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sabato 7 marzo 2026

REFERENDUM COSTITUZIONALE



 La separazione delle carriere dei magistrati

Ragioni del Sì e ragioni del No. Analisi  non partigiana. 22 , 23 Marzo 2026 


Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati a votare su una riforma costituzionale già approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025 (Gazzetta Ufficiale n. 253). La legge modifica sette articoli della Costituzione (artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107, 110) e introduce tre novità principali: la separazione formale delle carriere tra magistratura giudicante e requirente; l'istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura (CSM); la creazione di un'Alta Corte disciplinare. Non è previsto alcun quorum: l'esito dipenderà dalla sola maggioranza dei voti validi.

 

Il contesto storico e istituzionale

Il dibattito sulla separazione delle carriere non nasce nel 2025. La storia italiana registra numerosi tentativi precedenti: dal referendum radicale del 2000 (fallito per mancanza di quorum), alla proposta Berlusconi del 2011, fino all'iniziativa popolare dell'Unione delle Camere Penali italiane, che aveva raccolto circa 75.000 firme nella XVIII legislatura. La riforma Cartabia del 2022 aveva già limitato il passaggio da una funzione all'altra a una sola volta nell'arco della carriera, con obbligo di trasferimento geografico. Secondo dati citati nel dibattito parlamentare, nel 2024 solo 42 magistrati su quasi 9.000 (lo 0,4%) hanno effettuato tale passaggio.

Il disegno di legge costituzionale – presentato dal Governo Meloni-Nordio nel giugno 2024 e approvato senza emendamenti in entrambi i rami del Parlamento – ha ricevuto al Senato 112 voti favorevoli, 59 contrari e 9 astensioni. Non avendo raggiunto la maggioranza dei due terzi richiesta dall'art. 138 Cost., il testo è stato sottoposto a referendum confermativo su richiesta di parlamentari della maggioranza e dell'opposizione.

 

Cosa prevede concretamente la riforma

La legge costituzionale interviene su più piani:


Separazione delle carriere (art. 102 Cost.): giudici e pubblici ministeri seguiranno percorsi professionali del tutto separati fin dall'ingresso. Non sarà più possibile alcun passaggio dall'una all'altra funzione. La disciplina di dettaglio (concorso unico o separato, scuola di formazione unica o distinta) è demandata alle leggi ordinarie di attuazione, da approvare entro un anno.


Due CSM separati (artt. 104 e 107 Cost.): al posto dell'unico Consiglio Superiore della Magistratura, la riforma istituisce un CSM per la magistratura giudicante e uno per quella requirente. Entrambi rimangono presieduti dal Presidente della Repubblica. I componenti togati saranno selezionati mediante sorteggio, non più per elezione. La componente laica (di nomina parlamentare) sarà anch'essa soggetta a criteri di sorteggio per alcune fasi procedurali.


Alta Corte disciplinare (art. 105 Cost.): un nuovo organo di rango costituzionale, composto da 15 giudici, assorbe le funzioni disciplinari oggi esercitate dal CSM e (in sede d'impugnazione) dalle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione. È comune a entrambe le carriere.

Fonte: Legge costituzionale, G.U. n. 253 del 30 ottobre 2025; scheda di sintesi del Prof. Gian Luigi Gatta, sistemapenale.it; ordinanza Corte di Cassazione 18 novembre 2025.

 

Le ragioni del Sì

Il principio del giudice terzo e l'art. 111 della Costituzione

L'argomento fondante dei sostenitori della riforma è di natura sistematica: il processo accusatorio introdotto con la riforma del codice di procedura penale del 1989 presuppone parti in posizione di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. L'art. 111 Cost. (modificato nel 1999) sancisce espressamente che "ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale". Secondo i fautori della riforma, mantenere giudici e PM in un'unica carriera, con medesima formazione e organi di governo condivisi, contraddice strutturalmente questo principio. Il professore Oliviero Mazza (Università di Milano-Bicocca), in un saggio pubblicato su "Diritto di Difesa", scrive che la riforma è "il tassello mancante per il completamento del modello processuale accusatorio".


La riduzione del peso delle correnti interne

Il sorteggio per la composizione dei nuovi CSM è presentato come strumento per ridurre il potere delle correnti associative della magistratura – fenomeno al centro di scandali istituzionali (caso Palamara, 2019) che avevano scosso la credibilità dell'autogoverno. L'elezione, secondo i fautori, aveva prodotto logiche di scambio e controllo delle nomine che il sorteggio intenderebbe spezzare.


