un futuro da riscrivere, i più anziani la memoria di quanto sangue costa perdere la libertà. 

Impegnarsi oggi significa rivendicare il nostro ruolo di esseri umani coscienti. 

Significa usare l'IA come alleato per decifrare problemi complessi, ma tenendo saldamente in mano il timone della bussola morale.


Non possiamo delegare l'anima della nostra società a una rete neurale artificiale . 


La democrazia è attrito, compromesso, ascolto empatico e presenza fisica. 

Usciamo dalla bolla digitale e riprendiamoci i nostri spazi istituzionali. 

Altrimenti, smetteremo di essere cittadini, per ridurci a semplici "utenti" gestiti da un codice.



sabato 28 marzo 2026

RADIO CAROLINE SUL 199




 “Questa è Radio Caroline sul 199,

  la vostra stazione musicale

  24 ore su 24”

a mezzogiorno del 28 marzo 1964,

Chris Moore e Simon Dee,

annunciano l’inizio delle trasmissioni

dalla MV Caroline, da una nave al largo delle coste dell’Essex, a sudest dell’Inghilterra. La prima canzone che venne mandata in onda fu

“Not Fade Away” dei Rolling Stones,

Erano cominciate le trasmissioni di quella che sarebbe diventata una delle prime “radio pirata” del mondo, la più famosa, la cui storia ha ispirato il celebre film

“I Love Radio Rock”.

#RadioCaroline #pillolerock




AUTOBUS E DEBITI: CONFRONTO TRA BOLOGNA E MESSINA

 


a cura di Roberto Barbera*

Il trasporto pubblico non si autofinanzia mai. La differenza è tutta in come si assorbono le perdite: a Bologna si programmano, a Messina si subiscono.



C’è un equivoco duro a morire: che il trasporto pubblico debba mantenersi da solo. Non accade a Bologna, non accade altrove. A TPER — Trasporto Passeggeri Emilia-Romagna — il disavanzo annuo (nell’ordine di decine di milioni) non viene “tappato” a posteriori, ma assorbito a monte. Come? Con un contratto di servizio: Regione ed enti locali stabiliscono quanto costa il servizio e coprono ex ante la quota che i biglietti non potranno mai garantire. Il deficit, quindi, non si trasforma in debito perché è già finanziato. Non c’è accumulo: c’è previsione. Il bilancio resta in equilibrio perché il contributo pubblico è strutturale, certo e continuativo.

A Messina è accaduto l’opposto. La vecchia ATM Messina produceva perdite che non venivano coperte stabilmente, ma rinviate. Il Comune interveniva in ritardo o in modo insufficiente, trasformando il disavanzo operativo in debito. È così che si è arrivati a oltre 100 milioni di esposizione: non per un singolo errore, ma per una somma di squilibri mai riassorbiti. Qui il deficit non era programmato: era lasciato crescere. E quando un disavanzo si accumula, smette di essere gestione e diventa crisi.
Il punto è tutto qui: Bologna paga ogni anno quello che deve pagare, Messina ha smesso di pagarlo per anni. Nel primo caso il denaro pubblico è una componente del sistema; nel secondo diventa un inseguimento affannoso. Non è una differenza contabile, ma politica: decidere prima quanto costa il servizio o scoprirlo dopo, quando ormai è fuori controllo.

Se Messina vuole davvero rientrare in gioco, deve cambiare il momento in cui interviene. Non più dopo, ma prima. Serve un contratto di servizio reale, finanziamenti certi e vincolati, controllo rigoroso dei costi e recupero dei ricavi. In una parola: trasformare il deficit in una variabile governata, non in una sorpresa annuale. Perché il trasporto pubblico non smetterà mai di costare. Ma può smettere di travolgere.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

venerdì 27 marzo 2026

Elezioni amministrative e il “ CONSENSO IN SALDO “ , dove il voto ha un nome e un debito.


 

di AGR 

Le piccole vere dinamiche delle elezioni di paese


Le amministrative, nei piccoli centri, non sono mai state un’epica battaglia per il futuro. 

Più spesso somigliano a un mercatino rionale: niente proclami solenni, ma sguardi d’intesa, pacche sulle spalle, conti aperti da saldare. 

Il voto non si conquista, si coltiva. Come un orto. 

E come ogni orto, ha i suoi padroni.


“Per il bene del paese”, dicono tutti, con la stessa intonazione di chi ordina un cornetto al bar. 

È una formula di cortesia, un intercalare. Il resto è sottotraccia: famiglie più o meno numerose che fanno blocco, amicizie che pesano più dei programmi, piccoli favori promessi in cambio di fedeltà. 

Un lavoro stagionale di relazioni, più che di idee.


Qui il candidato non è un leader, è un mediatore e , spesso , nasconde ambizioni legittime  dietro presunti dictat di piccoli gruppi di improbabili sostenitori. 

Tiene insieme equilibri fragili, distribuisce rassicurazioni come caramelle. 

Non guida, accompagna. 

Spesso nemmeno sceglie, viene scelto. Spinto in avanti da un titolo,  “ Signor Sindaco”, che suona meglio 

degli oneri che comporta. 


E quando parla, lo fa per riempire il silenzio, non per cambiarlo.

I programmi? Una scenografia da libro dei sogni . 

Pagine piene di verbi al futuro che nessuno leggerà davvero. 

Il teatro elettorale ha le sue battute fisse, i suoi tempi, le sue strette di mano infinite. 

Si promette tutto, sapendo che quasi nulla verrà chiesto con precisione . 


Eppure, sotto questa superficie translucida e dimessa, si muove una realtà più nitida determinata dai piccoli interessi che si intrecciano e si proteggono, che si riconoscono al volo. 

Non c’è cattiveria, spesso. 

Solo un realismo antico, quasi domestico. Ognuno tira il filo che conosce, e il bene collettivo resta una parola buona per i manifesti.


Alla fine, resta l’impressione di una politica senza pathos e senza slancio, ma profondamente umana. 

Imperfetta, contrattata, subdola, intrisa  di furbizia, a volte sfacciata. 

Spesso la manifestazione di un disagio interiore che non consente di collocare  la realtà collettiva ad un livello molto più importante del minuscolo interesse personale. 

L’egoismo soggettivo travolge l’altruismo del bene comune .  

Ma alla fine , a sbagliare sono sempre “ gli altri “! 

Noi no , noi siamo sempre nel giusto; noi non sbagliamo mai , noi siamo sempre esemplarmente onesti ,  senza imperfezioni , sempre corretti , perché , noi, siamo assolutamente convinti di essere , sempre , dalla parte giusta della Storia . 

NUOVO DECRETO SULLE OCCUPAZIONI ABUSIVE

 di G. IACONO •  La normativa introdotta dal Decreto Sicurezza 2025, ha creato una procedura accelerata per gli sgomberi. L'intervento i...