L'autonomia del PM requirente

Un CSM separato per i pubblici ministeri è presentato anche come rafforzamento della loro autonomia specifica: i PM avrebbero un organo di autogoverno dedicato, senza dover condividere le logiche decisionali con la magistratura giudicante, accentuando la loro identità di "parte pubblica" nel processo.


Il confronto con altri ordinamenti

La separazione delle carriere è la norma in molti Paesi europei e occidentali (Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Stati Uniti). I sostenitori della riforma sottolineano che l'Italia rappresenta un'eccezione nel panorama comparato, e che l'allineamento agli standard europei rafforzerebbe la credibilità del sistema giudiziario.

 

Le ragioni del No


La separazione di fatto già esiste

I critici della riforma osservano che, dopo la Riforma Cartabia (d.lgs. 44/2024), i passaggi di funzione sono già statisticamente irrilevanti: meno dello 0,5% dei magistrati all'anno. Il costituzionalista Lorenzo Scarpelli ("Diritto giustizia e costituzione", dicembre 2025) scrive che "la separazione delle carriere (per quanto concerne il passaggio dall'una all'altra funzione) già di fatto esiste", e che questo "confligge con lo scopo della riforma pubblicamente dichiarato dai suoi promotori".


Il rischio di indebolimento dell'indipendenza del PM

L'argomento più ricorrente tra i detrattori riguarda l'indipendenza del pubblico ministero. Oggi i PM sono magistrati indipendenti dal potere esecutivo in forza degli stessi meccanismi costituzionali che garantiscono i giudici. Una piena separazione ordinamentale – unita a una diversa formazione culturale e a un CSM autonomo con componente sorteggiata dal Parlamento – potrebbe, secondo i critici, aprire la strada a una maggiore permeabilità politica delle procure. Carlo Parodi (ANM) ha affermato che "in tutti i Paesi in cui abbiamo la separazione delle carriere di fatto si è arrivati a un controllo della magistratura da parte dei governi".


Il sorteggio come problema democratico

La sostituzione dell'elezione con il sorteggio per i componenti togati dei nuovi CSM è contestata sul piano dei principi: i magistrati sarebbero gli unici cittadini italiani privati del diritto di eleggere i propri rappresentanti. I critici vi leggono una riduzione della legittimazione democratica interna degli organi di autogoverno e una loro conseguente debolezza istituzionale. Il numero monografico 1-2/2025 della rivista "Questione Giustizia" si chiede: "I Consigli dei sorteggiati – nel cui momento genetico sarebbero assenti programmi, proposte, confronti su diverse idee dell'organizzazione giudiziaria – saranno ancora capaci di muoversi proficuamente su questi piani decisivi per un governo efficace e lungimirante della magistratura?"


La moltiplicazione degli organi e i costi istituzionali

La riforma trasforma un CSM unico in tre organi distinti(CSM giudicante, CSM requirente, Alta Corte disciplinare). Secondo alcuni costituzionalisti, questa frammentazione rischia di produrre sovrapposizioni di competenze, conflitti interistituzionali e maggiori oneri burocratici, senza un guadagno proporzionale in termini di efficienza o garanzie.


Le leggi di attuazione: un cantiere aperto

Questioni cruciali – un concorso unico o due distinti? una scuola di formazione comune o separata? – sono demandate alle leggi ordinarie di attuazione. Ciò significa che il referendum si tiene su un impianto costituzionale parzialmente indefinito nei suoi effetti concreti. La Prima presidente della Corte di Cassazione Margherita Cassano ha osservato che "il tema ha un valore più simbolico che realmente incidente sull'assetto della magistratura", almeno fin quando le leggi attuative non saranno approvate.

 

A chi conviene: un'analisi degli interessi in campo

VOTARE SÌ CONVIENE A...

VOTARE NO CONVIENE A...

Avvocati penalisti (Camere Penali), che vedono nel giudice terzo una garanzia per la difesa nel processo accusatorio.

Magistrati dell'ANM, che temono una riduzione dell'indipendenza istituzionale, specie dei PM.

Partiti di centrodestra (FdI, Lega, FI), che da anni propugnano questa riforma come pilastro del garantismo.

Partiti di centrosinistra (PD, M5S, AVS), che leggono nella riforma un tentativo di indebolire il controllo giudiziario sull'esecutivo.

Imputati nei processi penali, che beneficerebbero di un giudice strutturalmente più distante dalla cultura accusatoria.

Associazioni che si occupano di lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, preoccupate per una possibile minore autonomia dei PM.

Chi ritiene che le correnti dell'ANM abbiano eccessivo potere e che il sorteggio possa spezzarne il dominio.

Chi considera il sorteggio una soluzione che indebolisce la rappresentatività e la capacità progettuale degli organi di autogoverno.

 La tabella riflette le posizioni espresse pubblicamente dai soggetti citati nelle fonti verificate. Non si tratta di un giudizio normativo su tali interessi.

 

Profili di ambiguità e questioni 

alcune storture argomentative presenti in entrambi i campi del dibattito sono 


Dal fronte del Sì

l'argomento comparatistico ("anche in Europa le carriere sono separate") è parziale: in molti ordinamenti europei il PM dipende dall'esecutivo, mentre in Italia rimane magistrato indipendente. 

Il confronto è quindi tra sistemi non omogenei. Inoltre, presentare la riforma come strumento anti-correnti ignora che il sorteggio non impedisce ai magistrati di avere orientamenti associativi.


Dal fronte del No

l'argomento secondo cui "la separazione già esiste" riguarda solo i passaggi di funzione, non l'unicità di formazione, concorso e organi di governo; dunque non risponde integralmente alla tesi garantista. Inoltre, citare Falcone e Borsellino come contrari alla separazione è storicamente controverso: le loro posizioni espresse in vita riguardavano contesti e proposte legislative diverse da quella attuale (come rilevato da Pagella Politica, novembre 2025).


Sul sorteggio

 il meccanismo è applicato in modo asimmetrico tra componente togata e laica, rendendo difficile una valutazione unitaria. 

Molti costituzionalisti sentiti in audizione parlamentare hanno sollevato riserve su questo specifico punto indipendentemente dalla loro posizione sulla separazione delle carriere.

Fonti verificate

Normativa primaria:

— Legge costituzionale, G.U. n. 253 del 30 ottobre 2025, "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare".

— Ordinanza Corte di Cassazione – Ufficio Centrale per il Referendum, 18 novembre 2025.

— Art. 138 Costituzione italiana (procedimento di revisione costituzionale).

— Art. 111 Costituzione italiana (giusto processo).

— D.lgs. 28 marzo 2024, n. 44 (Riforma Cartabia, passaggi di funzione).

Fonti accademiche e istituzionali:

— O. Mazza, "Le ragioni del garantismo in favore della separazione delle carriere", Diritto di Difesa – Rivista dell'Unione delle Camere Penali, 2025.

— G.L. Gatta, scheda di sintesi sulla legge costituzionale, sistemapenale.it, ottobre 2025.

— L. Scarpelli, "La riforma costituzionale del CSM", dirittogiustiziaecostituzione.it, dicembre 2025.

— Questione Giustizia, numero monografico 1-2/2025, "La riforma costituzionale della magistratura".

— A. Nappi – G. Spangher, intervista, giustiziainsieme.it, 2025.

Fonti giornalistiche e di fact-checking:

— Pagella Politica, "Che cosa pensano gli esperti della riforma costituzionale della giustizia", 2025.

— Pagella Politica, "Perché ha poco senso citare Falcone e Borsellino sulla separazione delle carriere", novembre 2025.

— C. Parodi (ANM), "La riforma condiziona le scelte delle toghe", anm.it, 20 marzo 2025.

— Dichiarazione della Prima Presidente della Corte di Cassazione Margherita Cassano, citata in lavialibera.it, 2025.

 

Questo articolo è redatto a fini informativi e di analisi istituzionale. 

Non esprime alcuna indicazione di voto.

Tutte le fonti citate sono pubbliche e verificabili. 

MESSINA E IL NODO IRRISOLTO DELLA MOBILITÀ

 

OSSERVATORIO SULLA MOBILITÀ
a cura di Roberto Barbera*

 Mobilità sostenibile, piani e progetti non bastano senza regole e controlli efficaci.


Le soluzioni illustrate dal vicesindaco Salvatore Mondello per cambiare la mobilità a Messina sono numerose: parcheggi scambiatori gratuiti, potenziamento del trasporto pubblico, rinnovo della flotta degli autobus, rilancio del tram, nuove piste ciclabili e zone pedonali. Tutto inserito dentro una pianificazione che comprende PGTU, PUMS e piano strategico metropolitano. Un impianto teorico ambizioso, che però rischia di scontrarsi con un problema molto concreto: il rispetto delle regole.

La mobilità sostenibile non nasce semplicemente con nuove infrastrutture. Ha una precondizione: qualcuno deve far rispettare le norme. Le piste ciclabili, ad esempio, funzionano solo se le auto non le occupano; le zone pedonali solo se restano davvero libere dal traffico; i parcheggi scambiatori solo se entrare in centro in auto diventa davvero scomodo o sanzionabile. Chi dovrebbe garantire questo equilibrio è la polizia municipale. Ma nella percezione quotidiana della città i controlli appaiono sporadici e il sistema sanzionatorio poco incisivo.

La mobilità urbana è infatti un sistema complesso in cui infrastrutture, servizi, comportamenti e controlli devono interagire. Se uno di questi elementi manca, tutto il meccanismo si indebolisce. Si possono comprare autobus elettrici o costruire nuove ciclabili, ma se l’auto privata resta l’opzione più facile e senza conseguenze, il cambiamento culturale evocato dall’amministrazione rischia di rimanere solo un obiettivo dichiarato.
Il confronto con città di dimensioni simili è illuminante. A Parma, ad esempio, le politiche di mobilità sostenibile sono state accompagnate da varchi elettronici, controlli sistematici e una presenza costante della polizia locale nelle zone sensibili.

Messina invece sembra puntare soprattutto sull’offerta: più mezzi pubblici, più ciclabili, più pianificazione. Ma senza un sistema di controlli efficace e continuo, anche i progetti migliori rischiano di essere vanificati dal caos del traffico e dalla diffusa indisciplina stradale. Ed è proprio qui che si gioca la partita decisiva della mobilità urbana.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico.

ADESSO SONO I GIUDICI LE BESTIE NERE

 


La premier insorge sulla “famiglia nel bosco”, ma i tribunali – con imperdonabile ostinazione – continuano a leggere i fascicoli prima dei tweet.


Ci sono momenti nella vita pubblica di una nazione in cui il silenzio sarebbe una forma superiore di eloquenza. Non è, evidentemente, una disciplina molto praticata. 
Così accade che, davanti alla vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si sia dichiarata “senza parole”. 
Il che, come spesso accade in politica, non ha impedito che ne producesse parecchie.

Secondo la premier, la decisione del Tribunale per i minorenni - decisione dei giudici non degli odiati Pm - dell’Aquila di separare temporaneamente la madre dai figli rappresenterebbe l’ennesimo trauma inflitto ai bambini, frutto di una “assurda concatenazione di decisioni” dal sospetto sapore ideologico. 
È curioso come, nel dibattito contemporaneo, l’ideologia sia sempre la colpa degli altri: una fragranza acre che proviene immancabilmente dalla stanza accanto. Il collegio presieduto dalla giudice Cecilia Angrisano, con una prosa meno epica ma più incline alla noiosa disciplina dei fatti, ha sostenuto invece che la presenza costante della madre risultasse gravemente ostativa agli interventi educativi e pregiudizievole per l’equilibrio emotivo dei minori. Una motivazione che possiede quella fastidiosa qualità dei documenti: la testarda inclinazione a esistere.

Dalle relazioni emerge una madre persuasa che la sillabazione e il calcolo numerico possano attendere la benevolenza dei sette anni, quando — dopo adeguate frequentazioni con la natura — il cervello, pare, si aprirebbe finalmente alla conoscenza. 
Una teoria pedagogica affascinante, se non fosse per quella piccola e ingombrante circostanza che la legge italiana continua a considerare l’istruzione un diritto, e perfino un obbligo.
Ma nella narrazione politica questi dettagli scoloriscono. Il punto, ci viene detto, è che “i figli non sono dello Stato”. Un’affermazione solenne che nessuno ha davvero pronunciato per negarle. 
Lo Stato, infatti, non ha mai rivendicato una maternità collettiva: si limita, con un certo scrupolo, a intervenire quando sospetta che i minori non stiano proprio benissimo dove sono.
Nel frattempo la vicenda si trasforma, come accade spesso, in un dramma morale ad alta spendibilità retorica. I tribunali leggono relazioni, gli operatori parlano di percorsi educativi, gli psicologi di equilibri affettivi. La politica, invece, legge i sondaggi. 
E mentre i bambini attendono di capire dove dormiranno la settimana prossima, il Paese discute se la giustizia debba occuparsi dei minori o limitarsi a chiedere scusa per averlo fatto.



giovedì 5 marzo 2026

LA BOLLETTA DI HORMUZ

CORSIVO


 Dalla cucina di una famiglia siciliana alla geopolitica del petrolio: quando il Medio Oriente arriva direttamente nella pentola.

Immaginate una famiglia siciliana qualunque: sera, cucina accesa, il sugo che borbotta. Un gesto domestico elementare: girare la manopola del gas. Solo che oggi quella fiamma azzurra compie un viaggio assai più lungo di quanto sembri. Prima di arrivare sotto la pentola passa idealmente dallo Stretto di Hormuz, stretto davvero solo di nome: da lì transita una fetta decisiva dell’energia mondiale. Così accade che, quando la geopolitica starnutisce, la cucina italiana prenda l’influenza.

Dal 2021 i rincari energetici hanno fatto lievitare tutto: bollette, carburanti, trasporti, pane, pasta, perfino il pesce del mercato. Per una famiglia media siciliana significa circa 2.000 euro l’anno in più. 
Non è solo il gas: è il forno che paga energia cara, il camion che trasporta il cibo, il supermercato che aggiusta il cartellino con zelo quasi artistico. Moltiplicate per due milioni di famiglie e l’isola perde circa 4 miliardi di potere d’acquisto l’anno. 
Una discreta porzione di PIL evaporata nella casseruola.
Su scala nazionale la cifra diventa più elegante e più tragica: oltre 50 miliardi sottratti alle tasche degli italiani. Nel frattempo la politica rassicura con l’aplomb del maggiordomo inglese mentre brucia la casa: niente allarmismi, tutto sotto controllo.
 Lo stesso tono con cui si minimizzano i dazi per non disturbare Washington. Curioso nazionalismo: quello che difende la patria con la premura di non contrariare nessuno.
Morale: la globalizzazione non è un concetto astratto. 
È la bolletta. E, come tutte le bollette, arriva sempre puntuale.

EUROPA, L'INIZIO DELLA FINE

 


Dalla frattura interna sull’Iran alla rinascita di assi militari come quello franco-britannico: l’Unione Europea si dissolve mentre tornano alleanze, sovranismi e vecchi equilibri di potenza.

C’è un momento, nelle vicende delle nazioni, in cui le istituzioni continuano formalmente a esistere ma hanno già cessato di vivere. 
È la fase che gli storici chiamano con pudore “transizione” e che i contemporanei faticano a riconoscere. L’Unione Europea sembra esservi entrata con discrezione quasi britannica.
 Il caso della Spagna di Pedro Sánchez, isolata per aver detto un semplice “no” alla guerra, è rivelatore: non tanto per la posizione di Madrid, quanto per il silenzio degli altri. 
Non esiste più una politica estera europea, ma una sommatoria di prudenziali calcoli nazionali. E quando un’unione smette di reagire come tale, significa che il processo di disgregazione è già iniziato.

La frattura non corre più tra Occidente e Oriente, come durante la Guerra fredda, ma dentro lo stesso Occidente. Una crepa infra-occidentale che ricorda, con inquietante puntualità storica, l’Europa di fine Ottocento: 
Stati sovrani, sospettosi gli uni degli altri, legati non da un progetto comune ma da alleanze militari difensive. 
Non contro un nemico lontano, bensì contro le forze centrifughe dello stesso quadrante geopolitico. 
Non a caso riaffiora l’asse franco-britannico fondato bsulla deterrenza nucleare, attorno al quale si stringono i Paesi del Nord e quelli affacciati sul confine russo. 
Un sistema di sicurezza che guarda sì al tradizionale avversario di Mosca, ma sempre più anche al nuovo interlocutore-rivale: l’alleato americano e i suoi sostenitori sovranisti nel continente.
Il passo successivo, se la storia conserva una sua ironica coerenza, sarà il ritorno alle monete nazionali e a cartelli economico-militari, come nei manuali di storia del primo Novecento. 

E quando la competizione economica si fa disperata, la politica — insegnano i secoli europei — finisce spesso per affidarsi ai cannoni. I fallimenti finanziari degli Stati, con l’Italia candidata naturale e la Francia non troppo lontana, potrebbero diventare il detonatore di un caos occidentale. Intanto, sul fianco destro del continente, Vladimir Putin osserva con pazienza russa dove potrà spingersi l’ombra della sua influenza, forse fin dove un tempo arrivò l’Armata Rossa. Più a Oriente, la Cina attende con millenario aplomb che il corpo europeo passi nel fiume della storia. Ai sovranisti europei che hanno fatto il lavoro per il sovranista più sovranista di tutti, 
Donald Trump — bisogna riconoscerlo — l’impresa è riuscita: l’Europa è stata disarticolata, prossima alla morienza. Chapeau. La storia, però, non applaude mai a lungo. 
E spesso presenta il conto.

mercoledì 4 marzo 2026

MESSINA: UNA MOBILITÀ CHE RENDE



 a cura di Roberto Barbera*

Investimenti pubblici, disciplina urbana e sostenibilità economica: il trasporto non è un costo, ma una misura di civiltà.


La trasformazione di ATM Messina non è stata un prodigio, ma un’operazione contabile riuscita: € 55.619.632 dal PNRR (Missione 2, Componente 2, DM 134/2022) per 78 autobus elettrici e infrastrutture; circa € 79 milioni complessivi per l’ammodernamento della flotta; € 4,5 milioni dal PN Metro Plus 2021-2027 per l’efficientamento energetico della sede; una programmazione fino al 2034 che sfiora € 159,4 milioni. La flotta è cresciuta oltre i duecento mezzi urbani, con una quota elettrica significativa e un’età media drasticamente ridotta. Non è retorica: sono cifre impegnative che chiedono risultati altrettanto concreti.

Una dotazione simile impone organizzazione. I mezzi devono circolare con regolarità, il personale deve essere adeguato ai turni e agli obiettivi di servizio, la manutenzione non può diventare variabile secondaria. L’utile che l’azienda legittimamente deve perseguire è condizione di autonomia e serietà: stare nel mercato con le proprie gambe significa non gravare sulla collettività, ma contribuire al suo equilibrio. Il riferimento a modelli industriali solidi suggerisce che rigore gestionale e missione pubblica non sono termini in conflitto, ma alleati naturali.
Questo nuovo modello di business richiede anche un nuovo modello di relazioni sindacali. Compito dell’azienda è elevare il confronto dal piccolo cabotaggio quotidiano alla strategia complessiva: compartecipazione agli obiettivi, condivisione delle scelte industriali, responsabilità comune sui risultati. Non cogestione, che è parente prossima del clientelismo, ma sindacati all’altezza del ruolo, capaci di misurarsi con piani industriali e indicatori di performance. Il cambio di passo non può essere unilaterale: è un patto di maturità.

Infine la città. Se ATM deve esserne l’asse portante, il traffico deve riconoscerlo. Le aree pedonali del centro reclamano decoro e coerenza; la sosta selvaggia nei parcheggi e agli estremi degli incroci deve finire, perché mette a rischio pedoni, ciclisti e automobilisti. Le corsie preferenziali devono essere tali non solo sulla carta, e la vigilanza municipale deve garantire presenza costante. Meno auto inutili significano meno incidenti e meno costi sanitari: ogni sinistro evitato è spesa pubblica risparmiata, produttività recuperata, salute preservata. È qui che l’utile aziendale si coniuga con quello sociale. Una mobilità ordinata produce ordine economico. E l’ordine, quando è frutto di buona amministrazione, non è austerità: è ricchezza condivisa.

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico.

martedì 3 marzo 2026

IL NECROLOGIO NON FA RIVOLUZIONE



 Cadono i capi, restano i regimi.

Non si dovrebbe mai gioire della morte di un uomo, neppure quando quell’uomo si chiama Ali Khamenei e ha passato una vita a predicare martirio altrui con prudente distanza personale. Tuttavia i necrologi dedicati al vecchio ayatollah scorrono con la dolcezza di una vendetta postuma: il teocrate che per decenni ha trasformato l’Iran in una caserma mistica e il Medio Oriente in un laboratorio di destabilizzazione finisce finalmente nell’archivio dei tiranni. La sua condanna se l’era firmata da solo il 7 ottobre 2023, quando il pogrom di Hamas – salutato a Teheran come una riscossa islamica – ha invece prodotto l’effetto opposto: Israele ha reagito, gli equilibri regionali si sono ricompattati e il lungo domino delle milizie sciite ha cominciato a cadere.
Israele e Arabia Saudita hanno colto l’occasione e, con qualche telefonata ben piazzata, hanno convinto Donald Trump a entrare nella partita. 

L’operazione è riuscita: il vertice della Repubblica islamica è stato decapitato e il principale nemico regionale è stato colpito. Quanto ai missili che i Pasdaran continuano a sparare in giro per il quartiere, vengono archiviati come inconvenienti di percorso. Trump, dal canto suo, rivendica il successo con la consueta modestia imperiale: ha eliminato il capo di un regime che grida “morte all’America”. Peccato che, morto lui, la folla continui a gridarlo con identica convinzione.

Il punto è che Trump immagina la politica internazionale come un reality: si elimina il protagonista e si promuove il vice. È il modello Caracas — sostituire il dittatore con il suo vice più presentabile e chiamarlo cambiamento. Ma l’Iran non è il Venezuela, e gli ayatollah non sono burocrati tropicali pronti a cambiare casacca per sopravvivere. Qui il rischio non è la democrazia, bensì un regime dei Pasdaran ancora più feroce. Il necrologio di Khamenei può anche essere un balsamo per il mondo civile; scambiarlo per l’inizio della libertà iraniana, invece, è un lusso che solo un ingenuo — o Donald Trump — può permettersi.


PIANETA GIUSTIZIA



  *CHI È L'AVVOCATO FRANCO COPPI CHE HA FATTO ASSOLVERE BERLUSCONI USANDO SOLO IL DIRITTO*

Allievo e assistente di Giuliano Vassalli e di Angelo Raffaele Latagliata, è professore ordinario dal 1975. Dopo aver insegnato all'università di Teramo e in quella di Perugia, dal 1990 al 2011 è ordinario di Diritto penale presso l'Università di Roma "La Sapienza". È professore emerito dal 2011. Nel corso della sua lunghissima carriera da avvocato è stato il difensore di moltissimi imputati famosi, al centro dei principali processi italiani. Il suo assistito più noto, almeno quanto Berlusconi, è stato Giulio Andreotti nel processo per mafia, che lanciò anche una sua giovane collaboratrice di studio, oggi presidente della commissione Giustizia al Senato, Giulia Bongiorno.

Negli anni il suo nome è stato affiancato ad Antonio Fazio nello scandalo della banca Antonveneta, al generale Vito Miceli per il tentato golpe Borghese, a Gianni De Gennaro per i fatti del G8 di Genova e i pestaggi alla scuola Diaz, l’assistente Bruno Romano nell’omicidio Marta Russo e la ThyssenKrupp nel processo per il rogo delle acciaierie di Torino. 

Tra i principali casi di cronaca nera, sua è stata anche la difesa di parte civile nel processo per l’omicidio di Marco Vannini, dell’imputato Raniero Brusco nel processo per il delitto di via Poma e di Sabrina Misseri nel caso dell’omicidio di Avetrana. Recentemente è stato anche il difensore di Luca Traini per l'attentato di Macerata e di Pietro Genovese, il figlio del regista Antonio Genovese accusato di omicidio stradale per l’investimento di due ragazze in Corso Francia a Roma.

Per sua stessa ammissione in una delle rare interviste, ha spiegato che «Gli espisodi di cronaca nera sono quelli che decisamente mi affascinano di più. In aula riesci a percepire certi movimenti dell’animo umano, come agisce in determinati frangenti, cosa lo motiva. Ho passato tutta la vita nei tribunali e posso dire tranquillamente che è una gabbia di matti».

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LA TRISTEZZA DEL PNRR SICILIANO: COME PERDERE 17 MILIARDI (… E AUMENTARSI LO STIPENDIO)

  Sicilia, terra di mare, sole e fondi europei regolarmente gettati nel bidone dell’indifferenziato. Il PNRR doveva essere il nostro Piano M...